"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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15 set 2018

Il progetto Quartiere dell'Arte: "fare insula" del contemporaneo




Napoli dal terrazzo del Museo Nitsch
Il Museo Hermann Nitsch festeggia il suo decennale (2008-2018) nella ex stazione a carbone del Bellini: un tempo vi si produceva energia per lo stabile progettato da Carlo Sergente, ed ha finito con l’illuminare l’Orgienm Mysterien Theater (il Teatro delle Orge e dei Misteri) che affonda nei riti e nel primordiale la sua sperimentazione.  Relegarlo comunque a “semplice” museo è riduttivo: molteplici laboratori, la residenza dell’artista, le sale di proiezioni e le performance che ha ospitato, lo hanno reso un luogo di propagazione e divulgazione; davvero una piccola e dinamica centrale dell’arte. L’area dell’antico borgo fuori le mura del Largo Mercatello, detto Limpiano, si trasformò in Limpiano-Pontecorvo quando Fabrizio Pontecorvo al seguito di Don Pedro di Toledo, divenne ricchissimo arrendatore della Dogana e riuscì a mettere le mani sulla zona: sul lembo estremo di quei terreni, sorge il Nitsch che ha una visuale splendida sulla città.
Il panorama del Cavone dal Museo
Il museo napoletano è il secondo in Europa dedicato all’artista viennese e precede di un anno quello bavarese a Mistelbach. Secondo una strana prospettiva ribaltata, il primo affonda le radici in una ex fabbrica di utensili agricoli, mentre a Napoli occupa l’investimento industriale del barone e deputato Nicola La Capra Sabelli. Questi, proprietario del Teatro Bellini, aveva deciso di impiantare la centrale elettrica prima del balzo sul Cavone: i locali sono datati a fine ‘800, ampliati dalla successiva Società Gas e Illuminazione (1925). Tra passaggi e abbandoni, nel 2000 la Fondazione Morra ne ottiene un comodato d’uso trentennale e ristruttura con l’architetto Rosario Boenzi. L’intervento conservativo ha lasciato a vista tutte le tracce della sua ex-funzione, ospitando i “relitti della memoria” dell’opera di Hermann Nitsch fin dal 1974, anno delle prime collaborazioni con lo Studio di Giuseppe Morra. Dal 1992 il gallerista di via Calabritto, nel Palazzo dello Spagnolo alla Sanità, mise in moto un processo virtuoso in cui l’arte rigenera i luoghi, per passare poi al Quartiere Avvocata: è qui che il progetto Quartiere dell’Arte è maturato con Pasquale Persico e Ugo Marano, includendolo dal 2013 nel Grande Progetto Unesco. Il fulcro era costituito dall’ex convento delle Cappuccinelle, già carcere minorile Filangieri, passato dal Demanio al Comune nel 2014. L’ex riformatorio sarebbe diventato un vero e proprio centro di produzione delle arti, contemplando laboratori e residenze per i giovani artisti e stagisti; nel settembre 2015 sono seguite purtroppo le occupazioni di varie associazioni bloccandone lo sviluppo. Occorrevamo oltre 14milioni di euro per restauro che il Comune non aveva (Consiglio Comunale, 19 novembre 2015) e da allora la situazione è in fase di stallo.
Gli interni del Museo Nitsch con la ghisa della centrale
Ogni luogo ha un suo proprio destino e un genio che lo protegge, e un altro grande del teatro, il senatore a vita Eduardo De Filippo, nel 1982 lesse per le Cappuccinelle la sua accorata interpellanza al Senato richiamandosi a Napoli Milionaria. Aveva visitato nel 1981 il carcere minorile trovandolo un luogo su cui si doveva investire: allora ospitava stabilmente 60 ragazzi ma ne transitavano annualmente fino a 1500, tra gli 11 e 13 anni. Richiamandosi all’esempio di Giulia Civita Franceschi, la grandiosa educatrice della nave Caracciolo, Eduardo auspicava la nascita di un “villaggio” artigianale, dove i ragazzi avrebbero potuto imparare un mestiere: su questa binario si è mosso il progetto Quartiere dell’Arte e nonostante tutto, è andato avanti. Nel 2016 si inaugura infatti Casa Morra nello splendido Palazzo Cassano d’Ayerbo d’Aragona alla salita San Raffaele, e nel 2017 l’Associazione Shozo Shimamoto trova spazio nel Palazzo Spinelli Tarsia. Il progetto procede così all’inverso del “fare insula” dei monasteri partenopei cinque-seicenteschi che fagocitavano terreni e proprietà fino alle pubbliche vie: si apre diffondendosi a macchia di leopardo connettendo a largo raggio edificio con edificio, strada dopo strada, progetti e persone.  La riapertura della Scala al Vico II Avvocata, voluta per il decennale del museo, va in questa direzione. Le parole di Eduardo de Filippo sembrano rivolte all’oggi: un richiamo di ordine turistico su scala internazionale ma anche e insieme fonte di guadagno e di indipendenza economica per questi giovani del villaggio”. In questo decennale, non possiamo che augurarci un rilancio del progetto Cappuccinelle-Quartiere dell’Arte, che premi la lungimiranza e le visioni coraggiose sul futuro.
















