"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

Quanto presente su questo blog appartiene come diritti intellettuali a Rossana Di Poce, pertanto è vietato copiare i testi o scaricarne le immagini senza previo consenso dell'autrice.

26 nov 2012

L'Afrodite che non c'è, sull'isola che c'è

Non c'è alcuna ragione per pensare in una zona di peschiere antiche che Afrodite Euploia , ovvero della buona navigazione, fosse venerata proprio sugli isolotti della Gaiola a Posillipo. 
Certo è che ai tempi di Vedio Pollione (I d.C.) l'immensa tenuta del Pausylipon era composta da aree specializzate e ben distinte: alla Gaiola c'erano le vasche per le murene e altri allevamenti per la pescicoltura. 
Eppure quella Nereide su pistrice trovata da qualche parte proprio nella tenuta del Pausylipon al tempo dei Borboni...quella Nereide, forse Teti -la più bella dello stuolo delle figlie di Oceano- che cavalca le onde e i delfini oltre che il mostro, mi ha sempre lasciato immaginare che forse, l'Afrodite della buona navigazione -Euploia/Eupleia- potesse essere venerata proprio sugli isolotti della bella marina prima della baia di Trentaremi. 
Ma questa immaginaria suggestione è stata solo lo spunto per parlare dei miti e delle leggende che hanno attraversato nei millenni Napoli e il suo Golfo; il Golfo Cumano per l'Antichità a dirla tutta.
Nereide su pistrice (foto p.agricola)
Dalla Cipro del mito di Afrodite, che nasce da un'ancestrale evirazione tra ordine e caos, alla partenza  delle tradizioni orali dei mercanti di Rodi col mito delle sirene; e quella Partenope, quella  costruzione dell'immaginario collettivo fatta mezza di ali e mezza umana, che si spiaggia su Megara-Megaride, l'isola grande...ma  grande rispetto a che? 
Così, tanto per seguire le belle suggestioni, la bella navigazione della mente, in cui un toponimo è cosa altra che un teonimo (e dell'Eupleia a Napoli abbiamo solo il teonimo di Afrodite e forse una iscrizione dispersa che ne attesterebbe la venerazione da qualche parte nel Golfo, con un accenno vago di Stazio commediografo)  se prorpio dovessi scegliere, idealmente collocherei proprio qui lalla Gaiola, la bella Afrodite cara ai naviganti. 
Non fosse altro che per contraltare alla sua dea dirimpettaia su Punta Campanella, Atena, che forse occupa in una fase più recente, il primigenio tempio delle Sirene. 
E' bello e suggestivo pensare che i due lati del Golfo siano chiusi da due divinità: l'amore e la metis proteggono il viaggio in mare dei napoletani. E il bel viaggio della mia mente certamente obliqua...
E nessuno ci vieta di stimolare a cercare nei due punti più suggestivi che chiudono la baia napoletana, tracce di venerazioni che forse non ci sono mai state. Vuoi vedere che la serendipità ci porta fortuna?
La Gaiola, da caveola, è del resto un posto magico che il CSI GAIOLA ONLUS sta cercando di salvare dalla barbarie in cui era caduta: anche questo infaticabile e autogestito centro di studi interdisciplinari,  è amico della bellezza che deve essere diffusa con tutti i mezzi, compresa la suggestione, che può forse meglio più della fiacca politica dei nostri giorni.
Area Marina Protetta della Gaiola, Napoli.
Così prendi un giorno d'autunno alla Gaiola, un bellissimo giorno in cui il mare è in balia di sè, e una mareggiata sbatte proprio sotto le finestre della stanza in cui devi parlare; prendi un mito ancestrale e una divinità che forse tutelava un mare irto di pericoli e secche, metti un pò di foto di un Mediterraneo antico da Cipro a Knido (dove il teonimo Euploia è attestato) e ti lanci nel canto delle sirene. 
Davvero una bella mattinata, per aiutare la Gaiola e la bellezza a navigare bene ancora davvero.
Grazie a chi c'è stato e ha contribuito a portare avanti la tutela di uno dei Parchi Marini e delle aree  costiere protette più belle della terra. Grazie a chi ci andrà o tornerà.
Certamente mi trova mente e bellezza, ferma là, proprio dove nel mio cuore esiste l'Afrodite del bel viaggio.
Per saperne di più : www.csigaiola.org


