"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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8 lug 2018

Gli occhi del Corpo: McGregor all'Auditorium Niemeyer


Il ring dei nibelunghi della Company Wayne McGregor
Uno di quei temporali-tornado magnifici che piegava i maestosi pini e platani di #VillaRufolo, mentre le foglie cadevano in un irreale ritmo lento sotto le tremende gocce dell'acquazzone estivo, ha richiesto che lo spettacolo #Icons di #WayneMcGregor si spostasse giocoforza dal belvedere all' #AuditoriumNiemeyer  per il Ravello Festival 2018, 66esima edizione. Non tutto il male viene per nuocere: un imprevisto che ha messo a dura prova l'organizzazione, ha proposto una inedita consonanza con l'architettura contestata del genio dell' essenziale Niemeyer e la Company Wayne McGregor. Una scelta coraggiosa da parte della compagnia di ballo: rinunciare ad ogni progetto-luci, e danzare nel ring a luce fissa. Un altro anello wagneriano in cui mostrare la tenacia a corpo nudo, la ricerca del Graal senza appello; una scelta che ricorda quell'imperativo "Danza, danza, danza" che Pina Baush ha lasciato in eredità al mondo, senza altro comandamento che la scena pura del corpo.Nelle nitide e contestate architetture dell'auditorium-occhio, abbiamo così assistito all'iconografia contemporanea del corpo umano e del suo linguaggio.
"Icons", la miscellanea a più tempi, con narrazione serrata dal contemporaneo a Bach, col suo corpo di ballo meticcio di razze umane, al limite delle rappresentazioni di ogni #gender immaginabile, ha mostrato nudamente i corpi in contratture visive e dolcezze abissali: davvero splendido per la sua contemporaneità ed eterogea ricerca. Per anni Wayne McGregor ( nato a Stockport, Gran Bretagna, 1970)  ha lavorato nell'università di Cambridge nel dipartimento di psicologia sperimentale, impegnato nella connessione tra corpo e mente, lui così attratto dall'interazione con soma-tecnologia, tanto da creare coreografie #cyberanatomiche. Sotto quei fari impietosi, eppure decisivi, abbiamo assistito alle contratture corporee nell' Autobiography Edits e vette di dolcezza abissale per Woolf Work Duet con Alessandra Ferri e Federico Bonelli, splendidi amanti distanti e simbiotici, stretti in una danza trascinata dalle onde della coscienza dell'ultima lettera di Virginia Woolf, il 28 marzo del 1941, quando invocata l'infinita pazienza del marito Leonard, la scrittrice decide davvero di tornare "a casa", annegandosi con le pietre in tasca nel fiume #House. E Virgiania a Ravello è di casa: lei e Bloomsbury, nelle estati che vanno dal 1905 fino alla Guerra. E che dire di "Bach Form" dove i corpi si fanno martelletto, mano destra e sinistra della partitura visiva, in una suite barocca delle forme? La lingua del corpo contemporaneo, senza parola alcuna, mostrata nelle sue ricerche più attuali, dai ritmi spezzati come certe partiture dell'architettura barocca, senza ragione altra che la meraviglia della tensione visiva.
L'Auditorium Niemeyer, il meglio lo concede di notte
Uno spettacolo da vedere e rivedere, riflesso dall'angolazione in cui sedevo, dai vetri nimeriani scuri, senza disturbo alcuno ma in replica di materia impalpabile. E la musica, specie quella contemporanea fatta di striature auricolari e urli sommessi, forse si sarebbe perduta nella grandiosità del paesaggio del belvedere affacciato sul mare. Puri, senza artificio, con uno spettacolo messo a dura prova dagli elementi, ma elemento del paesaggio visivo dell'onirica Ravello, Icons coi suoi protagonisti, ha portato la silenziosa musica dei movimenti del corpo nel giardino nero senza fondo, quello dell'immaginario contemporaneo.