12 set 2018

FiatLux: risplendono i lampadari di Capodimonte dopo la pulizia e il restauro


Lo splendore dopo la pulizia (dal sito del Museo, foto M.Casciello)
E' da salutare con gioia, il restauro e la pulizia degli splendidi lampadari di manifattura tedesca che nel 1838  Ferdinando II di Borbone dona agli appartamenti reali quando sposa la sua giovane Maria Teresa Isabella d'Asburgo-TeschenLa nuova regina non amava la vita modana, e preferiva le stanze dei suoi palazzi e la cura della numerosa prole della coppia regale (ebbero 12 figli).
Al tempo di questi lampadari, il re aveva deciso di proseguire i lavori della reggia partenopea per il completamento dell'ala settentrionale e dei rivestimenti delle facciate e dei cortili, nonchè in ultimo  l'ammodernamento degli interni,  affidandoli complessivamente dal 1832 ad Antonio Niccolini e Tommaso Giordano (già impegnanti nell'immenso cantiere dal padre Francesco I).
Normalmente non siamo abituati a considerare le "suppellettili" come parte integrante dei nostri musei: lampadari, tendaggi, parati...percorriamo distratti le sale, senza soffermarci sulla complessità degli ambienti e sulle relative stratifiazioni delle opere d'arte che li decorano.
In genere gli oggetti di uso comune e di arredamento non vengono percepiti che dai soli specialisti, ed invece, essi contribuiscono a creare quell'atmosfera unica che in particolare a Capodimonte, delimita la storica galleria a mezzogiorno, dalle stanze abitate dalle varie dinastie che l'hanno attraversata.
Particolarmente intelligente, nel restauro dei tre grandi lampadari, è la scelta di far eseguire le operazioni di pulizia, smontaggio e restauro a vista, in maniera che i turisti e visitatori possano assistere al lavoro.
Le restauratrici al lavoro nel museo (dal sito di Capodimonte)
E' apprezzabile sul sito del Museo la scelta di dare rilievo anche ia nomi dei restauratori impegnati: Ilaria Improta, Sabrina Peluso, Ermenegildo Strianese e Ludovica Vairo.
(www.museocapodimonte.beniculturali.it) 
prima e dopo (sito del Museo, foto M.Casciello)


I tre lampadari oggetto di pulizia e restauro sono costituiti da migliaia di cristalli riuniti in cortine e pendagli da perni e fili di ottone (7600 pezzi per i più grandi), che vanno certosinamente smontati, puliti e riuniti uno ad uno con grande pazienza.
Lo splendore dei cristalli e la brillantezza restituita dalla pulizia, getta una nuova luce non solo nelle stanze di Capodimonte: attraverso queste manutenzioni, percepiamo il Museo come un sistema vivente, che va curato costantemente da specialisti. E da parte nostra, non possiamo che ammirare i capolavori che illuminano uno dei musei più belli del mondo.

