"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

Quanto presente su questo blog appartiene come diritti intellettuali a Rossana Di Poce, pertanto è vietato copiare i testi o scaricarne le immagini senza previo consenso dell'autrice.

13 nov 2014

Il giardino affatato: quel che resta del primo vivaio partenopeo

 Proprio difronte all’Orto Botanico a Napoli sta un Giardino incantato, anzi affatato.
Dentro un palazzo nobile dei primi anni '30 del '700, Lariano Sanfelice del famoso architetto di scale Ferdinando o come dicono altri nei tre edifici per un’area complessiva di circa 5000 metri quadrati progettati dall’architetto romano Pompeo Schiantarelli negli ultimi due decenni del Settecento (Vivaio Calabrese. Sezione della coffee-house e pianta, in M.L. MARGIOTTA, P. BELFIORE, Giardini storici napoletani), ci sono i ruderi di quel che resta dell'antico Stabilimento Botanico Calabrese (oggi Calvanese).
Comunque  lo stabilimento, come impresa privata di appassionati di botanica, è fondato nel 1864 da Franceco Saverio Calabrese che insieme al figlio Francesco Paolo, ne fecero il  primo vivaio di Napoli anche a contatto vivace con l'ambiente limitrofo dell'Orto Botanico Reale. Francesco Paolo fu anche autore attorno al 1892 della Nomenclatura botanica-volgare disposta per famiglie seguita da annotazioni, un trattato di botanica divulgativo che ebbe discreto successo. Il tocco della moglie di Francesco Paolo, Rita Stern, grande viaggiatrice e romantica, ne fecero un salottino e un ritrovo nella bella struttura di serre e viottoli, piena di ceramiche con motti e un bel pozzo al centro, proprio difronte alla  kaffeehaus, la struttura viennese di concenzione, in cui per eccellenza si sorbisce il caffè. Potremmo definire questo posto a tutti gli effetti, un piccolo tempietto del gusto partenopeo, visto che sappiamo che Eduardo e Pupella Maggio amavano passeggiare trai vialetti: una fotografia autografa di quest'ultima campeggai nel piccolo ufficio che sopravvive, con tenerezza a Rita, sua grande amica. Ci sarebbe molto da indagare su chi calpestava questi suoli e godeva della bellezza del giradino e della sua aria sospesa che ancora si respira.

Completavano l'impresa primigenia nove serre all'avanguardia, un vero portento tecnologico per l'epoca, termoregolate  da una una caldaia a carbone che le riscaldava: esposizioni di orticoltura in Villa Comunale, fiere florovivaistiche alla Mostra d’Oltemare, commesse per giardini importanti, e addobbi, diventarono la specialità dei Calabrese. Finchè la Stern è rimasta in vita tutto è andato bene, la memoria dello stabilimento si è conservava senza problemi e anche la sua missione. Rosai, arbusti sempreverdi, conifere, gerani, frutta in varietà, agrumi, palme in varietà, piante acquatiche, cactee, piante aromatiche da cucina e piantine per le aiule si coltivavano e vendevano poi nel punto commerciale di Corso Garibaldi o anche a domicilio. Poi con la morte di Rita, Luigi Calvanese, ex giardiniere dello stabilimento rilevò il vivaio e oggi rimane qui Giuseppe, che con Antonio il fratello, cura quello che può e quello che resta di un bene culturale senza pari. Venti giardinieri lavoravano nel complesso un tempo, poi via via nessuno più, salvo Giuseppe.
Oggi questo posto è totalmente in via d'abbandono: piante abbandondate, ruderi fatiscenti, manomissioni in corso di manufatti d'epoca, un continuo perdere la memoria anche nell'ufficio della Stern, dove cimeli di ogni sorta, e carte e ricordi generazionali, potrebbero benissimo stare in un museo della memoria mentre qui rischiano di scomparire da un momento all'altro. Ci vorrebbe un mentore, un investitore, poichè dal pubblico non ci si può aspettare più niente: ci vorrebbe un Illuminato che rilevasse la struttura e desse di nuovo vita a questo meraviglioso esperimento che gareggia in bellezza col vicino orto botanico.
Così, attraversando i vialetti ormai disfatti, le riggiole che si stanno perdendo e i vetri che si sfondano, mentre lentamente la vita abbandona questo posto e le gloriose memorie che lo circondano, è possibile almeno respirare l'aria sacra delle cose dimenticate: questi processi d'abbandono non sono mai dati dal singolo individuo; sono imbalsamazioni collettive. Napoli ha questa sua intima disposizione a ridurre tutto a scheletro, per potersi rinnovare continuamente: porta un nome che è una veste d'aspirazione concreta, sulle sue millenarie rughe. Il giardino Calvanese-Calabrese, te lo sbatte in faccia, quello che rende questa città speciale, affatata,  mi suggerisce un amico.
Di fate, orchi e mostri che popolavano gli scritti del Basile molto prima che ce ne dimenticassimo, è piena la cultura napoletana e campana: ai giardini affatati stanno bene le favole come questa.

Ps: Grazie a Franco Guerrera per avermi suggerito affatato, direttamente dal mondo sacro.

Nessun commento:

Posta un commento