24 ott 2012

Procida e Napoli a vela: l'Arturo che c'è in noi

La risorsa del mare a Napoli è quasi sconosciuta. Del resto "Il mare non bagna Napoli", titolo del romanzo della Ortese,  la dice lunga sulla percezione di questa realtà da parte dei cittadini della Sirena. Immettere valore nella città di Napoli dunque, vuol dire anche farla conoscere ai suoi stessi abitanti, affinchè possano amarla, ma anche reclamarne politiche e interventi di tutela, e soprattutto, essere essi stessi il motore del cambiamento che vorrebbero vedere attuato. Il paesaggio di Napoli è quello di una città di mare, di una baia magnifica dal punto paesaggistico che ha risorse immense per risollevarsi da una crisi principalmente morale più che economica. L'orgoglio dei Napoletani, per la loro splendida città deve fondarsi sul rispetto e sulla conoscenza dell'immenso tesoro che questo fragile paesaggio rappresenta: invertire la rotta e scrivere un romanzo che si intitoli "il mare bagna ( e non solo ) Napoli".
Il pretesto di una veleggiata verso Procida, verso l'isola di Arturo e Graziella, è l'invito ad esplorare l'altra metà di noi, quella che nel 1957, Elsa Morante descrisse proprio ne L'isola di Arturo.
Arturo viveva chiuso nella sua piccola, splendida isola. La vita gli insegnò a guardare meglio la realtà, specialmente nei confronti di un padre che amava e che non era poi come lui immaginava, ma solo un uomo...
E noi, cittadini di Napoli, siamo tutti abbagliati incoscientemente da questo spettacolare paesaggio, senza mai approfondire che la sua tutela e la sua magnificenza, poggiano su una base fragile. Gli equilibri di un golfo, tra bradisismo e vulcani ( Marsili e Vesuvio ) ci impongono di considerarne l'assoluta transitorietà del suo stato, dopo decenni di abusi e violenze di ogni genere.
Noi siamo il nostro ambiente: e l'ambiente marino del Golfo possiede risorse di gran lunga superiori a qualsiasi altro habitat. Dalla terra vengono i gas, le eruzioni e i movimenti che lo modificano ogni giorno e ne permettono un continuo rinnovamento: quello stesso che dovremmo volere per noi.
Dunque veleggiare nel Golfo, amarne l'incredibile varietà, osservarne ogni giorno tutto l'anno -perchè le condizioni meteo/marine lo permettono più di molti alti altri luoghi al mondo- rappresentano un potenziale da sfruttare rispettosamente.
Così Arturo, l'altra metà di me, veleggia intorno alla sua isola, dopo averci vissuto sopra per un periodo; proprio come il protagonista della Morante.Senza andare via, senza fuggire, ma restando a lottare per la bellezza e per  il desiderio per cui le persone di valore si incontrano condividendo un momento di convivio e di serenità.
Un turismo consapevole, rispettoso dell'ambiente e soprattutto umano. Un turismo amicale, quasi un non turismo.
Turan Art è anche questo.
(foto di Antonella Panella)

26 set 2012

Ferdinando Fuga e la ragione viva e morta di Napoli

Quando ho scritto questo documentario per Sonus Loci e il Comune di Napoli, "La città dei vivi e la città dei morti" ho fatto un bel viaggio fisico e visivo, dentro queste enormi macchine urbanistiche che sono il Real Albergo dei Poveri e il Cimitero delle 366 Fosse; mi è venuto in mente di chiedermi semmai avessero davvero funzionato insieme com'era nell'impresa di Ferdinando Fuga.
La millenaria storia di Napoli dà ragione di tante cose accadute ed io sono una cantastorie, nientaltro che una cantastorie, e così ho scritto questo pezzo, il cui unico valore a mio avviso è quello di far appassionare proprio alla storia infinita di questa città in cui c'è da scavare sempre...
Buon viaggio tra la ragione e la città dei vivi e dei morti, che è stata, ed è, Napoli...

30 giu 2012

Luce sul castello Lamont (la storia di un colibrì)

sistemiamo lo schermo
Quest'altra storia è raccontata...
C'era una volta un castello dedicato ad una donna: Ebe -secondo una tradizione il nome significa "colei che opera da lungi"; c'era un utopista, ingegnere e inventore, recita la targa sopravvissuta sopra la porta del castello da lui costruito: il suo nome è Lamont Young, scozzese e mezzo indiano= napoletano di mondo. 
Genio inventore a Napoli, ingegnere urbanista e Signore dei Castelli di Partenope (anche il castello Aselmeyer è opera sua). Alla sua morte, per suicidio proprio in villa Ebe, il Castello resta in mano agli eredi che lo lasciano al Comune di Napoli. 
ramazzata in solitaria sulle rampe per Lamont
Ma sfortunatamente, l'amministrazione di sempre e nessun responsabile mai, lo lascia abbandonato a sè, finchè un incendio distrugge il "maniero", i suoi arredi, la sua bella scala elicoidale, il suo valore simbolico sopra le rampe Lamont Young. E così inizia la storia del degrado, fino all'idea di farne un parcheggio...il castello viene vincolato grazie all'opera di un gruppo di artisti, ed è lì ancora, che attende i suoi restauri...se prima non cadrà a pezzi. Quanto sarebbe importante recuperarlo in una zona simbolica di Napoli, l'antica Palepolis, è scontato. Quanto sarebbe importante farne un'azione per la creazione di valore è fondamentale; quanto siamo lontani da ciò, è evidente. 
ai 50 coraggiosi contro il caldo infernale
Così, puntare una luce simbolica sotto il castello, e ci abbiamo messo un faro noi, perchè le rampe non sono illuminate, montarci uno schermo e raccontarne simbolicamente la storia con tutta l'arte che ci è passata dentro....far radunare sotto il castello le persone, i Napoletani, e raccontarne la storia è opera di semina, e dunque ci vuole pazienza e tenacia affinchè i semi possano germogliare. 
Intanto si è attivato il cambiamento, intanto ognuno ci ha messo corpo e soprattutto pensiero, come si dice a Napoli; intanto, come racconta una storiella che un'amica mi ha raccontato, difronte all'incendio della foresta, mentre tutti scappano, solo il colibrì porta nel becco la goccia d'acqua per spegnere le fiamme. Alla domanda " ma a che serve" che gli altri animali in fuga rivolgono al colibrì, l'uccellino più piccolo al mondo risponde: "io ho fatto ciò che potevo"
In una caldissima giornata d'estate, abbiamo fatto ciò che potevamo: raccontare e vivere una storia collettiva, fermarla un istante contro l'incendio del tempo, e tentare di svegliare il colibrì che vive in ciascuno di noi.
Grazie a tutti i partecipanti.

