"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

Quanto presente su questo blog appartiene come diritti intellettuali a Rossana Di Poce, pertanto è vietato copiare i testi o scaricarne le immagini senza previo consenso dell'autrice.

16 apr 2019

Notre Dame: tra Corone di Spine, gobbi, e Torquato Tasso.


Notre Dame, Parigi, la Flèche crolla
Il disatro dell'incendio di Notre Dame a Parigi, venne scongurato nei giorni della Comune: dal 18 marzo al 28 maggio 1871, l'insurrezione rischiò di darle fuoco. Nella "Settimana di sangue" (21-28 maggio) due barili di polvere da sparo e inneschi di petrolio, avevano rischiato di far saltare in aria la Cattedrale, e solo per poco si evitò il disastro. La Rivoluzione Francese intanto, l'aveva già spogliata dell'oro, del bronzo e di quasi ogni cosa preziosa che conteva. Quello che finora si legge dalle cronache di questa nefasta giornata del 15 aprile 2019,  è che è bastato un ponteggio, per beffa pertinente ai restauri, per cancellare la cattedrale e il suo giacimento culturale, comunque la si voglia vedere, e soprattutto Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Certamente uno dei simboli della capitale francese. Per quanto si voglia minimizzare il danno, è evidentemente impossibile: già Torquato Tasso, visitando Parigi nel 1570, rimase colpito  dalle vetrate di Notre-Dame. 
E se anche fosse per il capolavoro di Victor Hugo del 1831, Notre Dame, basterebbe questo a farci
NotreDame, dieci giorni fa con le impalcature intorno alla guglia-flèche
rimpiangere l'importanza del luogo. Non occorre che si creino danni meramente materiali, bastano anche quelli simbolici certo, ma per quanto possiamo essere scettici nei confronti dei restauri operati da
Eugène Viollet-le-Duc che
nella seconda metà dell'800  mutò vetrate, completò pinnacoli, bassorilievi e introdusse i  gargoyles inesistenti nel progetto medievale,  quella è diventata Notre Dame. Non un'altra, è entrata nell'immaginario collettivo del mondo. E' qui infatti che Napoleone decise di incoronarsi Imperatore dei Francesi.
I finti meli in fiore, di questo aprile 2019

 La cattedrale eretta a partire dalla seconda metà del 1100  con numerosi interventi  arriva fino alla seconda metà del XIV secolo, presenta 5 navate di stile gotico, e aveva problemi di conservazione evidenziatesi già clamorosamente nel corso del 2017, tanto da dar vita a un restauro (2018) che ne aveva permesso la rimozione delle 12 statue degli apostoli dal tetto con mezzi aerei. La pietra, gli archi rampanti e le vetrate mostravano segni di cedimento: non si poteva aspettare. E soprattutto il tetto di piombo, sostenuto da assi di quercia ancora in gran parte originali  del 1200, che è andato distrutto: e la flèche ottocentesca -la guglia a freccia- la cui struttura è quasi interamente di legno, è collassata. Cosa sia stato delle reliquie di San Dionigi, Santa Genoveffa e in sagrestia, dove ancora si devono capire i danni, della Corona di Spine portata a Parigi nel 1239 da Luigi IX, resta da verificare. I danni si conteranno domattina, e in giornata, non appena l'incedio sarà domato.
Oggi per distrarci possiamo solo ricordare tra le tante cose, il film Il Gobbo di Notre Dame (1939) del regista tedesco W. Dieterle, e prima ancora quello di Wallace Worsley del 1923 per pasare al celebre film Disney ( 1996), e l'opera musicale Notre Dame de Paris (1998) di L. Plamondon, con musiche di Cocciante, che hanno fatto sognare il mondo, tra zingari e creature deformi. In fondo erano 54 i mostri ottocenteschi- gargoyles in omaggio a #VictorHugo che non ci saranno più; un popolo immaginario di sculture che guardava Parigi dall'alto di #NotreDame che tutti conosciamo o abbiamo visto almeno una volta sui libri o in fotografia. Furono certo aggiunti dall’architetto ottocentesco, ma non per questo come dice qualcuno, cinicamente, non importa del crollo.
Reliquia della Corona di Spine
La bella canzone Notre Dame di Edith Piaf, che recitava nel testo la difficoltà delle pietre portate a spalla sopra l'acqua, ci racconta della tragedia del conservare, che è diverso dal ricostruire. E infine, citare Hugo serve a spiegarci almeno per ora cosa non è accaduto: 
"Nell'ombra, a quell'altezza, faceva uno strano effetto e le buone donne dicevano: Ecco l'arcidiacono che soffia, e lassù in cima fiammeggia l' #inferno (...) Neanche il popolo si lasciava ingannare; per chiunque fosse un po' accorto, Quasimodo passava per il demonio, Claude Frollo per lo stregone..."
- E' certo che nella sua millenaria storia Notre Dame, non sarà più la stessa.