18 ago 2018

L'omaggio del Sannio alla tragedia di Genova



Ogni anno nel mese di agosto nel piccolo paese beneventano di Foglianise, divenuto città solo nel 2012 grazie ad uno specifico decreto dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per “insigni per ricordi, monumenti storici e per l'attuale importanza” , vengono allestiti i  "carri di grano" in onore di San Rocco
La tradizionale sfilata delle macchine da festa è documentata con cadenza regolare almeno dagli inizi del ‘700, in pieno clima barocco: i registi contabili del Libro del Cannaruto (1730), mostrano infatti la grande devozione di questo piccolo centro sannita al Santo di Montpellier, e le cospicue spese dedicate alle macchine allegoriche a lui dedicate. Dal 2007, la tradizionale sfilata di carri è dedicata ad una regione e in questo 2018, era destinata fatalmente alla Liguria. Prima del crollo del ponte genovese poteva leggersi sul sito ufficiale della festa : Quest'anno al centro della kermesse ci sarà una terra straordinariamente bella e forte, dignitosa e solidale: la Regione Liguria. Una terra sottile tra le montagne e il mare, dove i borghi sulla costa contendono il primato in bellezza con quelli dell’impervio entroterra e dove, tra scogli e alture, l’uomo ha forgiato luoghi incantevoli e senza eguali”.
Dopo il collasso del Ponte Morandi, grazie al paziente lavoro notturno dei maestri dei carri, è stato deciso di intrecciare spighe e i fili di grano per rendere omaggio alle vittime dell’assurda tragedia. Di origine certamente pagana, la festa -le cui tracce sono già riscontrabili in epoca rinascimentale- era tradizionalmente riservata ai riti dell’abbondanza e aveva per protagoniste le giovani donne e il grano come simbolo di fertilità e abbondanza. Nel corso del tempo, attraverso un palio, le contrade si sfidavano con le macchine barocche portate in processione omaggiare il Santo pellegrino della peste, che da Napoli nel 1656, si era propagata alle campagne del Regno. La ricorrenza che si svolge dall’8 al 18 agosto – e il 16 mattina vede la sfilata con i carri di grano- ricalca le antiche Feriae Augusti, istituite dall’Imperatore in persona, incrociando inoltre una serie di altri riti pagani che si svolgevano nel mese del sole per eccellenza. Grazie ad una convenzione con la Reggia di Caserta e al supporto della Regione Campania, dall’1 al 31 luglio i carri sono visibili ogni anno in anteprima nelle sale vanvitelliane. Ma quest’anno, i maestri dell’intreccio di Foglianise con grande sacrificio, hanno deciso idealmente di ricostruire il ponte e unirlo alla sfilata all’ultimo minuto, essendo intervenuta la tragedia nella giornata precedente il ferragosto, legando così una tradizione antichissima alla luttuosa attualità, come pure già fecero nel 2017 per le zone terremotate omaggiando Perugia. Aperta dai buoi bianchi della Basilicata, la tradizionale sfilata della città di Foglianise ha portato in processione il carro del Ponte Morandi, integro e listato a lutto: un modo per onorare la memoria delle vittime da parte della città sannita, e mostrare che l’Italia è tutta unita difronte alle tragedie nazionali.

Pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno,  17 agosto 2018

8 lug 2018

Gli occhi del Corpo: McGregor all'Auditorium Niemeyer


Il ring dei nibelunghi della Company Wayne McGregor
Uno di quei temporali-tornado magnifici che piegava i maestosi pini e platani di #VillaRufolo, mentre le foglie cadevano in un irreale ritmo lento sotto le tremende gocce dell'acquazzone estivo, ha richiesto che lo spettacolo #Icons di #WayneMcGregor si spostasse giocoforza dal belvedere all' #AuditoriumNiemeyer  per il Ravello Festival 2018, 66esima edizione. Non tutto il male viene per nuocere: un imprevisto che ha messo a dura prova l'organizzazione, ha proposto una inedita consonanza con l'architettura contestata del genio dell' essenziale Niemeyer e la Company Wayne McGregor. Una scelta coraggiosa da parte della compagnia di ballo: rinunciare ad ogni progetto-luci, e danzare nel ring a luce fissa. Un altro anello wagneriano in cui mostrare la tenacia a corpo nudo, la ricerca del Graal senza appello; una scelta che ricorda quell'imperativo "Danza, danza, danza" che Pina Baush ha lasciato in eredità al mondo, senza altro comandamento che la scena pura del corpo.Nelle nitide e contestate architetture dell'auditorium-occhio, abbiamo così assistito all'iconografia contemporanea del corpo umano e del suo linguaggio.
"Icons", la miscellanea a più tempi, con narrazione serrata dal contemporaneo a Bach, col suo corpo di ballo meticcio di razze umane, al limite delle rappresentazioni di ogni #gender immaginabile, ha mostrato nudamente i corpi in contratture visive e dolcezze abissali: davvero splendido per la sua contemporaneità ed eterogea ricerca. Per anni Wayne McGregor ( nato a Stockport, Gran Bretagna, 1970)  ha lavorato nell'università di Cambridge nel dipartimento di psicologia sperimentale, impegnato nella connessione tra corpo e mente, lui così attratto dall'interazione con soma-tecnologia, tanto da creare coreografie #cyberanatomiche. Sotto quei fari impietosi, eppure decisivi, abbiamo assistito alle contratture corporee nell' Autobiography Edits e vette di dolcezza abissale per Woolf Work Duet con Alessandra Ferri e Federico Bonelli, splendidi amanti distanti e simbiotici, stretti in una danza trascinata dalle onde della coscienza dell'ultima lettera di Virginia Woolf, il 28 marzo del 1941, quando invocata l'infinita pazienza del marito Leonard, la scrittrice decide davvero di tornare "a casa", annegandosi con le pietre in tasca nel fiume #House. E Virgiania a Ravello è di casa: lei e Bloomsbury, nelle estati che vanno dal 1905 fino alla Guerra. E che dire di "Bach Form" dove i corpi si fanno martelletto, mano destra e sinistra della partitura visiva, in una suite barocca delle forme? La lingua del corpo contemporaneo, senza parola alcuna, mostrata nelle sue ricerche più attuali, dai ritmi spezzati come certe partiture dell'architettura barocca, senza ragione altra che la meraviglia della tensione visiva.
L'Auditorium Niemeyer, il meglio lo concede di notte
Uno spettacolo da vedere e rivedere, riflesso dall'angolazione in cui sedevo, dai vetri nimeriani scuri, senza disturbo alcuno ma in replica di materia impalpabile. E la musica, specie quella contemporanea fatta di striature auricolari e urli sommessi, forse si sarebbe perduta nella grandiosità del paesaggio del belvedere affacciato sul mare. Puri, senza artificio, con uno spettacolo messo a dura prova dagli elementi, ma elemento del paesaggio visivo dell'onirica Ravello, Icons coi suoi protagonisti, ha portato la silenziosa musica dei movimenti del corpo nel giardino nero senza fondo, quello dell'immaginario contemporaneo.

Al Direttore Artistico, #LauraValente, va il merito di aver scelto coraggiosamente il limite estremo della comunicazione più complessa: il corpo che racconta senza parola, perché nell'ordine del mondo, prima vennero gli occhi e poi la parola.

7 lug 2018

C'è da spostare una statua, passata la festa gabbato Giambattista Vico


Dieci metri di cartapesta per Giambattista Vico
Passata la festa, gabbato Giambattista. Siamo in tropicale luglio e la “statua” di Giambattista Vico (Napoli 1668 –1744) dopo i festeggiamenti del Maggio dei Monumenti per i 350 anni dalla nascita e relative iniziative, langue disfacendoci a brandelli, nel centro dello spiazzale della metropolitana di Piazza Municipio.

L’ aveva segnalata Maurizio de Giovanni all’inizio di giugno sul Corriere del Mezzogiorno definendo la “statua” in cartapesta di ben dieci metri, una rappresentazione così caduca, di materiale tanto poco nobile ancorché assai nobilmente costruita”. In effetti, a prescindere dai valori estetici del monumento su cui sorvoliamo in nome della celebrazione di un genio partenopeo, era naturale aspettarsi dopotutto il lento disgregamento della caduca materia. Non è nemmeno corretto chiamarla “statua”, visto che solitamente ci riferiamo a monumenti solidi in queste occasioni- bronzo o pietra che durino- ma piuttosto simulacro: un sembiante-avatar lontano anni luce dall’ispirare la solidità del pensiero vichiano.