Al Direttore Artistico, #LauraValente, va il merito di aver scelto coraggiosamente il limite estremo della comunicazione più complessa: il corpo che racconta senza parola, perché nell'ordine del mondo, prima vennero gli occhi e poi la parola.

7 lug 2018

C'è da spostare una statua, passata la festa gabbato Giambattista Vico


Dieci metri di cartapesta per Giambattista Vico
Passata la festa, gabbato Giambattista. Siamo in tropicale luglio e la “statua” di Giambattista Vico (Napoli 1668 –1744) dopo i festeggiamenti del Maggio dei Monumenti per i 350 anni dalla nascita e relative iniziative, langue disfacendoci a brandelli, nel centro dello spiazzale della metropolitana di Piazza Municipio.

L’ aveva segnalata Maurizio de Giovanni all’inizio di giugno sul Corriere del Mezzogiorno definendo la “statua” in cartapesta di ben dieci metri, una rappresentazione così caduca, di materiale tanto poco nobile ancorché assai nobilmente costruita”. In effetti, a prescindere dai valori estetici del monumento su cui sorvoliamo in nome della celebrazione di un genio partenopeo, era naturale aspettarsi dopotutto il lento disgregamento della caduca materia. Non è nemmeno corretto chiamarla “statua”, visto che solitamente ci riferiamo a monumenti solidi in queste occasioni- bronzo o pietra che durino- ma piuttosto simulacro: un sembiante-avatar lontano anni luce dall’ispirare la solidità del pensiero vichiano.

Il basamento è sfondato, e mostra i pesanti blocchi di cemento che ancorano a terra il “mantellato mammone” Giambattista; il testo dell’epigrafe è ormai andato in frantumi dispersi dagli agenti atmosferici, rendendo illeggibile date e indicazioni del filosofo partenopeo.
veduta laterale per apprezzare
Di colossale comunque la statua ha avuto solo la proporzione, dieci metri piazzati lì, nel vuoto e assolato piazzale di pietra lavica che precede la metropolitana e l’approdo dei turisti appena sbarcati dalle navi. In onore forse dei tempi di Giovambattista, la statua è ispirata alla più barocca delle idee: un’essenza in materiale effimero in uno spazio metafisico assai, che sta lì a degradarsi per contrappasso al Signore delle idee solide e innovative della Scienza Nuova. Forse è arrivato il momento di rimuovere dal piazzale l’idolo vuoto di fatto e di senso, e magari preoccuparsi di tutte quelle targhe o statue che raffigurano il geniale pensatore amato da Benedetto Croce che sono sparse per la città e abbandonate: sarebbe davvero questo, oggi, l’unico onore da rendere al genio che partì da Cartesio per dire che non basta solamente pensare per essere, ma bisogna determinarlo con la scienza dei fatti. Ci saranno certamente altri luoghi metafisici pronti ad accogliere quel che resta del mammone-mantellato-Giambattista-di-dieci-metri, e per ora mentre aspettiamo, possiamo riflettere col Sommo che “Tutte le storie barbare hanno favolosi principii”.

6 lug 2018

Leonardo signore dei dubbi,della bellezza e delle quotazioni: la Scapiliata a Napoli