25 feb 2019

Se Atlante Farnese è donna al Madre



Tutto esaurito al Madre, Museo Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli, per la performance della danzatrice campana Luna Cenere, 32 anni. Ho avuto la fortuna di stupirmi ed emozionarmi con la sua performance al Ravello Festival, nel suo Natural Gravitation dedicato a Isadora Duncan, la mitica danzatrice americana morta tragicamente per una sciarpa impigliata nella spledida Bugatti. A Ravello, mi erano tornate in mente le scene di Vanessa Radgrave che aveva interpretato Isadora nel lontano 1968. Può un corpo portare su di se l'esperienza di un'altra vita? Luna Cenere continua la sua ricerca personale, fatta di domande che pone al suo lavoro di danzantrice, come più volte ha dichiarato: prova sul suo corpo movimenti e coreografie insieme alla sua magica sfera. A vederla al Madre, in Natural Gravitation Coreografie per Bob, ovvero Robert Mapplethorpe ( 1946-1989 ) il fotografo che spezzò la linea tra nudità e pornografia, immortalando corpi nudi maschili e femminili di sconcertante bellezza - una sua personale è in mostra al Madre- con lo stesso grave tondo satellite, Luna si carica ancora di un mito e di un altro peso umano dall'esistenza straordinaria. Robert nacque in una numerosa famiglia di origine irlandese nel Queens e studiò a Brooklin: i limiti estremi della periferia newyorkese e dell'emigrazine, e decise di incarnare il bad boy americano. La sua trasgressione era una sfida alle regole da cui proveniva.
Le sue foto sono uno schiaffo alla visione del corpo omologato, una ricerca continua di "botanica del corpo" come è stato scritto, una sorta di dissezione visiva degli stereotipi. Luna Cenere, ha messo in movimento su di sè quelle immagini di Bob che tanta pessima critica ha definito oscene, quando ha ideato la sua performnce nell'ambito delle "Coreografie per una mostra" promosse dalla Fondazione Donna Regina, guidata da Laura Valente e Andrea Viliani.
Luna e il suo satellite, metafora del proprio io nel nome, danzano partendo da immagini che tutti conosciamo: l'Atlante Farnese al nostro Mann, che sorregge un Cielo denso di simboli astrali, e via via, allegerendosi in un eden di forme, dove il suo corpo nudo non ha ripari,  disegna ramificazioni del suo deserto interiore, dove compie ogni ricerca prima di mostrarcela. Una eremita del corpo, in un eden anatomico: è facile immaginare cosa possa scatenare visivamente. In un'epoca di demonizzazione e annientamento del corpo femminile, oggetto di proprietà e di distruzione maschile, Luna e il suo alter ego -il satellite con cui danza in metafora- mostrano uno strano peso gravitazionale relativo alla capacità di alleggerire i tabù, proprio come intendeva Mapplethorpe con le sue foto.  Vederla nuda danzare, è un piacere visivo unico, estetico e della mente. Il libero corpo femminile trionfa, senza paure e vincoli.
Per intendere Mapplethorpe e anche Luna, forse bisogna capire il limite tra pornografia ed erotismo. Umberto Eco scrisse che è nel fattore tempo: "perché la trasgressione abbia successo occorre che si disegni su uno sfondo di normalità. Rappresentare la normalità è una delle cose più difficili per qualsiasi artista – mentre rappresentare la deviazione, il delitto, lo stupro, la tortura, è facilissimo ".
La vera trasgressione esiste non per sfidare, ma perchè ha mutato l'ordine delle cose : per esistere, ha dilatato le regole del normale, trovandosi un posto concreto fra esse, e divenendo parte della regola stessa.
Luna Cenere davanti al ritratto di Mapplethorpe
Quando Astolfo sale a ricercare il senno perduto del duca, nell'Orlando Furioso, annusa dall'ampolla leggera del suo stesso senno perduto, e come aereo vapore, questo sembra tornare al suo corpo. Luna, con i senni perduti delle sue biocoreografie ci fa respirare le esistenze dei protagonisti e la ricerca che lei stessa compie, come un Astolfo al femminile leggiadro su superfici in cui esistono asperità esistenziali, naturali gravitazioni che sottraggono pesi e misure al giudizio quotidiano. Uscita dal suo senno per ricercare gli altrui da mostrarci, nei boschi sacri della danza dove le ninfe stesse danzavano nude, annienta il tempo e persino la trasgressione, perchè è un corpo che danza nei corpi, al tempo dei tempi, come un Atlante Farnese che sia donna - e mai si è visto davvero.  Danzando davanti ai nostri occhi per muovere l'aria e farci inspirare le esistenze satellitari, Luna è la prova concreta che sulla terra su cui poggiamo: "sol la pazzia non v'è poca né assai; che sta qua giù, né se ne parte mai".

