"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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7 nov 2014

Palazzo Zevallos e il '600 napoletano: Tanzio tra mercanti, speculatori e banchieri.

Tanzio a Palazzo Zevallos
"Giovanni Zevallos nel 1635, per la somma di 12.500 ducati, acquistò una grande casa “palazziata” con giardino posta lungo via Toledo con l’intenzione di costruirci la propria dimora" si legge dal link della Banca Intesa San Paolo che ha rilevato l’immobile, ovvero quel meraviglioso palazzo che è lo Zevallos di Stigliano Colonna oggi.
La famiglia Zevallos forse stava a Napoli già dalla fine del ‘500, con incarichi militari di secondo ordine, ma Giovanni fu abile a passare da : “facchino della Regia Dogana e “scrivano di ratione” (impiegato di corte) in seguito, grazie alle fortune accumulate con la sopravvenuta attività di mercante, come “arrendatore” e “assentista” (appaltatore di gabelle e prestatore di denaro). Ricoprì anche un incarico ufficiale all’interno dell’amministrazione, quello di Montiere Maggiore. I crediti vantati con la corte gli consentirono nel 1639 di acquistare per 84.000 ducati la città di Ostuni, di cui ottenne in seguito il titolo di duca”  (link citato) 
Duca odiato, un vero aguzzino: raccontano le carte antiche che arrestò lo sviluppo della città di Ostuni e vi portò al declino le famiglie nobili, con tante cause intentate invano contro di lui ed eredi, fino alla morte dell’ultima Zevallos, donna Maria Carmela che finisce povera senza un soldo nel 1815 non senza le sue pretese a Valenzano ( feudo acquistato dagli Zevallos nel 1718 ) : quando si reca in chiesa, donna Maria Carmela, pretende di essere ricevuta dal Parroco o altro sacerdote vestito di cotta e stola, che le si debba porgere l’acqua santa e la si debba accompagnare all’uscita....
Giovanni Zevallos comunque aveva bisogno di una dimora adatta al suo nuovo rango e tra il 1637 e 1639 acquista gradualmente l’intera area dove oggi sorge il Palazzo:  il progetto tradizionalmente è attribuito a Cosimo Fanzago ma documenti recenti lo iscrivono all’opera di Bartolomeo Picchiatti (allora Ingegnere Maggiore del Regno). Ovviamente gli uffici della capitale costituiscono una rendita cui aspirare e il nostro Giovanni lo sa bene; negli stessi anni dell'acquisto dell'immobile passano a lui ben altri titoli: nel 1638 acquista l’ufficio di Montiero Maggiore che ha giurisdizione su caccia e riserve regie, nel 1637 aveva intanto acquistato la segreteria della Vicaria,  mentre il suo socio Giovanni/Jan Vandeneynden compra lo Jus Sigilli del Sovrano Regio Consiglio  (Mezzogiorno spagnolo: la via napoletana allo stato moderno; di Aurelio Musi, 1991)
Nella compravendita di questi uffici pubblici, parliamo di somme stratosferiche  trai 23.000 e 43.000 ducati; Caravaggio a Napoli, per Nostra Signora della Misericordia, ne ha appena ricevuti 400 e sono bei soldoni.
Fortune cospicue e rapide ascese economiche tutte da ascrivere al nuovo regime vicereale, e alle sue simpatie, oppure alle capacità commerciali-finanziarie di alcuni individui, come ci rammentano le famiglie di Francesco Mirelli e di Michele Vaaz de Andrade ( E. Ricciardi, Il quartiere degli avvocati. Palazzi di togati a Napoli in età vicereale, in“Ricerche sul ‘600 napoletano” 1999), quest'ultimo, un mercante ebreo-portoghese che per storici antichi e moderni è uno dei più grandi mercanti di grano europei: spregiudicato e astuto, “conte di Mola in Peucezia, di Bellosguardo, di San Donato, di San Nicandro, di San Michele, governatore di Casamassima e Rutigliano, di nobiltà inglese, portoghese e napoletana” capace di sfuggire ad ogni ricerca giustizia a suo carico: potere del grano.
Perennemente sull'orlo della bancarotta, dai tempi di Carlo V,
intanto la Spagna richiedeva per le sue guerre uomini, cavalli, mezzi e milioni di scudi di capitale che il Regno partenopeo doveva trovare sotto forma di regime fiscale oppressivo; i numeri sono sconcertanti: tra il 1631 e il 1637 il vicerè conte di Monterey manda 50.000 fanti, 5.500 cavalli e tre milioni e mezzo di scudi in Spagna ( con perdite dei facoltosi Genovesi a favore dei ceti finanziari emergenti di Milano) fino a incontrare una fitta rete di interessi, prestiti e banchieri privati consolidati all’arrivo del nuovo vicerè duca di Medina de las Torres : e fu allora che sette milioni di ducati presero il via per la Spagna.