La Scapiliata e l'Arcangelo autoritratto
Di Leonardo da Vinci non si finisce mai di parlare. Ogni mese una novità: questa del ritorno della tavoletta chiamata La Scapiliata (o Scapigliata tra il 1504 e il 1508) dopo oltre 30 anni a Napoli, è la notizia di luglio. Per ora. Torna dunque a Palazzo Zevallos in una saletta tutta per sé, l’opera davinciana che per lungo tempo ha fatto penare gli studiosi all’epoca della sua comparsa moderna nella storia: era il 1826 e ci sono voluti decine e decine di anni per la definitiva accettazione tra le opere del maestro (ma non per tutti) .Oggi è stata presentata in conferenza stampa a Napoli, grazie a Michele Coppola (Direttore Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo) e alla dott.ssa Chiara Trevisonni per il Complesso  monumentale della Pilotta di Parma, Galleria Nazionale.
Ci eravamo appena ripresi dalla notizia intorno al 21 giugno 2018 del suo primo autoritratto su una piastrella di maiolica invetriata di 20x20cm, dipinta verosimilmente all’età trai 18-19 anni, appena lasciata la bottega del Verrocchio, che il Prof.Solari e la dott.ssa Bonfantino a Roma avevano mostrato in anteprima svelando un complesso rebus a partire da una firma e alcune cifre presenti sulla mandibola dell’Arcangelo Gabriele rappresentato. 
Zevallos, allestimento 2018
In verità Leonardo avrebbe scelto di rappresentarsi in autoritratto nel 1471: la maiolica apparterebbe ai discendenti della nobile famiglia  Fenici di Ravello che l’avrebbe ricevuta in dono nel 1499. La Duchessa di Amalfi, Giovanna d’Aragona, l’avrebbe ricevuta in dono alla nascita del figlio Alfonso, forse tramite Galeazzo Maria Sforza. Di più non è dato sapere, vista la notevole importanza del reperto in oggetto e l'anonimato con cui la famiglia erede vuole tutelarsi giustamente... e i documenti ancora incerti. Le analisi chimiche però certamente danno la maiolica come autentica, il resto è mistero. Come tutto in Leonardo. E’ dunque in Campania, in Costiera, che si situerebbe il viaggio di questa altra opera di Leonardo inedita finora su cui il maestro avrebbe lasciato la firma, o meglio il rompicapo che mostra cifre in connessione con la firma, e che al momento sembra essere confermato dalla termoluminescenza: terra di Montelupo fiorentino, luogo fondamentale per la maiolica rinascimentale. A novembre del 2017 “il forse di Leonardo” Salvator Mundi è stato battuto da Christie's a New York,per la cifra stratosferica di 450milioni di dollari. Un forse che vale un capitale: del resto intorno al genio che amava non-finire i suoi lavori, il dubbio vale più che la certezza, per il principe saudita che se ne è impossessato. 
Conferenza stampa 5/7/2018 Zevallos
Nel marzo 2017 gli Uffizi avevano restituito al pubblico il prezioso restauro dell’Adorazione dei Magi: ancora un non-finito insieme alla Gioconda, Sant’Anna e la Vergine,il San Girolamo e la nostra Scapigliata per un paio di mesi napoletana. Giorgio Vasari ce lo spiega così: per l’intelligenzia de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finí, parendoli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezzione de l’arte ne le cose, che egli si imaginava, con ciò sia che si formava nella idea alcune difficultà tanto maravigliose, che con le mani, ancora che elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai.”
Insomma, non finire un’opera era una cifra stilistica per il genio, e più l’idea che la sua compiutezza contarono per Leonardo. Già uno dei suoi storici eredi, il Melzi nel Trattato della Pittura del maestro, riportava “componimento inculto”, cioè incompleto. La stessa scia che avrebbero seguito Michelangelo e Tiziano qualche tempo dopo con la scultura e la pittura.
Nella Scapiliata, la giovane donna coi capelli mossi dal vento, e non acconci e in ordine come alla moda quattrocentesca, dipinta su una tavoletta di pioppo o noce di 24,7x21 cm, che saltò fuori improvvisamente dalla vendita a Parma del restauratore Francesco Callani nel 1826 ( e fu acquistata solo nel 1839) che l’aveva ereditata dal padre Gaetano (1736-1809): le tracce si perdono tra gli inventari Gonzaga, la collezione dispersa a Londra, la presenza a Mantova, e la sua stessa esecuzione a Firenze. Un dato è certo per Leonardo da Vinci: i suoi sono i dubbi più costosi della storia, e non importa se esimi studiosi si dividono ancora tra Cristi, disegni, autografi ed esecuzioni incerte: conta la storia e la sua ricostruzione. Oggi, ogni volta che un Leonardo o presunto tale viene esposto, la sua quotazione sale, merito del genio e della indubitabile bellezza di questi capolavori, e anche del mercato.
Il gioiello oggi custodito dalla Pilotta di Parma, l’ex ducato Farnese di cui Carlo di Borbone porta a Napoli tutti i capolavori nel 1734, se fosse riemersa prima campeggerebbe a Capodimonte. Nessuno come Leonardo insegna che con i se e i ma si può fare la storia: la storia delle cifre dei suoi dubbi di questi anni dissipano ogni certezza su un’adeguata definizione di arte.Arte in Leonardo, come dimostra la Scapiliata e le novità mensili a cui ci stiamo abituando, è un’insieme di bellezza e congettura.Niente di certo, tranne la pura bellezza del forse.