Fotografie di Amedeo Benestante su gentile concessione del Museo Madre

24 feb 2019

Vandalizzato il murale della Tarantina



Carmelo Cosma in arte La Tarantina, è un mito di 83 anni diventato in questi giorni un murale in via Concezione a Montecalvario, dal titolo TARANTINA TARAN ultimo femminiello realizzato da Valerio Valiente. Ma qualcuno ha deciso che questa non sia più la cultura napoletana, cancellandone il viso di una storia millenaria.
La Candelora è da poco passata: la festa ufficiale dei femminielli di Napoli a Montevergine su cui abbandonano testi, racconti e ricerche, che affondano fino all’VIII secolo d.C. le radici di un genere ulteriore, quello naturale dei femminielli napoletani.
Cultura unica al mondo ad avere elaborato la convivenza con il travestitismo, tra rituali di figliata e legami con la dea fortuna.  Chi ha compiuto il gesto evidentemente ignora completamente tutto questo, e ritiene che Napoli sia altro, ma cosa? Un ignobile gesto di distruzione con lo spray?
Come racconta la sua biografia (Tarantina e la sua “dolce vita” di Gabriella Romano, 2013) è nata ad Avetrana nel marzo del 1936 -oggi tristemente famosa dopo il delitto di Sarah Scazzi- ed ha ancora una sorella ultracentenaria, e lì ha l’ultimo affetto familiare che le rimane. La fame, quella vera, l’aveva condotta lontano: a nove anni viene cacciata da casa, e a 12 a Napoli durante la guerra. Trasferitasi nella Roma della dolce vita a piazza Rondanini a due passi dal Pantheon, diventa ispirazione per la pittrice Novella Parigini, e conosce Fellini. Pasolini la porta a cena, frequenta Moravia, lo scrittore Goffredo Parise, Laura Betti e Marina Lante della Rovere. Posa per l’Accademia di Belle Arti di Roma, e nel 1968, dopo una foto osè a Villa Borghese finita sui giornali deve scappare. Torna a Napoli diventando domestica di una casa di tolleranza. Fortunato Calvino le ha dedicato un video-documentario proiettato al Pan (2016) e ancora prima la Federico II una ricerca sull’estinzione del genere femminiello, di Massimo Andrei. Enzo Gragnaniello e Red Ronnie l’hanno intervistata al RoxyBar, e ancora Fortunato Calvino l’ha portata al Teatro Nuovo a recitare nel 2018 la sua stessa vita.
Intervistata di continuo, coccolata dal popolo, ormai parte storica dei Quartieri, la dignità e la lotta per la sopravvivenza sono raccontate con una lucidità estrema: una Napoli affettiva dove la Tarantina finalmente trova la vera inclusione sociale. Finita in carcere più volte per travestitismo, negli anni del buon costume e delle censure,  era a Poggioreale durante il terremoto del 1980, e oggi vive di pensione minima partecipando alle Tombole Scostumate, la vera arte dei femminielli. Nella letteratura napoletana Giuseppe Patroni Griffi, Annibale Ruccello, e Maurizio de Giovanni hanno incluso i femminielli nei loro racconti e ancora, Antonella Ossorio ne “La Mammana” ha giustamente parlato di Lucina, il femminiello delle Quattro Giornate, perché come sappiamo ormai storicamente, i femminielli organizzandosi parteciparono con coraggio alla lotta di liberazione della città. Nel suo quartiere, la Tarantina ha finalmente il suo ritratto col panariello, e insieme a Peppe Le Poisonniè, ‘o pesciaiuolo del Vasto, è parte della cultura che affonda nei racconti di Basile, di De Simone e Curzio Malaparte. Ci tiene ad essere chiamata femminiello: trans, gay, omosessuale, sono per lei nomignoli senza senso, quasi volgari. E non possono racchiudere la sua vita, fatta di diversità e peripezie, che a Napoli ha trovato accoglienza e calore umano da sempre. E se ha un rimpianto è quello di essersi rifatta le labbra cedendo ai tempi del silicone: “Mi sono rovinata la bocca, guarda ‘cca comme sto cumbenata!”.  Ai Quartieri Spagnoli, nel suo vascio la mattina prepara il caffè e una tazzina la poggia sul davanzale: la offre ai passanti e agli amici, per chiacchierare e accogliere, stare insomma tra la gente, come ha sempre fatto. La strada in ogni declinazione possibile, è stata tutta la sua vita. E la strada oggi le tributa l’omaggio più triste: l'atto vandalico che non meritava.

