"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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8 giu 2018

Hotel Palumbo: l'asta disincatata


Una vendita senza incanto, nel senso letterale del termine, è disincantata.
La sorte dell’Hotel Palumbo è questa: dall’incanto al disincanto per una attività storica che non riesce a trovare pace.
L’Hotel Palumbo fu fondato a Ravello nel 1875 da Pasquale Palumbo e dalla moglie svizzera Elisabeth von Warburg, e ospitò Richard Wagner. L’attuale Hotel Palumbo nel Palazzo Confalone, è un vero gioiello e  Jessy, la figlia dei Palumbo e poi Marco il figlio, proseguirono l’attività di famiglia. A partire dal vino che Pasquale produceva sui terreni di proprietà, e su consiglio della moglie svizzera, iniziò la grande avventura dell’ospitalità a Ravello: all’Hotel Palumbo furono accolti Tennesse Williams, Truman Capote, Gore Vidal , Paul Valery, Malaparte e Rea solo per citare “qualche scrittore”, senza contare reali e nobili e ovviamente musicisti e direttori d’orchestra ( Bernstein, Accardo, Metha, Rod Stewart, Vanoni, Yoko Ono).   Le aste sono andate deserte nei precedenti 2015-16-17 e marzo 2018: dagli iniziali 25 milioni fissati dagli eredi Vuilleumier alla quarta generazione (Jessy sposò Edwin Vuilleumier), agli attuali 7 milioni e mezzo che saranno battuti in ottobre. Aurelio De Laurentiis si era fatto avanti e 13 ne aveva proposto il petroliere ligure Gabriele Volpi, ma gli eredi avevano trovato la cifra inadeguata, finché i guai dell’albergo e dei marchi collegati, erano precipitati nel dicembre 2012, per pesanti morosità.
dal sito www.hotelpalumbo.it
A Ottobre un lotto unico indivisibile tra Casa Palumbo, Hotel, parcheggio, Cantine Episcopio, sarà messo nuovamente all’asta.
L’atmosfera del Palazzo Confalone è quella di un buen retiro inizi ‘900, sequestrato dagli Alleati, pare che sulla terrazza, proprio qui, siano stati discussi i piani di distruzione dell’abbazia di Montecassino tra il Generale Clark e il Generale Alexander.
Beat The Devil 1953, Hotel Palumbo Hall
L’hotel che ha evidentemente visto tempi migliori, mostra stupendi dettagli tra l’XI e il XIII secolo a vista, come le colonnine con capitelli che ornano la hall e le maioliche a terra, che fanno inequivocabilmente riconoscere il set e la foto di scena di Beat the Devil ( Il tesoro dell’Africa) del 1953 diretto da John Huston, con Humphrey Bogart, Jennifer Jones, Peter Lorr e Gina Lollobrigida che di recente è tornata proprio a Ravello ( 26 aprile 2018)
Speriamo dunque che la struttura  trovi compratori all’altezza della sua storia, e prosegua l’attività. La mancanza di acquirenti dovrebbe far riflettere: per investimenti di quella portata, è mai possibile che non esistano offerte, o si attende che il prezzo cali fino allo sfinimento? E dunque mentre aspettiamo l’asta senza incanto, di fatto e di nome, staremo a vedere se stavolta è quella buona.

Nel caso siane nella disponibilità: 
Lotto unico - Comune di Ravello (SA) Via San Giovanni Del Toro,  porzione di edificio storico denominato Palazzo Confalone uso albergo, giardino vista mare al servizio dell'albergo di ca. mq 902,  qualità vigneto, edificio storico denominato Cantine Episcopio composto da: fabbricato su 4 livelli dei quali 2 seminterrati, con al p. terra parcheggio coperto in uso all'albergo e are impianti; cantina al p. 1º seminterrato; deposito enoteca al p. 2º seminterrato, oltre terreno. p. 1º con 4 suite arredate in stile moderno elegante.
Bene Immobiliare: Albergo e pensione
Tribunale: Salerno
Registro: 8440
Anno: 2013
Data Udienza: 2018-07-10