26 giu 2012

Luce sul Castello Lamont

       Partenope Napoli & VulcanoMetropolitano presentano:
                 "Luce sul Castello Lamont"
 cena-teatro nello studio della Monaco per salvare un monumento
                          Venerdì 29 giugno, dalle ore 20.30
Villa Ebe dalla rampe Lamont
Dopo aver organizzato la passeggiata per la conoscenza e la valorizzazione del castello Lamont, o Villa Ebe a Pizzofalcone (in foto a destra) che giace abbandonato dal 2000 dopo un devastante incendio... Partenope Napoli e VulcanoMetropolitano (http://digilander.libero.it/vulcanometropolitano/) hanno pensato una cena spettacolo con proiezione video dedicata al Castello e alla sua tragica storia, proprio sotto il castello.
Si prosegue con la cena nello studio della Monaca: il teatro nel piatto inoltre allieterà gli ospiti mentre la cena sarà servita da noi.
E' una modalità per stare insieme, è cultura e salvaguardia del patrimonio materiale e immateriale di Napoli. Per una serata divertente, leggera e impegnata allo stesso tempo, per stare con gli amici e organizzare insieme molto altro ora che l'estate si avvicina. E poi, a pochi metri, c'è il lungomare liberato che ci aspetta e la vista di Castel dell'Ovo illuminato dalle rampe.


                              "Luce sul Castello Lamont"

                                  Cena-spettacolo, prenotazione obbligatoria:
                                                          338 1099379
                                     cena+proiezione+spettacolo teatrale


16 giu 2012

"Post it":i semi della bellezza, non cadono mai invano.

Il flash mob, questa forma rapida di arte metropolitana che dà corpo ai corpi, che concede il momento all'azione, l'istante che trasforma, accade ormai da tempo a Napoli. Chiaradanza se ne è fatta carico, se carico si può dire, quando qualcuno si alza in piedi e lavora sodo. Ci meravigliano da tempo, improvvisi e non improvvisati: è preparazione, è coreografia, è arte. E' una forma di amore sottile e leggiadro per le città pesanti di sonnolenza, risvegliate dai giovani corpi e dai movimenti.
 E' dinamica di forme, è musica, è stare insieme,spettatori e danzatori. Mettersi in cerchio e godere della gioventù che ci mette l'energia, e di chi ci mette cuore e mente per pensare alle geometrie. Si, è un lavoro...si, qualche volta è anche retribuito. Si, è tutto quello che sappiamo del fare, ma per me è bellezza donata agli occhi e al cuore. E' linfa per la città di Napoli, è vita che scorre istante dopo istante. 
E se il primo istante è di bellezza, il secondo lo sarà di conseguenza. 

Azione e reazione, causa e conseguenza sono così la stessa cosa: l'arte è il mezzo con cui la vita si apre e si regala al prossimo a partire dal sè. 
Per questa ragione non solo i semi della bellezza non cadono mai invano, ma grande è la fortuna di chi fa simili doni di costanza e gioia, perchè li genera per gli altri oltre che per sè solamente.
La mia profonda gratitudine alle amiche che lavorano da anni, coltivando dentro sè i semi, incubandoli nella gioventù, piantandoli a terra anche nel cemento, "eppure sentire/ i fiori tra l'asfalto".

Grazie a Chiaradanza, Linda Martinelli,Anna Redi.  foto di Adriano Meis
               


13 giu 2012

L'Utopia della Sirena (Enigmi al Monte Echia)


WINEFOTO & PARTENOPE NAPOLI(Turan Art) presentano:
                                                                 "L'utopia della Sirena", domenica 17 giugno, dalle ore 10.30
Ci dedichiamo all'arcano mistero delle Sirene e delle Sfingi (da via Solitaria) che percorrono tutta la collina del Monte Echia fino al mare: passiamo per il Pallonetto -'che dobbiamo dare una foto alla signora Maria incontrata nella ricognizione- poi saliamo verso Santa Maria Egiziaca, pian piano verso Pizzofalcone e la villa di Lucullo, fino alle rampe e villa Ebe di Lamont Youg e la sua utopia, per finire dentro lo studio del regista Pasquale della Manaco con una inedita proiezione di "Sangue sull'utopia" dedicato al '799 e girato nel teatro antico di Pompei, con aperitivo e pianoforte.
Per la passeggiata l’associazione wine&foto offre l’opportunità di assimilare i segreti della fotografia in poco tempo svelati dal
Fotoreporter Luciano Ferrara con il supporto di Roberta Basile. Realizzare un racconto fotografico può essere alla portata di tutti, basta essere educati alla percezione dell'immagine e conoscere le basi della composizione.
Una splendida occasione, dunque, per scattare delle inedite immagini dell'itinerario previsto.


Prenotazione obbligatoria:
338 1099379 - 08119579240
wine&foto / studioferrara - Via Tribunali 138, Napoli
T +39 08119579240 - M +39 3929741869
info@winefoto.com

25 mag 2012

Napoli delle Meraviglie:dal tempio di Mercurio a Castel Capuano


  • ‎"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso"  Italo Calvino
    Sulle rovine del tempio di Mercurio sorsero i Santi Apostoli, sul bel poggio che scende tra via Carbonara e Castel Capuano.
    Noi ci andiamo, poi scendiamo per l'antica Santa Maria ad Agnone e Vico della Serpe, mentre leggeremo la lezione sulla leggerezza di ITALO CALVINO, 
    per approdare al Castel Capuano dove TINA FEMIANO ci aspetta con "Federì, ovvero Le storie sono delle femmine con la bocca aperta" dedicato a Federico il Grande.