3 lug 2018

Il Miracolo di Furore: grandi pulizie

Fiordo di Furore, domenica 1 luglio 2018
Dopo la segnalazione che era partita nella giornata di venerdì su alcuni profili privati, ed era poi stata pubblicata da questo blog nella giornata di sabato su segnalazione di due turisti svizzeri,il Fiordo di Furore è tornato ad essere praticabile: rimosse le rezze rosse di pericolo, non come è possibile vedere sui "monazzemi" in fondo, le barche spostate completamente e pulita la discarica che si era accumulata come mostravano le foto di venerdì. Siamo semplicemente lieti che la denuncia mediatica con oltre duemila condivisioni e le risposte indignate dei cittadini, abbia prodotto nella giornata di sabato questi risultato. Furore e il suo fiordo, vanto della Costiera tornano a splendere. In fondo, era proprio un miracolo che aspettavamo, come l'omonimo flm di Rossellini del 1948, in quegli stessi posti. Un grazie doveroso alle autorità e ai cittadini che hanno dimostrato che insieme,è possibile sconfiggere l'inciviltà. E un miracolo per tutti noi.

1 lug 2018

La vergogna del Fiordo di Furore, il degrado senza parole


Il Fiordo di Furore è uno dei luoghi più belli della Costiera, evidentemente non in questi giorni. Fu interdetto l’anno scorso a causa del dissesto idrogeologico, e oggi, è nel degrado più assoluto: tra spazzatura e reti di pericolo, c’è chi fa il bagno nonostante tutto. E la storia scompare tra l’indifferenza al brutto e la minaccia di distacchi dalla parete rocciosa.