1 giu 2018

E Coppi volò al Vomero, 1 giugno 1947, e scrisse allora una toccante lettera







La Tappa del 30esimo Giro d'Italia il primo giugno del 1947 aveva conclusione a Napoli, al Vomero.
Era stata incerta fino alla fine da Cassino in poi, e non si sapeva chi avrebbe vinto. E come sempre nella loro leggenda, Fausto e Gino si dettero battaglia e anche tutta Napoli  sulla salita della collina napoletana era divisa tra il loro tifo . Ma allora Coppi diede la sua pedalata decisiva, e pedala pedala come dice la bella canzone di Gino Paoli 
https://www.youtube.com/watch?v=Nnr2TZ2JKvs )  vinse senza appello. La polvere si alzava, e quel giorno,  e Napoli festeggiò il suo campione.
Ma Fausto era malinconico: il fratello si era fratturata una gamba nella tappa di Perugia  del giorno prima ed era ricoverato a Cortona, e così gli scrisse una splendida lettera malinconica da  Napoli : " Ho vinto in una difficile volata contro un Bartali (...) Le cose di sempre insomma, le cose di ogni vittoria, ma che ogni volta acquistano un sapore nuovo ed intenso, la gioia segreta dell'uomo di essere, in un qualunque momento della sua vita, il più forte..."
Mai come ora abbiamo bisogno di campioni.E' bello leggere questa lettera di un fratello all'altro,mentre la vittoria arrivava e il pensiero correva sui pedali della tristezza di non poterla condividerla. Nessuno allora poteva sapere che fatalmente dietro l'angolo, nel 1951 
per una ennesima caduta, Serse Coppi sarebbe fatalmente morto per il trauma cranico riportato. Allora,lo sport era una cosa seria, da uomini coi sentimenti.

----Lettera all'ospedale di Cortona di Fausto Coppi al Fratello Serse.
  
"Stasera al Vomero, Serse, avresti sorriso. 
Ho vinto in una difficile volata contro un Bartali impegnatissimo a dare la grande soddisfazione ai suoi molti tifosi di Napoli. Mi hanno fotografato, intervistato, fatto parlare alla radio, colmato le braccia di fiori. Le cose di sempre insomma, le cose di ogni vittoria, ma che ogni volta acquistano un sapore nuovo ed intenso, la gioia segreta dell'uomo di essere, in un qualunque momento della sua vita, il più forte... Ma una vittoria è mutilata e sterile se non si può parteciparla, riviverla con una persona cara. E noi due, tutte queste gioie, le mescolammo sempre nel nostro affetto e ci parve, nel dircele, che fossero ancora più belle. Tu stasera, Serse, non eri da me col sorriso polveroso e felice a stringermi silenziosamente il braccio nella vettura che ci porta in albergo dopo la faticosa corsa... Tu eri invece lontano in un bianco lettuccio d'ospedale, come in quei raccontini commoventi che si trovano sui giornali per ragazzi; eri laggiù con la tua gamba dolorosamente ferma che, forse, nell'ascoltare la radio-conaca della corsa ha avuto un fremito impercettibile nel pensiero di una pedalata, quasi per aiutarmi ad arrivare primo. Sono arrivato primo, Serse, ma stavolta non sono <molto contento>, come si usa dire al microfono nelle smozzicate frasi del dopocorsa. Non sono molto contento perché ti ho perduto per via, per quella strada livida di polvere che porta a Perugia. Quella sera, Serse, dopo l'arrivo scongiurai Zambrini che mi portasse da te. Piangevo anche... Purtroppo nello sport, come in un combattimento, non ci si può mai voltare e dondolarsi sulla facile vena dei sentimentalismi. Non so se questo l'hanno capito i miei tifosi che mi chiedono l'autografo e tengono la mia fotografia in tasca. Non so se l'hanno compreso quelli che troppo facilmente cantoneggiano sui miei lauti giuadagni e sospirano invidiosi al pensiero di una vita facile, un biglietto da mille per cento pedalate; non so se hanno mai considerato come sia amara quella disciplina che mi costrinse ad andare a letto (anche se non potevo dormire) quella sera che scongiuravo Zambrini di portarmi da te. Se hanno compreso insomma che anche noi atleti, come tutti, abbiamo i nostri sacrifici amari, che non si sanno. Stasera ho vinto, Serse, ma non sono molto contento perché, per quanto tenda l'orecchio ogni tanto nella gara, non odo il fruscio familiare della tua ruota sulla mia e se mi volto non vedo, tra i tanti avversari, la tua ciondolante figura di impareggiabile fratello che arranca veloce per prendermi, anche per darmi, se lo chiedo, tutta la bicicletta. Stasera, dopo che avevo tagliato il traguardo e ancora non ero sceso di macchina, Leoni mi si portò al fianco e mi abbracciò per la gioia. Leoni è il mio caro compagno, e fui felice del suo gesto. Ma tu mancavi, ed era buffo che i fiori che mi diedero mi sembrassero come avvizziti. Guarisci presto, Serse. Tuo Fausto."

