"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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14 feb 2014

Mummie e cuori aragonesi, San Domenico Maggiore e le sue arche

L’arrivo a Napoli dei Padri Predicatori, ovvero i Domenicani, fu caldeggiato da Papa Gregorio IX , “essendo cominciati a disseminarsi in questa fedelissima città di Napoli alcuni semi di perniciosa eresia” .
A detta del pontefice, a causa della protezione di Federico II erano aumentati i casi eretici e bisognava porvi rimedio; i Domenicani vennero dunque ospitati nella “badia” benedettina di Sant’Angelo a Morfisa fondata dall’omonima famiglia, e che già possedeva oltre la chiesa, un ospedale per poveri e un giardino.
La “badia” sorgeva proprio sul terreno tra l’ingresso odierno da Piazza San Domenico e una parte dell’attuale Sagrestia; la convivenza fra Benedettini e Domenicani dovette essere molto propositiva se i primi cedettero definitivamente nel 1231 la badia ai secondi, o forse il potere di questi ultimi era in vertiginosa ascesa.  Si chiuse così una lunga esperienza dei monaci di San Benedetto la cui presenza era documentata fin dal 1116.
Come ben sappiamo, fu Carlo II d’Angiò a volere l’ampliamento di San Domenico Maggiore, e dopo i rovinosi terremoti del 1446 e 1455, Alfonso d’Aragona ne volle le scale sulla piazza da lui ricavata: erano scale oblique, leggermente inclinate verso la guglia (che sarebbe arrivata beninteso solo dopo il 1656) e non come le vediamo oggi, frutto dell’intervento dei primi anni Trenta del ‘700.
Dopo un disastroso incendio agli inizi del ‘500, le prime arche vennero traslate nel 1594 nella primitiva Sagrestia per volere di Filippo II di Spagna; è coi primi anni del ‘700 che si costruisce il passetto con baldacchino di broccati che vede sospese le 42 casse a oltre 4 metri da terra, nella sagrestia ideata dall’ingegner Nauclerio e che Francesco Solimena affrescherà. A Francesco Antonio Picchiatti venne affidata intanto la costruzione della Sala del Tesoro (1678) decorata poi dai massicci armadi di noce (d’Arbitrio 2001).
Sui “passetti dei morti” vennero allocate quindi le arche di Alfonso I d’Aragona -quest’ultima già vuota per via della restituzione della salma del sovrano alla Catalogna- accanto a Ferrante I e II e alla di lui moglie, Giovanna IV; seguirono Isabella d’Aragona e Maria d’Aragona, e via via tutte le altre sepolture: dal 1458 fino al 1811 la Nuova Sagrestia accolse illustri defunti, ultimo dei quali, il corpo di Alessandrin Audrien, nipote di Gioacchino Murat.
Con gli anni ’80 e le analisi dell’Università di Pisa, si mise mano ai corpi dei sovrani e notabili per lo studio dei loro resti cui seguì dettagliata analisi dell’abbigliamento poco meno di una ventina di anni dopo.
A leggere le analisi paleontologiche, ci furono molti casi di imbalsamazione artificiale: Ferrante I e II, e probabilmente Alfonso I, decisero di eternarsi con un trattamento tutto particolare: una lunga incisione addominale li privava delle viscere, mentre un taglio posteriore circolare faceva in modo di asportarne il cervello. Calce, sostanze resinose, materiale terroso e argilloso, foglie e rami vegetali, stoppa, spugne e lana vennero utilizzati per ottenere drenaggi, trattamenti e protezioni o imbottiture per i corpi deposti.
Gli studi contemporanei hanno esplorato 38 arche, di cui 8 vuote, e una con deposizione doppia; sono stati identificati con sicurezza 18 corpi; su 27 casi le deposizioni erano ancora intatte e 15 avevano subito un processo di imbalsamazione (prof. Gino Fornaciari)
Siamo anche venuti a conoscenza delle malattie che questi corpi avevano patito in vita: Isabella d’Aragona, probabilmente morta di sifilide (visto lo stato molto alterato dei denti e il processo di avvelenamento da mercurio, allora considerato rimedio), vaiolo, artrosi gravi, tumori e polmoniti.
Una cosa è certa: i Domenicani accolsero e probabilmente coadiuvarono i processi di mummificazione dei corpi, del resto è testimoniato come cantarelle o scolatoi, siano presenti anche sotto la Sagrestia della basilica domenicana; da esperti sapienti nell’arte delle Spezierie (famose sono quelle di San Domenico e della chiesa del Monacone alla Sanità), essi in più momenti della storia di Napoli, aiutarono tutti quelli che poterono permettersi costosi trattamenti, per la conservazione dei corpi.
Se la pratica a Santa Maria della Sanità è accertata con la presenza degli scolatoi agli inizi del ‘600 e la macabra usanza di ricostituire il corpo con la pittura e il cranio del defunto infisso nel muro, a San Domenico Maggiore la preoccupazione per la conservazione delle spoglie mortali illustri, era presente da almeno un secolo e mezzo.
I Domenicani furono certamente tra gli ordini più attivi e occupati in tal senso: il clima favorevole, il sottosuolo di tufo facilmente escavabile, aiutarono tecnicamente l’attività lucrosa di trattare i cadaveri. Oltre alle sepolture dei Cappuccini di Vienna, che restano comunque successive, Napoli vanta la conservazione del cuore di tre sovrani (Carlo II, Alfonso e Ferrante), spariti nei loro reliquiari nel decennio francese.
Certo, per Alfonso e Ferrante possiamo credere che il cuore fosse estratto durante l’imbalsamazione e dunque conservato; resta leggenda, forse, quella di Carlo II.
Occorrerebbe ancora studiare, per pervenire a dati certi: da Benedetto Croce alle analisi paleopatoligiche, c’è ancora molto da fare per uno dei luoghi più suggestivi al mondo.