15 set 2018

Il progetto Quartiere dell'Arte: "fare insula" del contemporaneo




Napoli dal terrazzo del Museo Nitsch
Il Museo Hermann Nitsch festeggia il suo decennale (2008-2018) nella ex stazione a carbone del Bellini: un tempo vi si produceva energia per lo stabile progettato da Carlo Sergente, ed ha finito con l’illuminare l’Orgienm Mysterien Theater (il Teatro delle Orge e dei Misteri) che affonda nei riti e nel primordiale la sua sperimentazione.  Relegarlo comunque a “semplice” museo è riduttivo: molteplici laboratori, la residenza dell’artista, le sale di proiezioni e le performance che ha ospitato, lo hanno reso un luogo di propagazione e divulgazione; davvero una piccola e dinamica centrale dell’arte. L’area dell’antico borgo fuori le mura del Largo Mercatello, detto Limpiano, si trasformò in Limpiano-Pontecorvo quando Fabrizio Pontecorvo al seguito di Don Pedro di Toledo, divenne ricchissimo arrendatore della Dogana e riuscì a mettere le mani sulla zona: sul lembo estremo di quei terreni, sorge il Nitsch che ha una visuale splendida sulla città.
Il panorama del Cavone dal Museo
Il museo napoletano è il secondo in Europa dedicato all’artista viennese e precede di un anno quello bavarese a Mistelbach. Secondo una strana prospettiva ribaltata, il primo affonda le radici in una ex fabbrica di utensili agricoli, mentre a Napoli occupa l’investimento industriale del barone e deputato Nicola La Capra Sabelli. Questi, proprietario del Teatro Bellini, aveva deciso di impiantare la centrale elettrica prima del balzo sul Cavone: i locali sono datati a fine ‘800, ampliati dalla successiva Società Gas e Illuminazione (1925). Tra passaggi e abbandoni, nel 2000 la Fondazione Morra ne ottiene un comodato d’uso trentennale e ristruttura con l’architetto Rosario Boenzi. L’intervento conservativo ha lasciato a vista tutte le tracce della sua ex-funzione, ospitando i “relitti della memoria” dell’opera di Hermann Nitsch fin dal 1974, anno delle prime collaborazioni con lo Studio di Giuseppe Morra. Dal 1992 il gallerista di via Calabritto, nel Palazzo dello Spagnolo alla Sanità, mise in moto un processo virtuoso in cui l’arte rigenera i luoghi, per passare poi al Quartiere Avvocata: è qui che il progetto Quartiere dell’Arte è maturato con Pasquale Persico e Ugo Marano, includendolo dal 2013 nel Grande Progetto Unesco. Il fulcro era costituito dall’ex convento delle Cappuccinelle, già carcere minorile Filangieri, passato dal Demanio al Comune nel 2014. L’ex riformatorio sarebbe diventato un vero e proprio centro di produzione delle arti, contemplando laboratori e residenze per i giovani artisti e stagisti; nel settembre 2015 sono seguite purtroppo le occupazioni di varie associazioni bloccandone lo sviluppo. Occorrevamo oltre 14milioni di euro per restauro che il Comune non aveva (Consiglio Comunale, 19 novembre 2015) e da allora la situazione è in fase di stallo.
Gli interni del Museo Nitsch con la ghisa della centrale
Ogni luogo ha un suo proprio destino e un genio che lo protegge, e un altro grande del teatro, il senatore a vita Eduardo De Filippo, nel 1982 lesse per le Cappuccinelle la sua accorata interpellanza al Senato richiamandosi a Napoli Milionaria. Aveva visitato nel 1981 il carcere minorile trovandolo un luogo su cui si doveva investire: allora ospitava stabilmente 60 ragazzi ma ne transitavano annualmente fino a 1500, tra gli 11 e 13 anni. Richiamandosi all’esempio di Giulia Civita Franceschi, la grandiosa educatrice della nave Caracciolo, Eduardo auspicava la nascita di un “villaggio” artigianale, dove i ragazzi avrebbero potuto imparare un mestiere: su questa binario si è mosso il progetto Quartiere dell’Arte e nonostante tutto, è andato avanti. Nel 2016 si inaugura infatti Casa Morra nello splendido Palazzo Cassano d’Ayerbo d’Aragona alla salita San Raffaele, e nel 2017 l’Associazione Shozo Shimamoto trova spazio nel Palazzo Spinelli Tarsia. Il progetto procede così all’inverso del “fare insula” dei monasteri partenopei cinque-seicenteschi che fagocitavano terreni e proprietà fino alle pubbliche vie: si apre diffondendosi a macchia di leopardo connettendo a largo raggio edificio con edificio, strada dopo strada, progetti e persone.  La riapertura della Scala al Vico II Avvocata, voluta per il decennale del museo, va in questa direzione. Le parole di Eduardo de Filippo sembrano rivolte all’oggi: un richiamo di ordine turistico su scala internazionale ma anche e insieme fonte di guadagno e di indipendenza economica per questi giovani del villaggio”. In questo decennale, non possiamo che augurarci un rilancio del progetto Cappuccinelle-Quartiere dell’Arte, che premi la lungimiranza e le visioni coraggiose sul futuro.
