    Il 26 e 27 maggio: 

    ore 10= visita al tempio di Mercurio/SS.Apostoli
    ore 11.30= visita a Castel Capuano+Spettacolo ""Federì ovvero le storie sono delle femmine con la bocca aperta"con Tina Femiano

    Per l' occasione, sabato e domenica, 26 e 27 maggio sarà aperta la biblioteca di CastelCapuano con l'esposizione dell’Index librorum prohibitorum del XVIII sec, con manoscritti del XVI e XVII secolo.
    Per la passeggiata di domenica, l’associazione wine&foto offre l’opportunità di assimilare i segreti della fotografia in poco tempo svelati dal MAESTRO LUCIANO FERRARA e ROBERTA BASILE. Realizzare un racconto fotografico può essere alla portata di tutti, basta essere educati alla percezione dell'immagine e conoscere le basi della composizione.
    Una splendida occasione, dunque, per scattere delle soprendenti immagini dell'itinerario previsto.

    O'maggio dei Monumenti...siamo noi!
    Prenotazione obbligatoria: 338 1099379 

16 mag 2012

Spaccanapoli di Cultura!

Da ormai diversi mesi, Turan Art/ Partenope Napoli organizza visite guidate alla città di Napoli e del suo territorio, 
in occasione dell' oMaggio dei monumenti e Giornata Europea della Cultura, abbiamo pensato a:
            "SPACCANAPOLI di Cultura!" 
dalle ore 10, visita guidata alla Napoli Greca/Gotica/Rinascimentale, partendo da Piazza Bellini, proseguendo per il centro storico fino ad arrivare a Castel Capuano, entro cui dopo una breve visita, sarà possibile assistere allo spettacolo teatrale  della compagnia AltroSguardo: 


          "KartoliNeapolis"
Narrazione- Spettacolo ideato e diretto da
                                                   ANTONELLO COSSIA
                                                   RAFFAELE DI FLORIO
                                              RICCARDO VENO: flauto/clarinetto 

Molti sono stati e saranno in eterno i visitatori di Napoli, molte le loro storie, i loro appunti e cartoline: dai brani delle loro riflessioni scritte nasce lo spettacolo teatrale messo in scena nel bellissimo Salone dei Busti di CastelCapuano.
Al centro della narrazione il cronista più visionario di tutti: il pittore Micco Spadaro.
Nel 1656 un drammatico evento sconvolge Napoli: la peste si diffonde tra il popolo, seminando morte e terrore in una città già duramente provata da eventi disastrosi avvenuti in
precedenza....in Micco Spadaro, la trasfigurazione della morte diventa elemento di attrazione affascinante e pericolosa al tempo stesso, come il canto della sirena Partenope: ammaliatrice e crudele; come la voce del popolo: bestemmia e preghiera.Ma ci sono molti altri visitatori della città, noi ve li raccontiamo tutti.


"I luoghi più adatti per questo “piccolo viaggio” sono da noi individuabili anche in spazi non teatrali,
ma “teatralizzabili”. Luoghi in cui creare momenti di sospensione, evocare antiche atmosfere, contaminare il
corpo degli spettatori/visitatori con parole e racconti misteriosi, impastati a sonorità dionisiache,
evocazioni di improvvisi abbandoni e di rapimento dei sensi; attimi in cui l’anima, libera da legami
della logica della materia, migra in sconosciuti e magici spazi, ambiti di rinnovata e ampliata
conoscenza."

da un'idea di Rossana Di Poce/Partenope Napoli/Turan Art/Altro Sguardo Ass.Cultt. e la partecipazione speciale di
SONUS LOCI RADIOMEMORIE!
Sabato e domenica 19/20 (ore 10-13.15)
338 1099379, prenotatevi!

15 mag 2012

"Le convergenze dell'amore" M.R.Esposito, 2011

Convergere è "andare verso lo stesso punto, muovendo da direzioni diverse", e forse parlando di sentimenti come l'amore, non si può che utilizzare questa parola: tante strade, un unico anelito. E il romanzo di Maria Rosaria mi è piaciuto più nella sua prima parte, ovvero la storia di Roberto/Veronica e Mirella.
Tutte le nevrosi, tutti i cambi di scena possibili immaginabili e anche il rutilante ritmo delle maschere che cadono per riapparire sotto altra sembianza, vi sono riportati. Dove andrà la storia, che succede ora? Questo è quanto riesci a domandarti, mentre Roberto confessa di essere il figlio gemello perduto, della scomparsa e ormai defunta figlia della coppia protagonista. 
Nulla di nuovo direte, ma non è così, perchè è piuttosto imprevisto quello che accade dopo...
Nella prima parte del libro, tutto è possibile: tutte le storie, di tutti i generi paiono intersecarsi e rendere ogni pagina ricca di possibilità. E così si segue questo lungo racconto sulle diversità e similitudini dei sentimenti con molto piacere: la soluzione finale è inaspettata. Dopo molti lutti, una piccola speranza avvolge la storia di Roberto-Veronica, una piccola luce, nel dramma della non accettazione che gli/le costerà il suo affetto più caro. 
La seconda parte del romanzo, è staccata dal racconto della prima, e ci narra di situazioni più "normali", nel senso della norma; certo più accessibili all'esperienza di tante donne, perchè è ovviamente di donne che si parla: della loro sensibilità, del loro vissuto, del loro sentire. 
E anche perchè no, della capacità di accoglienza che sempre ha la protagonista del libro. 
Per ragioni del tutto personali, perchè rientra nella mia sensibilità di mente androgina, io preferisco di questo libro la prima parte: in essa vedo raccontati molti drammi irrisolti, abbandoni e fughe dal proprio essere, incapacità di dialogo che portano a epiloghi drammatici; tutto quanto il nostro buio medioevo sentimentale lascia emergere. Penso che poteva fermarsi anche qui la storia, che è molto densa e molto complicata, anche se la seconda parte ci spiega forse meglio da dove viene la psiche della protagonista.
Le bugie familiari, i compromessi irresponsabili, le parole non dette del cuore e l'impossibilità di trovar pace in una sola identità: ecco, per me "Le Convergenze dell'Amore", è questa storia di ricerca di identità profonda,  sia essa identità familiare o sessuale. E' l'immersione e il coraggio che ci vuole. 
Identità è una parola strana, la cui radice indica "la stessa cosa" ma attraverso questa cosa, contemporaneamente, anche il diverso da sè. Identità è insomma ciò che rende due cose la medesima -impossibile per definizione e logica, certo- oppure ciò che le rende dissimili e uniche. Questa ricerca passa per quella delle convergenze del cuore secondo Maria Rosaria: amore è una parola unica, declinabile infinitamente nelle modalità, al centro di traiettorie. 
Però forse, il vero punto di arrivo è lo stesso: l'abisso inesplorato di sè. 