10 feb 2014

Zen-Zilda e la Maddalena meditativa alla Scorziata di Napoli

Zilda alla Scorziata da Il Mattino.it
La chiesa e il conservatorio dedicato alla Presentazione di Maria al tempio, nota come la Scorziata a Napoli, prese vita dal progetto educativo dalla nobildonna Giovanna Scorziata e dalla sua “amicizia” con un’altra nobile, Luisa Paparo, e la di lei sorella, Agata.
Il monastero a cui le giovani ragazze potevano accedere, forniva una cristiana istruzione e permetteva di scegliere alla fine del percorso fra la vita secolare e quella spirituale; fu fondato nel 1579 nei locali delle proprietà della Scorziata (parte del rinascimentale Palazzo De Scorciatis) che non senza dolore se ne privò, pur riservandosi una piccola proprietà all’interno del nuovo Istituto, e vi portò con sè anche le sorelle Paparo. 
F.Heyez, Meditazione sulla Storia d'Italia
Luisa divenne governatrice  e Agata vicaria; e così partì l’avventura del monastero laico del Tempio della Scorziata, o delle Scorziate, proprio davanti alla porta laterale della maestosa basilica di San Paolo Maggiore.
Il sodalizio tra le donne non durò a lungo, per ragioni legate allo statuto e ai dissapori tra le tre (Boccadamo); le Paparo andarono così a fondare qualcosa di simile, nel conservatorio delle cosiddette Paparelle.
Già abbandonata e minata dal sisma del 1980, dal bell’ingresso barocco, è stata meta di atti vandalici e furti su commissione che l‘hanno completamente spogliata, fino a subire il disastroso incendio nel 2012, a causa delle masserizie ammucchiate davanti all’ingresso per la festa di Sant’Antuono.
Denudata delle sue bellezze, abbandonata da tutte le istituzioni, la Scorziata si presenta  oggi completamente spalancata, senza il portale perduto nel rogo; con soffitto, calcinacci e quel che resta dell’unica aula ingombra di macerie ma perennemente imbacuccata da impalcature di lavori che non vediamo mai.
Accade nello scorcio di questo piovoso gennaio, che Zilda, lo "street-artist zen" di origine francese, come lo chiamo io, torni a Napoli e scelga la Scorziata come punto di un suo raid di bellezza: entra con amici e operatori, e piazza al centro dell’altare la copia del dipinto di Francesco Hayez, la Meditazione sulla Storia d’Italia (1851).
Non una scelta casuale dunque: quest’opera -e l’altra versione sua omonima- è dipinta all’indomani del fallimento dei moti del 1848 a Milano mentre Hayez insegnava Pittura all’Accademia di Brera, e sotto il velo dell’allegoria e della metafora, nasconde le simpatie patriottiche dell’artista.
Seduta sull’alto scranno, non è una comune donna, ma simbolicamente l’Italia dallo sguardo basso e determinato, umiliata ma non vinta: esplicitamente l’opera richiama “La Libertà che guida il popolo di Delacroix” (1830) che a sua volta nella scelta della figura femminile, è legata al modello della Venere di Milo.
Sulla croce tenuta in mano dalla donna di Hayez è incisa una data, 1848; sul dorso del libro posato in grembo, si intravedono il titolo “Storia d’Italia” e un numero; scacciati gli austriaci da Milano (nelle Cinque Giornate del marzo 1848) e i fatti che seguirono,  la Meditazione sulla Storia d’Italia (1851)  raffigura dunque la Nazione che solleva lo sguardo con fierezza dopo la rovinosa fine della Prima Guerra d’Indipendenza.
Esporre questo quadro al pubblico era piuttosto pericoloso per Hayez :  armata del libro sacro e della croce, simboli della fede e del sacrificio, la donna poteva però anche essere una comune Maddalena. E fu così che questo quadro divenne un simbolo di resistenza e di orgoglio dei Patrioti: negli occhi dell’Italia umiliata, la fiamma dell’indomabilità che solleva fiera lo sguardo.
Torniamo alla Meditazione della Scorziata di Zilda: chinata sulla sedia, il seno scoperto, la nostra Meditazione-Maddalena, allegoria di una Napoli-Italia, sta oggi sull’altare principale, tra calcinacci e immondizie, quasi invisibile a chi volesse ammirarla, superata la barriera di cassonetti ormai poggiati da anni a stabile corredo, proprio davanti allo splendido piperno dell’ingresso della chiesa di Giovanna. E certamente resisterà per poco tempo.
Chiamo zen lo street-artist Zilda, perchè come tutti sanno, le sue opere sono destinate a degradarsi agli agenti atmosferici di tutte le località del mondo dove opera; i suoi raid di pennellate per ricoprire orrende scritte, sono note, ed anche i suoi fulminei incollaggi filmati.
Arte destinata, come i mandala, a perdersi nel tempo: ma solo dopo che ha svolto la sua breve epifania di bellezza... la puntata di trasformazione sulla roulette della distrazione metropolitana.
Così, in quello che fu un educandato glorioso e laico, fondato da una solitaria, ricca e tenace Giovanna Scorziata, e per certi versi irregolare, come lo sono molte opere pie di nobildonne e nobiluomini napoletani, sull’altare maggiore dove un tempo era la Presenzatazione al tempio di un allievo del Solimena, si vede oggi la Maddalena-Italia /Napoli, invitandoci ad una fiera meditazione sulle sorti del nostro paese, in cui ciò che è sacro e bellezza, non ha nemmeno più la poesia di trasformarsi in prostituzione da redimere, ma solo in macerie, da cui dopotutto risorgere ancora.