12 set 2018

FiatLux: risplendono i lampadari di Capodimonte dopo la pulizia e il restauro


Lo splendore dopo la pulizia (dal sito del Museo, foto M.Casciello)
E' da salutare con gioia, il restauro e la pulizia degli splendidi lampadari di manifattura tedesca che nel 1838  Ferdinando II di Borbone dona agli appartamenti reali quando sposa la sua giovane Maria Teresa Isabella d'Asburgo-TeschenLa nuova regina non amava la vita modana, e preferiva le stanze dei suoi palazzi e la cura della numerosa prole della coppia regale (ebbero 12 figli).
Al tempo di questi lampadari, il re aveva deciso di proseguire i lavori della reggia partenopea per il completamento dell'ala settentrionale e dei rivestimenti delle facciate e dei cortili, nonchè in ultimo  l'ammodernamento degli interni,  affidandoli complessivamente dal 1832 ad Antonio Niccolini e Tommaso Giordano (già impegnanti nell'immenso cantiere dal padre Francesco I).
Normalmente non siamo abituati a considerare le "suppellettili" come parte integrante dei nostri musei: lampadari, tendaggi, parati...percorriamo distratti le sale, senza soffermarci sulla complessità degli ambienti e sulle relative stratifiazioni delle opere d'arte che li decorano.
In genere gli oggetti di uso comune e di arredamento non vengono percepiti che dai soli specialisti, ed invece, essi contribuiscono a creare quell'atmosfera unica che in particolare a Capodimonte, delimita la storica galleria a mezzogiorno, dalle stanze abitate dalle varie dinastie che l'hanno attraversata.
Particolarmente intelligente, nel restauro dei tre grandi lampadari, è la scelta di far eseguire le operazioni di pulizia, smontaggio e restauro a vista, in maniera che i turisti e visitatori possano assistere al lavoro.
Le restauratrici al lavoro nel museo (dal sito di Capodimonte)
E' apprezzabile sul sito del Museo la scelta di dare rilievo anche ia nomi dei restauratori impegnati: Ilaria Improta, Sabrina Peluso, Ermenegildo Strianese e Ludovica Vairo.
(www.museocapodimonte.beniculturali.it) 
prima e dopo (sito del Museo, foto M.Casciello)