10 mag 2012

Una lezione di anatomia della morte(Von Hagens a Napoli)


Napoli ha sempre avuto un forte legame con il mondo dei morti, anzi il mondo dei morti è sempre stato dentro Napoli... sotto per la precisione (nelle chiese, nelle catacombe, nei cimiteri urbani ed extraurbani). Una parte del suo mito fondatore è una sirena spiaggiata che marcisce; quarant'anni prima dell'editto di St. Cloud l'architetto Fuga capì nell'ideazione delle 366 Fosse che i cimiteri dovevano essere messi fuori dalle mura urbane, e del resto le numerose epidemie di peste, colera e febbri avevano insegnato a Napoli che la morte era più vicina, specialmente entro le strette mura.
Nei periodi di epidemia si seppelliva extra-moenia, e di corsa (lo Sportiglione di Santa Maria del Pianto, le Fontanelle della Sanità) ma i nobili e chi poteva permetterselo, restavano a farsi seppellire nelle chiese cittadine, nelle sicure terrasante.
Se si pensa che il Principe di San Severo aveva costruito le due macchine anatomiche e che la magia dell'eterno Purgatorio è ad ogni crocicchio di strada di quella che è la“città dei sangui” che  sorreggono le buone sorti di ogni cosa, si percepisce la dimensione contigua che vita e morte hanno sempre avuto a Napoli.
Tra rituali di “refrisco” alle “capuzzelle” e messe solenni, si è sempre urbanamente consumato, e non solo a livello popolare, quel passaggio «durante il quale tra i vivi e i morti si stabiliscono forti relazioni e che si concludono con la seconda sepoltura che sancisce il definitivo accreditamento del defunto all’aldilà e quindi il suo cambiamento di stato» (C.Hertz).