30 mag 2018

Largo Totò: se una targa ci insegna a piangere e a ridere

La targa divelta
« Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esiste, il drammatico è più facile, il comico no; difatti nel mondo gli attori comici si contano sulle dita, mentre di attori drammatici ce ne sono un'infinità. Molta gente sottovaluta il film comico, ma è più difficile far ridere che far piangere » (Totò)

Era appena stata inaugurata il 15 febbraio 2018: 120 anni dalla nascita del genio della Risata. Alla presenza delle autorità cittadine e di tante persone, era stata innalzata la targa con le date e la dicitura “Genio Napoletano Maschera Universale”, a pochi passi dal ponte murattiano che in parte decretò l’esclusione del Rione Sanità dai percorsi cittadini che portavano a Capodimonte da Palazzo Reale e dal resto della città. 
A Totò (1898-1967) era stato finalmente tributato l’onore di avere nel suo rione di nascita uno spazio per ricordare la speranza del talento e concedere una pausa a chi magari al posto di svoltare per Capodimonte se ne andava alle Fontanelle. Chi meglio del Principe della Risata, ha costituito un esempio di riscatto e di genialità nel quartiere Sanità? La Fondazione di Comunità San Gennaro Onlus aveva riqualificato la piazzetta -già Largo Vita- ad aprile 2017, in occasione del 50enario dalla morte, ponendo al centro la scultura rossa di Sergio Desiato dal titolo "Il monolite - Totò, l'uomo tutto di un pezzo che ha lasciato un grande vuoto".

il nuovo ancoraggio
E invece oggi il vuoto lo sentiamo ancora una volta, vedendo la sua targa divelta e gettata a terra, come una cosa qualsiasi senza senso alla mercé di un vandalismo emotivo e rabbioso che si stenta a comprendere e a giustificare. Più del gesto, a volte lascia basiti la ragione di certi gesti insani; c’è tanto da fare ancora, e sostenere chi come Enzio Porzio, lavora costantemente con tutti i ragazzi del quartiere.
Evidentemente non abbiamo ancora imparato ad avere cura delle figure che possono insegnarci una rivoluzione e una speranza, e la grande grande lezione di riscatto di Totò porta ancora poca gioia, o forse, a qualcuno manca l’amor proprio e quello condiviso col suo quartiere. Non ci voleva molto a buttare giù la targa, vista anche la precaria imbullonatura che la teneva a terra; poteva certo essere fissato un pochino meglio, ma la cosa più bella è che i volontari dell’Officina dei Talenti l’hanno già rialzata incernierandola saldamente con criterio a terra.
La targa reinstallata
Questo piccolo episodio racconta la lotta quotidiana per la bellezza che il Rione e i suoi volontari, i ragazzi, i parroci e le Associazioni compiono ogni giorno, lasciati spesso da soli.
  Ma da soli gli abitanti della Sanità mostrando una straordinaria vitalità: nella piazzetta cresceranno presto gli alberi, le persone già si siedono e chiacchierano in compagnia di quella grande sagoma di Totò.
Far ridere non è affatto facile ci insegna Totò, e nella Sanità, lo splendido quartiere sacro delle necropoli  tra la morte e la vita,  il riso e pianto vanno da sempre a braccetto. E non è un caso.
E se ancora non riusciamo a ridere del tutto, c’è chi lavora sodo, e sta trasformando le cose. La targa è di nuovo là, a rammentarci la storia.
In fondo Totò se lo merita, e con lui tutta la Sanità.


Si ringrazia Enzo Prozio per le foto e il lavoro che da anni insieme ai ai ragazzi della Sanità svolge quotidianamente. Si ringrazia Identità Insorgenti e Lucilla Parlato per le foto. 