Ad agosto dell’anno scorso, il Fiordo di Furore venne interdetto: pericolo caduta massi e dissesto idrogeologico, causato anche dai violenti incendi del mese di luglio 2017. Ordinanze a destra e sinistra dei costoni a strapiombo -che competono ai due comuni di Conca e Furore- si erano alternate: Conca dei Marini per prima, dove le fiamme avevano devastato e reso instabile la parete. Non era più possibile scendere: un muro di mattoni bloccava la scala verso la spiaggia, e via Anna Magnani era sbarrata. Il Fiordo è una fenditura profonda dei Monti Lattari, amatissimo dall’attrice romana e laggiù trai “monazzeni” che richiamano in Greco il vivere in solitudine -ovvero le antiche case abbarbicate come tutto il borgo dei pescatori tra la poca terra e la parete rocciosa per ripararsi dal naturale gonfiarsi del torrente Schiato-  al n. 6 c’era la sua “Villa La Storta” e poi “la Villa del Dottore “.  
Via Anna Magnani, il degrado
E proprio nei monazzeni si consumò la storia drammatica con Rossellini, tra il 1946-48. La “Storta” era diventato il Museo Permanente Anna Magnani ; ma di permanente ormai c’è solo l’abbandono di un incredibile patrimonio culturale. Con i fondi nazionali (ex Casmez) e quelli europei, dal 1982 al 2000 era stato creato in parte l’Ecomuseo del Fiordo, un progetto davvero avveniristico che comprendeva il recupero e riuso di diverse strutture del Fiordo che si inerpica fra più comuni. Dall’insediamento protoindustriale tra cartiere, mulini, canali che riportava alla luce l’antichissima metodologia della macerazione degli stracci per fabbricare la carta, era nato l’Ecomuseo che si sarebbe dovuto articolare tra la Cartiera Portello (foresteria e agricoltura biologica) Mulini delle MonacheCartiera- Mulino Viviani (erbario e due aule) SpandituroCalcara, la splendida Cappella rupestre di Santa Caterina d’Alessandria -patrona dei mugnai non a caso- e un Centro visite guidate. E naturalmente il Museo Magnani. Il
Fiordo, era oasi protetta per gli ultimi esemplari del falco pellegrino, riparo dell’antichissima felce gigante Woodwardia radicans, un relitto vegetale dell’era pre-glaciale. Nel corso dei secoli non a caso la natura impervia dei luoghi ispirò Boccaccio del Decameron nella novella di Mazzeo della Montagna, e vi si rifugiò il brigante Fra’ Diavolo inseguito dalle truppe di Giuseppe Bonaparte, e ancora dicono, l’eretico Meco del Sacco tra il XIII e XIV secolo. Furore, forse fu ispirazione di quella Bauci delle Città Invisibili di Italo Calvino che si regge sui trampoli: “Sette giorni di cammino nella selva. Bauci è lontana, quasi irraggiungibile. Si nasconde agli occhi del mondo; sorge nel bel mezzo di un reame boscoso che ricorda il tolkeniano regno di Lórien o la terrestre giungla Amazzonica”. Oggi, nonostante la riapertura del lato di Furore, il fiordo appare abbandonato e transennato, mentre le persone continuano a scendere a mare, ignare del pericolo e dei rifiuti. Molti, sono quelli accumulati da chi incivilmente passa le belle giornate a mare e poi molla i suoi sacchetti. Il degrado è incommentabile; le foto me le hanno mandate due turisti svizzeri scioccati. Può il luogo che Rossellini nel 1948 immortalò ne “Il miracolo” con la sua Magnani di allora, trasformarsi in un incubo ambientale, e in un pericolo per i bagnanti?