È solo dal 1969 che fu vietato dal Cardinale Ursi il culto dei morti e delle ossa, e così le “anime pezzentelle” rimasero ufficialmente senza prefiche. Nella morte che si consuma negli ospedali moderni i tempi, le litanie, le modalità del letto col pigiama sono scomparse, e la morte si è allontanata dalla vita, anzi viene nascosta con ogni mezzo.
L'annunciata mostra Body Words ("Körperwelten" in tedesco) presso il Real Albergo dei Poveri dell'anatomopatologo Gunther von Hagens, detto “dottor morte” a causa dell’invenzione della plastinazione dei cadaveri -il processo di arresto della decomposizione per mezzo dell’iniezione nei tessuti di polimeri plastici da lui brevettato nel 1982- fa emergere molte riflessioni.
Il “medico-artista” tedesco parla di morte estetica, di anatomia dl corpo umano e di corpi sani e malati da osservare “nel bello delle loro espressioni anatomiche”.
Sul conto del “dottor morte” sono molte le denunce per traffico di cadaveri ed organi umani, ma finora niente di serio a suo carico è stato mai provato. Lo si può “semplicemente” accusare di provenienza/uso non legittimo o non autorizzato dei corpi, alcuni dei quali proverrebbero dalle carceri o dagli ospedali ove nessun consenso del defunto o dei parenti sarebbe stato espresso.
Aldilà dell'aspetto artistico discutibile delle “sculture viventi”, su cui si può esprimere legittimamente il dubbio gusto di posizioni fatte assumere da cadaveri messi in posa per farne osservare i crudi dettagli anatomici -giocatori, fumatori e addirittura coppie mentre fanno sesso- vi è una palese e pesante manipolazione dei corpi e delle strutture muscolari da parte di Von Hagens, e così la proposta del suo eterno non riposo made in plastica è utile solo per riflettere sul nostro contemporaneo rapporto con la morte.
Von Hagens ha un suo drammatico antenato a quanto pare colto da follia, nel francese dottor Honoré Fragonard (1732-1799). In Francia l'anatomista Fragonard dilettò le aristocrazie con i suoi “scorticati”, cadaveri sezionati e imbalsamati secondo una ricetta segretissima. Un misterioso fluido li avrebbe fissati, in modo da permettere di vedere e conservare tutti i vari strati di muscolatura superficiale e profonda, i tendini, l’apparato vascolare e circolatorio. Celebre il suo Cavaliere dell'Apocalisse, un uomo e il suo equino che cavalca passando sopra feti umani (replicato tra l’altro in parte da Von Hagens). La Rivoluzione Francese distruggerà gran parte di queste macabre macchine sceniche, e ciò che resta è visitabile al museo Fragonard di Parigi. E proprio la Francia, ormai da diverso tempo ha vietato a Von Hagens di mostrare le sue “opere” contemporanee, memore forse di questo suo passato tragico.
Nato nel 1945 nella parte di Polonia allora occupata dai tedeschi, Von Hagens è cresciuto nella Germania socialista dell'Est; si narra che i suoi numerosi tentativi di fuggire all'Ovest gli costarono due anni di detenzione in un lager fino a quando nel 1970 riuscì a ottenere l'estradizione in Germania Ovest.
Colpito dal morbo di Parkinson, Gunter Von Hagens a 65 anni, ha espresso il desiderio di essere plastinato egli stesso nel suo studio al Plastinarium di Guben, il suo speciale museo nella Germania Est; evidentemente vuol conservarsi entro l'ultima delle tedeschewunderkammer (camere delle meraviglie) che tanto dilettavano gli intellettuali di un tempo.
La mostra Body Word ha sempre scatenato molte polemiche ovunque sia andata; i suoi sostenitori oppongono la plastinazione alla tumulazione e trovano un coro unanime di consenso tra chi ha paura di svegliarsi sottoterra o sapere che il proprio corpo non sarà pasto di vermi.
Ma a ben vedere proprio a Napoli, la mostra di Von Hagens pone ben più grandi interrogativi: perchè nella città dove il Purgatorio in particolare è ad ogni angolo e determina uno spazio peculiare di stallo e persino di comunicazione col mondo dei morti, non possiamo accettare grossolanamente che una strategia funeraria sia solamente la modalità con cui si tratta un corpo dopo la morte, ma dobbiamo riflettere sul complesso e negoziato rituale che sta intorno alla morte e che rende la morte stessa accettata e accettabile dai vivi.
Le porte dell’Ade che Virgilio vedeva nell’Averno, la comunicazione con “gli aldilà” delle Sibille o persino nel cimitero delle Fontanelle, con Von Hagens perdono la loro grande forza catartica e forse anche la loro poesia.
La morte, rimossa dalla coscienza contemporanea continuamente, tra divieti di culto che sono calati come una scure su rituali che hanno aiutato a superare grandi tragedie collettive  -come la II Guerra Mondiale nel culto delle “Anime Pezzentelle”- viene staccata brutalmente nelle tre fasi antropologicamente riconosciute e codificate da millenni: separazione-margine-riaggregazione (Van Gennep).
La plastinazione è davvero una alternativa culturale accettabile, e se lo è, come agisce nei confronti della morte?
Com'è una morte che non è riposo, ma eterno attimo fermato artificialmente, spesso non per volere proprio, ma perpetuo non passaggio definitivo, restare simulacro della materia mortale che sta là, davanti ai nostri occhi, cruda e nuda, fredda e inerme; morta alla vita comunque, che è invece calore, presenza, vulnerabilità? E quanta letteratura ha immaginato le stesse domande e dato mostri più innocui ma non meno potenti simbolicamente che certo non aspettavano di essere composti da pezzi anatomici veri, come Frankestein?
Nella città che più di tutte coniuga morti e vivi, che evoca le ombre dei defunti persino per il gioco del lotto, nella città dei Monacelli e degli scolatoi, “dove le presenze sono pari al numero dei vivi” (R. La Capria), dove le strategie funerarie hanno assunto peculiarità culturali collettive che ne segnano la storia intera, sarebbe un degno oggetto di convegno serio chiedersi cosa aggiunge Von Hagens all'arte o alla medicina.
Inoltre che lo si percepisca o meno, nel corso della Storia, come ci ha insegnato la Chiesa più volte, «regolando i rapporti coi morti, si davano in realtà nuove regole alla società dei vivi».
Forse prima di una mostra così contestata e brutale, un convegno serio aiuterebbe a non restare là, inchiodati vivi tra macchine di plastica e carne (morta), per un timore ancestrale della decomposizione, negazione irrazionale del tutto scorre, che sospende solo l’idea della putrefazione che tanto ci disturba, ma non aiuta certo a riflettere sul più naturale e traumatico dei passaggi della vita: la morte. Gesualdo Bufalino scrisse:Dovetti scegliere tra morte e stupidità. Sopravvissi”, e come dice Massimo Troisi  al monito del memento mori“mò m’o segno”.
(pubblicato il 5 aprile sul Nuovo Monitore Napoletano)

13 mar 2012

Associazioni e spazi:democrazia partecipata e beni comuni (sulla metafisica del vuoto 2)