Emerge, tra questi banchieri ex-commercianti, lo scaltro Bartolomeo d’Aquino monopolista nei prestiti con lo Stato, che costringe quasi tutti gli speculatori a legarsi a lui direttamente o indirettamente: tra questi spiccano lo Zevallos, e i fiamminghi Vendeneynden e Roomer che vedremo tutti implicati nelle vicende di Palazzo Zevallos (Giovanni Brancaccio; Nazione Genovese: consoli e colonia nella Napoli moderna, 2001)
Ai tempi di Zevallos Giovanni c'erano dunque, molti.... mercanti in fiera... e tutti gareggiavano per avere dimore sontuose prossime al palazzo  del vicerè. Per quanto riguarda il nostro Giovanni Zevallos, il punto era che nella zona, prossima ai Quartieri Spagnoli voluti da Don Pedro de Toledo c’era ancora spazio libero (nella pianta Lafrery del 1566 non c’è traccia del Palazzo e nemmeno in quella Baratta): e i nuovi “nobili” come Giovanni Zevallos, arrivista con affari loschi e un vero tiranno a Ostuni, preferirono questa nuova zona. Giovanni mise da parte una cospicua fortuna per la sua signorile dimora: nel 1647 coi tumulti di Masaniello il palazzo venne assaltato senza pietà e i conti saldati col popolo; “Dopo la morte di Giovanni Zevallos, avvenuta durante la peste del 1656, la moglie “donna di poco, o niun talento”, e il figlio Francesco dispersero in breve gran parte dei beni ricevuti, tanto da essere costretti a vendere anche il palazzo di famiglia a Jan Vandeneynden( dal sito della Banca Intesa).
Jan Vandeneynden mercante anche egli di Anversa, e già procuratore dello Zevallos, nonchè socio di un altro mercante in fiera dell’epoca, Gaspare Roomer forse il più illuminato e amante dell’arte, rileva il Palazzo dallo Zevallos e vi riesce a portare  anche La cena di Erode di Rubens (oggi a Edimburgo). L'amico Roomer intanto, ricordiamolo, fu il primo mecenate di Luca Giordano: lui abile commercianti col fitto dei vascelli, preferiva la seta al grano. Nel 1633 Jan decide di ampliare il palazzo ex Zevallos, e vi lavorano appunto Luca Giordano, Giacomo del Pò e Piero de Matteis (ma non ne abbiamo più alcuna traccia). Comunque Jan, era diventato straricco tanto da comprare il titolo di Marchese di Castelnuovo per il figlio Ferdinand, e chiama così nella sua piccola corte di via Toledo, l’architetto certosino Bonaventura Presti a ristrutturare la dimora (1633) e alla sua morte, lascia il patrimonio alle figlie che sposano un Giuliano Colonna e un Carlo Carafa. A Giovanna Vandeneynden,  la primogenita, arrivano in questo modo un’ottantina di opere d’arte in eredità con tutto il palazzo di via Toledo: il primo nucleo di cui abbiamo traccia della ricca collezione Zevallos-Vandeneynden-Roomer. La nostra storia per ora si chiude qua, in concomitanza coi fatti economici del  ‘600, che è anche il secolo d’oro della pittura napoletana.
Senza il grande clima della Riforma, e questo tessuto economico di mercanti - finanzieri e banchieri dai titoli aristocratici comprati, prestiti, interessi e nobili dai titoli acquisiti ai vertici d'ascesa orbitante, non ci sarebbe stato nessun Seicento Napoletano, e quella pazza voglia di legittimazione che spingeva follemente gli investimenti morali ed economici dapprima in chiese e nei palazzi sontuosi, e più raramente nelle collezioni d’arte.
La presenza dei quadri di Tanzio da Varallo, che venne a Napoli agli inizi del ‘600 a imparare la maniera e lavorare, scoprire Caravaggio e a trovar moglie nella numerosa colonia tedesca partenopea, e che le carte degli Archivi hanno resuscitato dal silenzio, nella bella mostra a lui dedicata  nelle sale dell’antico Palazzo Zevallos  con i confronti coi pittori coevi napoletani e non, ci rammenta che stavolta a Napoli c’è una esposizione per cui vale la pena di prendere il treno, l’aereo, l’autobus o il tram, e respirare il clima internazionale che in quegli anni la città respirava, nell'antico palazzo di uno speculatore accorto e dei suoi eredi. La collezione Zevallos-Colonna, tra le più belle di Napoli, ospita oggi, in quel sontuoso palazzo la cui storia ho appena accennata, un intero clima d'epoca: un clima in cui Tanzio e Caravaggio si incontrano almeno virtualemente trai vicoli. Vale la pena di pensarci quando si attraversano le stanze della vecchia Banca, nel cortile chiuso di vecchi affaristi.

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