28 giu 2018

L'installazione contemporanea di Alfonso d'Aragona, testamenti disattesi


Arche Aragonesi, S.Domenico Maggiore
La storia dell’arte è fatta spesso di testamenti disattesi e volontà inevase. Una delle installazioni contemporanee più innovative del Rinascimento di Napoli, fu purtroppo sottovalutata: il cuore di Re Alfonso il Magnanimo, come un novello Virgilio pubblico, doveva ciondolare al centro dell’arco di Castel Nuovo in uno scrigno d’argento, ricordando la gloria della casata. E come in una simpatica allegoria, rammenta quell'altra collezione che giace sottovalutata alla Reggia di Caserta, #TerraeMotus di Lucio Amelio...
All’alba del 28 giugno 1458, re Ferrante cavalcava sulle strade di Napoli in direzione delle allora “circoscrizioni comunali” dei Seggi, per annunciare la sua ascesa al trono. Nella notte era morto il padre, re Alfonso il Magnanimo: per lui, figlio illegittimo della napoletana Gueraldona Carlino, era arrivato finalmente il tempo. La città in quei giorni di giugno era in ginocchio: la peste non dava tregua, e i morti si contavano a decine per i vicoli; i nobili si allontanavano verso l’aria buona delle campagne. Fu forse per questo motivo, che non si fece il funerale del Magnanimo, fatto anomalo per una dinastia che all’etichetta ci teneva moltissimo.
L'arca di Re Alfonso Il Magnanimo (oggi vuota)
Alfonso già grave, fu traferito all’Ovo e fece testamento il 26 giugno, il tempo di rimettere peccati e diritti di successione in chiaro. In Castel Nuovo inatnto, era ospitato il nipote pretendente Carlo Principe di Viana, prontamente accorso alla notizia dell’aggravamento. Che se la vedessero lui e Ferrante, mentre il suo corpo fisico lasciava la terra nello spazio neutro del castello virgiliano.
Il castellano protonotario Arnaldo Fornolleda prese nota delle volontà: il re chiese di essere sepolto nella nuda terra della sua Catalogna al monastero di Poblet, senza pompa magna e vicino agli avi. Forse lo presero alla lettera, vista le ristrettezze economiche del momento. Sia quel che sia, all’uso aragonese-merovingio, fu eviscerato e si scoprì che aveva il cuore 4 volte più grande del normale (magnanimità anatomica o ipertrofia miocardica vista l’acqua nei polmoni?). E qui comincia il bello; come una reliquia, Alfonso prima di diventare una mummia, venne spartito, con grande confusione. Carlo II d’Angiò destinò il corpo ad Aix-en-Provance e il cuore a S.Domenico Maggiore, Carlo I lasciò le viscere a Foggia e il corpo al Duomo di Napoli, Luigi III d’Angiò il corpo al Duomo e il cuore spedito direttamente in Francia alla madre Violante. Un traffico d’organi non indifferente. Comunque, quel che restava del povero re, venne rapito da Giovanni Torella castellano di Ischia e cognato di Lucrezia d’Alagno -già accorta amante immobiliarista del re e invisa al figlio Ferrante- forse per un riscatto o merce di scambio. Ci volle una guerra perché Ferrante riportasse il tutto all’Ovo. E lì rimase fino al luglio del 1504, quando una cedola della tesoreria aragonese, indica l’acquisto di drappi per i feretri di Alfonso I, Ferrante I e Ferrandino, nelle cosiddette arche aragonesi di S.Domenico Maggiore.
xilografia 1874 Arco di Trionfo chiuso
A raccontarla tutta, pare che la testa di Alfonso fosse già stata inviata a Cefalù su indicazione di Ferdinando il Cattolico, e siccome non c’è pace per le reliquie, nel dicembre 1506 scoppia un incendio in San Domenico e le arche ne sono danneggiate con grande confusione di resti. Quando nel 1667 le spoglie mortali di Alfonso furono trasferite davvero a Poblet, dando finalmente esito al suo testamento, Carlo Celano scrive commosso che nel prendere la testa del sovrano, il cui corpo giaceva in uno strano doppiofondo della cassa, non riuscì a contenersi dalle lacrime “vedendo così quella testa, che tanto fu savia, tanto valorosa, tanto pia”. Testa di chi, non è dato saperlo.

Il colpaccio venne da una brillante idea mentre si completava  la splendida porta di Castel Nuovo: si era evidentemente già capito che Donatello non avrebbe mai finito il ritratto monumentale a cavallo oggi frammento al Mann, e le cedole della Tesoreria Aragonese mostrano il pagamento di un argentiere affinché cesellasse uno scrigno in cristallo per sospendere il cuore del re all’Arco. Un Virgilio finalmente pubblico avrebbe penzolato alla vista di tutti, tra il corteo trionfale e le virtù scolpite. Questa si che era una installazione contemporanea! Peccato che non se ne fece niente. Tutta la complicata faccenda dei resti di Alfonso, nella sua confusione, assomiglia a quella del lascito Amelio alla Reggia di Caserta. Volontà geniali e incomprese, 560 anni fa come oggi.

26 giu 2018

Riapre la Cappella Pignatelli : quelli che rubò Gisolfo a Costantinopoli


La rinascimentale cappella di Caterina Pignatelli
Ogni volta che recuperiamo un monumento di Napoli, bisognerebbe festeggiare: la Cappella Pignatelli nella centralissima piazzetta del Corpo di Napoli, grazie all’opera dell’Università Suor Orsola Benincasa, e lunghissimi anni di restauro è stata riaperta. Per il momento sarà possibile visitarla durante i concerti che vi si terranno in programma, e si spera che venga riaperta più spesso per ammirare le meraviglie che contiene.