I tre lampadari oggetto di pulizia e restauro sono costituiti da migliaia di cristalli riuniti in cortine e pendagli da perni e fili di ottone (7600 pezzi per i più grandi), che vanno certosinamente smontati, puliti e riuniti uno ad uno con grande pazienza.
Lo splendore dei cristalli e la brillantezza restituita dalla pulizia, getta una nuova luce non solo nelle stanze di Capodimonte: attraverso queste manutenzioni, percepiamo il Museo come un sistema vivente, che va curato costantemente da specialisti. E da parte nostra, non possiamo che ammirare i capolavori che illuminano uno dei musei più belli del mondo.

18 ago 2018

L'omaggio del Sannio alla tragedia di Genova



Ogni anno nel mese di agosto nel piccolo paese beneventano di Foglianise, divenuto città solo nel 2012 grazie ad uno specifico decreto dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per “insigni per ricordi, monumenti storici e per l'attuale importanza” , vengono allestiti i  "carri di grano" in onore di San Rocco
La tradizionale sfilata delle macchine da festa è documentata con cadenza regolare almeno dagli inizi del ‘700, in pieno clima barocco: i registi contabili del Libro del Cannaruto (1730), mostrano infatti la grande devozione di questo piccolo centro sannita al Santo di Montpellier, e le cospicue spese dedicate alle macchine allegoriche a lui dedicate. Dal 2007, la tradizionale sfilata di carri è dedicata ad una regione e in questo 2018, era destinata fatalmente alla Liguria. Prima del crollo del ponte genovese poteva leggersi sul sito ufficiale della festa : Quest'anno al centro della kermesse ci sarà una terra straordinariamente bella e forte, dignitosa e solidale: la Regione Liguria. Una terra sottile tra le montagne e il mare, dove i borghi sulla costa contendono il primato in bellezza con quelli dell’impervio entroterra e dove, tra scogli e alture, l’uomo ha forgiato luoghi incantevoli e senza eguali”.
Dopo il collasso del Ponte Morandi, grazie al paziente lavoro notturno dei maestri dei carri, è stato deciso di intrecciare spighe e i fili di grano per rendere omaggio alle vittime dell’assurda tragedia. Di origine certamente pagana, la festa -le cui tracce sono già riscontrabili in epoca rinascimentale- era tradizionalmente riservata ai riti dell’abbondanza e aveva per protagoniste le giovani donne e il grano come simbolo di fertilità e abbondanza. Nel corso del tempo, attraverso un palio, le contrade si sfidavano con le macchine barocche portate in processione omaggiare il Santo pellegrino della peste, che da Napoli nel 1656, si era propagata alle campagne del Regno. La ricorrenza che si svolge dall’8 al 18 agosto – e il 16 mattina vede la sfilata con i carri di grano- ricalca le antiche Feriae Augusti, istituite dall’Imperatore in persona, incrociando inoltre una serie di altri riti pagani che si svolgevano nel mese del sole per eccellenza. Grazie ad una convenzione con la Reggia di Caserta e al supporto della Regione Campania, dall’1 al 31 luglio i carri sono visibili ogni anno in anteprima nelle sale vanvitelliane. Ma quest’anno, i maestri dell’intreccio di Foglianise con grande sacrificio, hanno deciso idealmente di ricostruire il ponte e unirlo alla sfilata all’ultimo minuto, essendo intervenuta la tragedia nella giornata precedente il ferragosto, legando così una tradizione antichissima alla luttuosa attualità, come pure già fecero nel 2017 per le zone terremotate omaggiando Perugia. Aperta dai buoi bianchi della Basilicata, la tradizionale sfilata della città di Foglianise ha portato in processione il carro del Ponte Morandi, integro e listato a lutto: un modo per onorare la memoria delle vittime da parte della città sannita, e mostrare che l’Italia è tutta unita difronte alle tragedie nazionali.

Pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno,  17 agosto 2018

8 lug 2018

Gli occhi del Corpo: McGregor all'Auditorium Niemeyer


Il ring dei nibelunghi della Company Wayne McGregor
Uno di quei temporali-tornado magnifici che piegava i maestosi pini e platani di #VillaRufolo, mentre le foglie cadevano in un irreale ritmo lento sotto le tremende gocce dell'acquazzone estivo, ha richiesto che lo spettacolo #Icons di #WayneMcGregor si spostasse giocoforza dal belvedere all' #AuditoriumNiemeyer  per il Ravello Festival 2018, 66esima edizione. Non tutto il male viene per nuocere: un imprevisto che ha messo a dura prova l'organizzazione, ha proposto una inedita consonanza con l'architettura contestata del genio dell' essenziale Niemeyer e la Company Wayne McGregor. Una scelta coraggiosa da parte della compagnia di ballo: rinunciare ad ogni progetto-luci, e danzare nel ring a luce fissa. Un altro anello wagneriano in cui mostrare la tenacia a corpo nudo, la ricerca del Graal senza appello; una scelta che ricorda quell'imperativo "Danza, danza, danza" che Pina Baush ha lasciato in eredità al mondo, senza altro comandamento che la scena pura del corpo.Nelle nitide e contestate architetture dell'auditorium-occhio, abbiamo così assistito all'iconografia contemporanea del corpo umano e del suo linguaggio.
"Icons", la miscellanea a più tempi, con narrazione serrata dal contemporaneo a Bach, col suo corpo di ballo meticcio di razze umane, al limite delle rappresentazioni di ogni #gender immaginabile, ha mostrato nudamente i corpi in contratture visive e dolcezze abissali: davvero splendido per la sua contemporaneità ed eterogea ricerca. Per anni Wayne McGregor ( nato a Stockport, Gran Bretagna, 1970)  ha lavorato nell'università di Cambridge nel dipartimento di psicologia sperimentale, impegnato nella connessione tra corpo e mente, lui così attratto dall'interazione con soma-tecnologia, tanto da creare coreografie #cyberanatomiche. Sotto quei fari impietosi, eppure decisivi, abbiamo assistito alle contratture corporee nell' Autobiography Edits e vette di dolcezza abissale per Woolf Work Duet con Alessandra Ferri e Federico Bonelli, splendidi amanti distanti e simbiotici, stretti in una danza trascinata dalle onde della coscienza dell'ultima lettera di Virginia Woolf, il 28 marzo del 1941, quando invocata l'infinita pazienza del marito Leonard, la scrittrice decide davvero di tornare "a casa", annegandosi con le pietre in tasca nel fiume #House. E Virgiania a Ravello è di casa: lei e Bloomsbury, nelle estati che vanno dal 1905 fino alla Guerra. E che dire di "Bach Form" dove i corpi si fanno martelletto, mano destra e sinistra della partitura visiva, in una suite barocca delle forme? La lingua del corpo contemporaneo, senza parola alcuna, mostrata nelle sue ricerche più attuali, dai ritmi spezzati come certe partiture dell'architettura barocca, senza ragione altra che la meraviglia della tensione visiva.
L'Auditorium Niemeyer, il meglio lo concede di notte
Uno spettacolo da vedere e rivedere, riflesso dall'angolazione in cui sedevo, dai vetri nimeriani scuri, senza disturbo alcuno ma in replica di materia impalpabile. E la musica, specie quella contemporanea fatta di striature auricolari e urli sommessi, forse si sarebbe perduta nella grandiosità del paesaggio del belvedere affacciato sul mare. Puri, senza artificio, con uno spettacolo messo a dura prova dagli elementi, ma elemento del paesaggio visivo dell'onirica Ravello, Icons coi suoi protagonisti, ha portato la silenziosa musica dei movimenti del corpo nel giardino nero senza fondo, quello dell'immaginario contemporaneo.

Al Direttore Artistico, #LauraValente, va il merito di aver scelto coraggiosamente il limite estremo della comunicazione più complessa: il corpo che racconta senza parola, perché nell'ordine del mondo, prima vennero gli occhi e poi la parola.