Il basamento è sfondato, e mostra i pesanti blocchi di cemento che ancorano a terra il “mantellato mammone” Giambattista; il testo dell’epigrafe è ormai andato in frantumi dispersi dagli agenti atmosferici, rendendo illeggibile date e indicazioni del filosofo partenopeo.
veduta laterale per apprezzare
Di colossale comunque la statua ha avuto solo la proporzione, dieci metri piazzati lì, nel vuoto e assolato piazzale di pietra lavica che precede la metropolitana e l’approdo dei turisti appena sbarcati dalle navi. In onore forse dei tempi di Giovambattista, la statua è ispirata alla più barocca delle idee: un’essenza in materiale effimero in uno spazio metafisico assai, che sta lì a degradarsi per contrappasso al Signore delle idee solide e innovative della Scienza Nuova. Forse è arrivato il momento di rimuovere dal piazzale l’idolo vuoto di fatto e di senso, e magari preoccuparsi di tutte quelle targhe o statue che raffigurano il geniale pensatore amato da Benedetto Croce che sono sparse per la città e abbandonate: sarebbe davvero questo, oggi, l’unico onore da rendere al genio che partì da Cartesio per dire che non basta solamente pensare per essere, ma bisogna determinarlo con la scienza dei fatti. Ci saranno certamente altri luoghi metafisici pronti ad accogliere quel che resta del mammone-mantellato-Giambattista-di-dieci-metri, e per ora mentre aspettiamo, possiamo riflettere col Sommo che “Tutte le storie barbare hanno favolosi principii”.

6 lug 2018

Leonardo signore dei dubbi,della bellezza e delle quotazioni: la Scapiliata a Napoli