Chiusa negli anni ’50 dopo la morte di Donna Pignatelli, e diventata anche deposito di sedie, il figlio Fabio l’ha vista chiudere con un barbacane per evitare il peggio, e abbiamo dovuto attendere un post terremoto che come sappiamo tutti conta ormai 38 anni.
Pignatelli ovunque, nelle grottesche di de Siloe, 1514
Tempi, comunque la si voglia vedere, troppo lunghi per non aver subito i soliti furti ( la pala d’altare e parti di marmo) e razzie che per poco non hanno compromesso i due principali monumenti ivi contenuti: a sinistra dell’altare, il sepolcro di Carlo Pignatelli opera del Malvito (1506-7) e la splendida Cappella di Caterina Pignatelli (1513-14), davvero innovativa come il suo ideatore, Diego da Siloe aveva già mostrato nella cappella Caracciolo da Vico in San Giovanni a Carbonara.
Carlo Pignatellli, sepolcro Malvito
Ma la storia davvero interessante è quella che giace intorno e sotto Santa Maria dei Pignatelli, la chiesetta voluta dalla famiglia dapprima come cappella gentilizia privata con Ettore Pignatelli (1493-1515) che soprintende le innovazioni con le sue sobrie linee di facciata bianche delineate dal piperno che in quegli anni identifica il nostro Rinascimento come nella Cappella Pontano. Ettore è un personaggio chiave della travagliata storia del ‘500 di Napoli: Luogotente del Regno di Sicilia e Capitano Generale, riuscì a diventare viceré di Sicilia nel 1518. La piccola chiesa-cappella poteva mai non rispecchiare le sorti di questa nobilissima casata fondamentale per sedare una lunga serie di congiure contro Carlo V? Il sepolcro del papà Carlo è quindi posto in bella mostra vicina all’altare, e quella della sorella di Ettore, contessa di Fondi che lasciò al fratello notevoli proprietà all'ingresso sulla destra.
 In quella facciata le colonnine tortili raccontano i resti dell’antico Seggio del Nilo e anche qualcosa in più dell’are che chiamiamo degli Alessandrini. Cappella gentilizia già in sito dal 1348, rimaneggiata appunto da Ettore, comprime nei suoi piccoli spazi fasi davvero interessanti: l’altare di Gaetano Buonocore (1736) e gli affreschi di Fedele Fischetti (1772)  . Per quest’ultima fase occorrerà ricordare che i Pignatelli vantano un Papa nello loro schiatta: Innocenzo XII ovvero Antonio Pignatelli (1615-1700).
Gli interventi '700eschi di Fischetti

Molto ci sarebbe da scrivere ancora su questa piccola chiesetta ancora piena di tanti altri gioielli, ma di questo incredibile monumento ad una delle famiglie più potenti d Napoli, resta l’omaggio onnipresente dei tre pignatelli neri in campo d’oro, riproposti all’interno dei girali delle belle grottesche e da cui le stesse si originano versate nell'aria del bianco marmo, porte dagli angeli sull’arco del sepolcro di Caterina e sopra la sua effige, nonché fuori in facciata sulla strada:
Riapertura, festeggiamo Rai&Ansa e Comune, foto V. Cammarano
quelli dello stemma di famiglia che Gisolfo Pignatello al seguito di Re Ruggiero avrebbe strappato dalla parte più intima del palazzo di Costantinopoli mentre con gli altri capitani napoletani liberavano Ludovico di Francia dalla prigionia di Costantinopoli.
Racconti antichissimi delle origini della città e delle famiglie che hanno fatto la sua grandiosa storia.