In questi giorni è continuata l’occupazione da parte del collettivoLa Balena degli spazi dell’ex-Asilo Filangeri, sebbene in queste ore l’azione vada assumendo toni conciliativi e soprattutto di utilizzo regolamentato degli spazi; le trattative con l’Amministrazione Comunale sembrano a buon punto, ma sollevano insieme ad altri avvenimenti, alcune osservazioni.
Da tempo ormai, si è andata formando presso il Pan (Palazzo delle Arti di Napoli) una “Assemblea Permanente sulle arti della scena” composta da oltre un centinaio tra singoli operatori ed associazioni in prevalenza del teatro, che venerdì 9 marzo ha espresso mediante una efficace e interessantissima conferenza stampa, le esigenze programmatiche e di riordino del settore spettacolo e teatro.
Altri “tavoli di riflessione” sono aperti al Pan, e musicisti ed altri addetti al settore della cultura, continuano ad incontrarsi per produrre proposte ed analisi che si spera presto sfoceranno in iniziative concrete che la Pubblica Amministrazione possa recepire e ascoltare; le proposte, i suggerimenti, le petizioni ed anche le denunce del mondo delle arti e della cultura artistica in genere, appaiono preponderanti in questo momento sulla scena cittadina.
Aldilà della reale e concreta capacità di analisi e sintesi dei problemi e della possibilità di suggerire o portare avanti progetti più o meno sostenibili da parte di organismi molto diversificati tra loro e disomogenei, questi avvenimenti provano che la nostra città ha bisogno in questo momento di ampie riflessioni per perseguire quella democrazia partecipata e politica dei beni comuni, vanto dell’amministrazione comunale durante la campagna elettorale,  la cui attuazione è ancora lontana.
L’occupazione del Forum delle Culture -o di ciò che ne restava dopo l’annunciata dismissione della Fondazione da parte del sindaco De Magistris- unitamente ai tavoli di riflessione del Pan,  manifestano una profonda esigenza non solo del mondo delle arti e dell’associazionismo locale, ma di tutto il corpo sociale napoletano di saggiare e lasciar emergere quella concreta esigenza espressiva che istanze sociali urgenti (problematiche del lavoro, diritti civili e interculturalità negata, istanze di genere... solo per citarne alcune) sollevano con modalità diverse per denunciare la reale mancanza di opportunità concrete, di sostegno, di potenzialità, di sviluppo della città.
È ovvio che la pressione di alcune richieste corre il rischio di scivolare anche in azioni illegali come le occupazioni, di cui quella della Balena è tutto sommato non delle peggiori, ed anzi, non priva di quel pungolamento necessario verso una azione politica unitaria e chiara negli intenti e nelle modalità.
In questo strano momento storico, dove è sia possibile occupare uno spazio pubblico ed ottenere una base negoziale di trattativa, sia sgombrarne un altro per presunte irregolarità di gestione contrattuale (o qualunque sia stato il motivo dello sfratto di Ingegneri senza Frontiere), si potrebbero anche instaurare pericolosi precedenti di cui va tenuto conto.
I progetti di assegnazione degli spazi comunali, di cui è in discussione da tempo un regolamento, non devono concedere ad alcuni e negare ad altri su basi discrezionali ed opache, come sempre è stato finora, ma farsi carico di discernere iniziative giuste da azioni interessate e lontane dalla pubblica utilità.
Solo in questo modo, dialogando con progettualità più o meno serie e concrete, osservando le azioni e i metodi delle associazioni sul territorio e i loro concreti ed evidenti risvolti nel tessuto sociale (ma anche economico e culturale in genere) si può appurare la reale compatibilità con quelle istanze sociali diversificate cui si accennava prima, e cercare di isolare i tentativi e le pulsioni egoistiche di alcuni soggetti.
Solo facendo una accurata analisi sui contenuti e sulla reale ricaduta sociale costi/benefici, si riuscirà davvero ad attuare quella democrazia partecipata non disgiunta da una riflessione ferrata sul concetto di beni comuni, su cui abbiamo tutti appena iniziato la meditazione.
L’associazionismo, soprattutto quello di più grandi  organismi interassociativi (come i collettivi o le assemblee permanenti) svolgono un grande lavoro di riconnessione del tessuto sociale, sviluppando spesso le azioni che le amministrazioni, vuoi per congenita carenza o dimostrata incapacità, non riescono a mettere a disposizione dei cittadini.
E’ ovvio che esse per prime, vista la tragicità del momento economico e considerato anche il cambio amministrativo della politica locale, premano per avere risposte concrete e coerenti che facciano davvero intravedere la differenza con un sistema politico tanto criticato quanto radicato.
E’ necessario dunque spingere verso una valutazione più ampia, ma anche osservare le azioni che questa amministrazione sta già mettendo in campo, perché come si è sempre detto in campagna elettorale, il ruolo dei cittadini è anche quello di osservatori non indifferenti alla politica.
Parafrasando una bella canzone, Napoli non ha bisogno di scrutatori non votanti, ma di impegno politico a tutti i livelli: è compito di ciascuno monitorare ed formulare stimoli a coloro che amministrano.
È compito di ognuno osservare e capire quel vuoto ideologico che ci attornia da tempo e con cui troppo spesso, senza accorgersene consciamente, si pretende di fabbricar vasi. Quel vuoto che andiamo riempiendo di esperienza, darà la concreta forma: questa è la sostanza impalpabile che chiamiamo democrazia da 25 secoli e che si manifesta eternamente con fragili pareti.

Pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano:
http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=619%3Aassociazioni-e-spazi-democrazia-partecipata-e-beni-comuni-sulla-metafisica-del-vuoto-2&catid=35%3Aattualita&Itemid=18

7 mar 2012

L'occupazione del Forum delle Culture sul Nuovo Monitore Napoletano


Se è possibile occupare un vuoto (metafisica ideale dei buchi)
articolo pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano


L’occupazione del collettivo La Balena di una parte delle strutture dell’ex-asilo Filangieri, sede dell’ex-fondazione Forum delle Culture (perché il Forum a quanto pare si farà), nasce da un assunto di fondo: la vacuità del forum stesso.
Il Forum delle Culture insomma era un vuoto; o forse non lo è più, stando alle ultime posizioni dell’Amministrazione comunale.   Sono stata alle assemblee di venerdì e di ieri, e devo dire che c’era moltissima gente: ragazzi soprattutto, ma anche animatori della cultura napoletana che per lavoro mi trovo spesso ad incontrare. Non entro nel merito del lecito e dell’illecito della complessa vicenda, ne colgo alcuni aspetti salienti.
Riempire un vuoto si può e forse si deve, a patto di capire bene cosa e come è, quel vuoto; riempirlo solo con i corpi e con poche e confuse idee, non va bene. Soffiare in vuoto, raramente genera suono.
Però comprendo che sibili e fischi siano udibili meglio dai cetacei, e c’è anche il canto delle balene da considerare. Passare da “Napoli città dell’emergenza” a “Napoli città dell’urgenza”, espressione che ho sentito spesso nelle assemblee di questi giorni, sposta la città e il suo immaginario su un piano emotivo istintivo che non mi pare giovi a qualcuno o migliori di fatto la situazione… anzi, ne aggrava l’eterna tendenza all’improvvisazione.
È invece bello che moltissimi giovani ed adulti si riuniscano per parlare, per confrontarsi, per ascoltarsi, per dare vita ad una produzione del pensiero collettivo, ovvero una intelligenza condivisa che metta in circolo le idee ed energie e tenti di riallacciarle il locale ad una più ampia situazione nazionale, con la dovuta riflessione ovviamente.
Gli spot non so a quanto servono, ma ne ho segnato qualcuno: “la cultura non si governa, si lascia esistere”, e non è male, salvo riconoscere che la cultura coincide talvolta col potere o col governo, ed ha un rapporto stretto, per usare un eufemismo, proprio con l’esistenza stessa; la cultura, diceva un grande antropologo, è tutto ciò che l’uomo fa, ed i francesi di recente hanno aggiunto, tutto ciò che l’uomo fa contro la morte…
“Potere e cultura” del resto era anche tema dell’assemblea pubblica voluta dalla consigliera Simona Molisso qualche settimana fa negli stessi locali occupati: un Forum delle Culture dunque non tanto vuoto, nella voragine di idee e pensieri del nostro tempo.
L’espressione che ho udito più volte, “ecologia della democrazia”, non è proprio nuova, va da sé che a Napoli può risultarlo, essendo città dal difficile rapporto con la spazzatura, e ben vengano le riflessioni collettive sui “beni comuni”, sui “lavori artistici” ed i diversi temi degli incontri-assemblee.
Solo mi viene difficile capire perché ci si ostini a voler tenere fuori l’Istituzione e i suoi rappresentanti, dal dialogo e dal confronto: è anzi auspicabile che questa forza delle megattere di emergere con grandi fiati, divenga una forza di confronto, forza politica… se ne ha forza. Solo così, quei vuoti pneumatici del pensiero si possono riempire, e non solo con i corpi che fanno massa critica e respirano per vivere. Una pratica di autocoscienza è diversa da una pratica politica.
Una politica del desiderio, ho ascoltato, contro una politica del bisogno.
E allora, propositivamente partendo da questa occupazione di vuoti da riflette, si trovi la forza di generare un processo aggregativo di ampio respiro, che includa i soggetti e le associazioni napoletane in un unico organismo identitario locale, che abbia la voglia di proporre alle Istituzioni come riempire quei buchi; e se le Istituzioni stesse fanno acqua da tutte le parti, colabrodi elettorali senza direzione, che tutti ascoltino anche la voce di chi da tempo sta costruendo in questa direzione, perché non v’è presunzione peggiore dopo 25 secoli dall’invenzione della democrazia, di pensare che si crei dal nulla qualcosa di nuovo per davvero. C’è del buono in questa occupazione, c’è dell’incontro e della possibilità; c’è speranza di cambiare da parte di molti, di generare processi culturali diversi, di esserne parte attiva: parte viva.
La politica, più o meno cosciente, del contro qualcosa o qualcuno non ha mai generato il bene; la politica dell’esclusione, a qualunque livello si operi -dal piano personale a quello istituzionale- non ha mai generato costruzione, ma ha solo esasperato i toni e le vicende.
Si aprano rapidamente tavoli di trattativa con il Comune e con tutte le associazioni napoletane che lo vogliano; si suggerisca anche a livello nazionale e perché no, al mondo –la virtualità ce lo consente- che davvero il Forum delle Culture è iniziato a Napoli, venerdì, e che avrà la forza e la voglia di includere processi a lungo termine di generazione di idee, economia, lavoro, arte, aggregazione: persone e cose, idee e materia in movimento. Quando ci si mette in cerchio, oltre 100 individui come ho visto, quando si ha la costanza e la maturità di segnare gli interventi uno ad uno, ascoltare, proporre e discutere, proprio al centro del cerchio si crea un vuoto: lo riempie ogni corpo e ogni mente che c’è, interagendo con le altre.
Ma è appena il fiato del lungo respiro che occorre, per non dare fiato alle sole trombe.
Le balene hanno tragica morte, si spiaggiano a largo: già capitò alla Sirena molto tempo fa, ma ne nacque una splendida città.
Ogni voce, pneuma individuale che si fa collettivo respiro -e non una cetacea fagocitazione di piccoli pesci placton- ogni voce entusiasta, può essere ispirata; entusiasmos significa infatti fiato di attraversamento divino.
“Diamo asilo alle idee ed all’arte”, bellissimo spot questo; bellissimo inizio che viene dal mare anche per una parola, cultura, che deriva invece semanticamente dalla terra, da pratiche e processi di semina, crescita e selezione.
Davvero io credo in uno strano proverbio che ho trovato stamattina, mentre mi accingevo a scrivere qualche riflessione sull’occupazione del Forum delle Culture, proprio sul taccuino in cui in questi giorni ho segnato gli appunti: 
“Con l’argilla fabbrichiamo il vaso, ma è il vuoto che contiene quello che davvero vogliamo” (Tao Te Ching)


http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=595%3Ase-e-possibile-occupare-un-vuoto-in-un-forum-metafisica-ideale-dei-buchi&catid=35%3Aattualita&Itemid=18 www.nuovomonitorenapoletano.it