La Scapiliata e l'Arcangelo autoritratto
Di Leonardo da Vinci non si finisce mai di parlare. Ogni mese una novità: questa del ritorno della tavoletta chiamata La Scapiliata (o Scapigliata tra il 1504 e il 1508) dopo oltre 30 anni a Napoli, è la notizia di luglio. Per ora. Torna dunque a Palazzo Zevallos in una saletta tutta per sé, l’opera davinciana che per lungo tempo ha fatto penare gli studiosi all’epoca della sua comparsa moderna nella storia: era il 1826 e ci sono voluti decine e decine di anni per la definitiva accettazione tra le opere del maestro (ma non per tutti) .Oggi è stata presentata in conferenza stampa a Napoli, grazie a Michele Coppola (Direttore Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo) e alla dott.ssa Chiara Trevisonni per il Complesso  monumentale della Pilotta di Parma, Galleria Nazionale.
Ci eravamo appena ripresi dalla notizia intorno al 21 giugno 2018 del suo primo autoritratto su una piastrella di maiolica invetriata di 20x20cm, dipinta verosimilmente all’età trai 18-19 anni, appena lasciata la bottega del Verrocchio, che il Prof.Solari e la dott.ssa Bonfantino a Roma avevano mostrato in anteprima svelando un complesso rebus a partire da una firma e alcune cifre presenti sulla mandibola dell’Arcangelo Gabriele rappresentato. 
Zevallos, allestimento 2018
In verità Leonardo avrebbe scelto di rappresentarsi in autoritratto nel 1471: la maiolica apparterebbe ai discendenti della nobile famiglia  Fenici di Ravello che l’avrebbe ricevuta in dono nel 1499. La Duchessa di Amalfi, Giovanna d’Aragona, l’avrebbe ricevuta in dono alla nascita del figlio Alfonso, forse tramite Galeazzo Maria Sforza. Di più non è dato sapere, vista la notevole importanza del reperto in oggetto e l'anonimato con cui la famiglia erede vuole tutelarsi giustamente... e i documenti ancora incerti. Le analisi chimiche però certamente danno la maiolica come autentica, il resto è mistero. Come tutto in Leonardo. E’ dunque in Campania, in Costiera, che si situerebbe il viaggio di questa altra opera di Leonardo inedita finora su cui il maestro avrebbe lasciato la firma, o meglio il rompicapo che mostra cifre in connessione con la firma, e che al momento sembra essere confermato dalla termoluminescenza: terra di Montelupo fiorentino, luogo fondamentale per la maiolica rinascimentale. A novembre del 2017 “il forse di Leonardo” Salvator Mundi è stato battuto da Christie's a New York,per la cifra stratosferica di 450milioni di dollari. Un forse che vale un capitale: del resto intorno al genio che amava non-finire i suoi lavori, il dubbio vale più che la certezza, per il principe saudita che se ne è impossessato. 
Conferenza stampa 5/7/2018 Zevallos
Nel marzo 2017 gli Uffizi avevano restituito al pubblico il prezioso restauro dell’Adorazione dei Magi: ancora un non-finito insieme alla Gioconda, Sant’Anna e la Vergine,il San Girolamo e la nostra Scapigliata per un paio di mesi napoletana. Giorgio Vasari ce lo spiega così: per l’intelligenzia de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finí, parendoli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezzione de l’arte ne le cose, che egli si imaginava, con ciò sia che si formava nella idea alcune difficultà tanto maravigliose, che con le mani, ancora che elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai.”
Insomma, non finire un’opera era una cifra stilistica per il genio, e più l’idea che la sua compiutezza contarono per Leonardo. Già uno dei suoi storici eredi, il Melzi nel Trattato della Pittura del maestro, riportava “componimento inculto”, cioè incompleto. La stessa scia che avrebbero seguito Michelangelo e Tiziano qualche tempo dopo con la scultura e la pittura.
Nella Scapiliata, la giovane donna coi capelli mossi dal vento, e non acconci e in ordine come alla moda quattrocentesca, dipinta su una tavoletta di pioppo o noce di 24,7x21 cm, che saltò fuori improvvisamente dalla vendita a Parma del restauratore Francesco Callani nel 1826 ( e fu acquistata solo nel 1839) che l’aveva ereditata dal padre Gaetano (1736-1809): le tracce si perdono tra gli inventari Gonzaga, la collezione dispersa a Londra, la presenza a Mantova, e la sua stessa esecuzione a Firenze. Un dato è certo per Leonardo da Vinci: i suoi sono i dubbi più costosi della storia, e non importa se esimi studiosi si dividono ancora tra Cristi, disegni, autografi ed esecuzioni incerte: conta la storia e la sua ricostruzione. Oggi, ogni volta che un Leonardo o presunto tale viene esposto, la sua quotazione sale, merito del genio e della indubitabile bellezza di questi capolavori, e anche del mercato.
Il gioiello oggi custodito dalla Pilotta di Parma, l’ex ducato Farnese di cui Carlo di Borbone porta a Napoli tutti i capolavori nel 1734, se fosse riemersa prima campeggerebbe a Capodimonte. Nessuno come Leonardo insegna che con i se e i ma si può fare la storia: la storia delle cifre dei suoi dubbi di questi anni dissipano ogni certezza su un’adeguata definizione di arte.Arte in Leonardo, come dimostra la Scapiliata e le novità mensili a cui ci stiamo abituando, è un’insieme di bellezza e congettura.Niente di certo, tranne la pura bellezza del forse.



3 lug 2018

Il Miracolo di Furore: grandi pulizie

Fiordo di Furore, domenica 1 luglio 2018
Dopo la segnalazione che era partita nella giornata di venerdì su alcuni profili privati, ed era poi stata pubblicata da questo blog nella giornata di sabato su segnalazione di due turisti svizzeri,il Fiordo di Furore è tornato ad essere praticabile: rimosse le rezze rosse di pericolo, non come è possibile vedere sui "monazzemi" in fondo, le barche spostate completamente e pulita la discarica che si era accumulata come mostravano le foto di venerdì. Siamo semplicemente lieti che la denuncia mediatica con oltre duemila condivisioni e le risposte indignate dei cittadini, abbia prodotto nella giornata di sabato questi risultato. Furore e il suo fiordo, vanto della Costiera tornano a splendere. In fondo, era proprio un miracolo che aspettavamo, come l'omonimo flm di Rossellini del 1948, in quegli stessi posti. Un grazie doveroso alle autorità e ai cittadini che hanno dimostrato che insieme,è possibile sconfiggere l'inciviltà. E un miracolo per tutti noi.