28 mag 2018

Il Social Monastero delle Trentatré, dalla ruota al router

Ruota Comunicazione S.Patrizia-S.Gregorio
33 nella smorfia napoletana è la monaca, e non è certo un caso.
Mi sembri la monaca delle trentatré” pare si dicesse per chi scandisse ossessivamente il tempo o non sapesse come passarlo, cosa che invece le vere Trentatré hanno perfettamente regolato tra riti e preghiere. Da sempre la ruota delle comunicazioni di legno del portale contiguo della chiesa è servita per la carità, i messaggi, la necessaria comunicazione con l’esterno.Da non confondersi con la più celebre e tragica “ruota degli Esposti” che serviva all’Annunziata per i neonati abbandonati, né con quella di bronzo ricchissima tra affreschi e marmi di Santa Patrizia/Gregorio Armeno.
Le Clarisse Cappuccine Trentatré, nascono con la fondazione del Protomonastero di Santa Maria in Gerusalemme di Napoli, con Maria Lorenza Longo il 19 febbraio 1535, riformando l’ordine delle Cappuccine e diventando Cappuccinelle in numero appunto di 33, come gli anni di Cristo. I frati Cappuccini maschi non erano poi così contenti di aiutare le consorelle e ci volle un Motu Proprio del papa Alessandro Farnese Paolo III per farglielo capire; era il 1538. Col successivo papa napoletano Paolo IV Carafa, si struttura più chiaramente la regola, e così le Capuccine ebbero presto fama per la loro devozione.Si duplicarono a Roma e poi in tutta Europa: la loro prima dimora comprata da Maria Lorenza Longo fu “la Stalletta”: dove oggi c’è un parcheggio, perché la chiesa è stata più volte rifatta per arrivare alle forme attuali dopo un incendio nel 1583. Santa Maria della Stalletta, del presepe o di Betlemme, fu coabitata tra Gaetano da Thiene amico di Paolo III e futuro santo; dopo pochi mesi Gaetano sarebbe andato via, su concessione di Don Pedro Viceré dei locali di S.Paolo Maggiore. La loro fama di povertà e rettitudine era ancora notevole quando Pio IX il 27 settembre 1849 le andò a visitare e spese parole di grande ammirazione per loro.
Santa Maria delle Grazie/Incurabili 
Nella chiesa sobria e con tele interessanti, riposa anche il corpo di Maria Lorenza Longo, la venerabile fondatrice, una presenza amicale per le religiose. Con la soppressione dei monasteri del 1866, le Cappuccinelle sopravvissero anche se nel 1918 persero il chiostro per la costruzione del Dispensario Tubercolare. Le monache con grande sacrificio nel 1903 riscattarono il Monastero dagli Incurabili, nel 1957 riebbero il giardino e nel 2001 furono restituite dal comune alcune aree pertinenziali. Insomma, quella che un tempo era stata una piccola cittadella ha oggi ricostituito la sua identità.
Quest’anno Casacorriere, la manifestazione giunta alla terza edizione apre le porte dei luoghi simbolo di Napoli, comincia proprio dal monastero delle Trentatrè in via Pisanelli, che diventano la casa del Corriere del Mezzogiorno per un giorno, per una nuova community della cultura campana. Il tema del confronto è affascinante: “Comunità e Rete: la religione del web”. Un confronto laico-religioso tra nuovi idoli di comunicazione e fede, individuo e collettività. E non poteva che partire dal Monastero partenopeo delle Trentatré: il primo vero monastero-social d’Italia.
Le consorelle moderne, fedeli alla tradizione della regola, hanno sperimentato brillantemente la comunicazione digitale: hanno un sito dal 1995, e nel 2005 furono protagoniste di un epico incontro con Papa Francesco. Al Duomo di San Gennaro per consegnargli un cero, gli saltarono letteralmente addosso con grande entusiasmo e le foto fecero il giro del mondo. Come spiegò Madre Rosa a Famiglia Cristiana, rispondendo alla Littizzetto che le criticò su RaiTre: «Lei non ha idea di quanta gente frequenti e sia in contatto con un monastero di clausura: ho conosciuto più gente stando qui dentro che non fuori in giro per il mondo».

Madre Rosa Lupoli, l'abbadessa ischitana del monastero, laureata sui terremoti, è stata il vero evento tellurico di questi anni: ha aperto le connessioni del monastero con il resto mondo. Le 33 hanno una pagina Facebook e un bel sito, e cercano di collegare fede e persone, e ascoltano il desiderio contemporaneo di avvicinarsi a Dio. Maria Longo lasciò aperte le porte degli Incurabili a tutte le donne incinte: una bella epigrafe ricorda che serve o nobili, indigene o napoletane vi avrebbero trovato ugualmente rifugio e cure. Era davvero un messaggio social, e a pensarci, la ruota delle comunicazioni antiche di un monastero di clausura, può essere sostituita da un router.

Pubblicato parzialmente Corriere del Mezzogiorno, 26/5/2018

27 mag 2018

L'avanguardia del Tondo di Capodimonte




Fergola, 1853, Tondo di Capodimonte
da Google, la visione del tondo e dei Giardini P.Iolanda
Nel 1758 Winckelmann visitò Capodimonte e la sua galleria di dipinti:dopo d'aver superata la salita erta e scoscesa, con un palmo di lingua da fuori”. Insomma, salire a Capodimonte era una vera impresa; quando il Palazzo fu scelto come residenza dai sovrani napoleonici, era diventato più raggiungibile grazie alla costruzione del Corso Napoleone, superando il dislivello della Sanità con il ponte (1807-1809).  
Al ritorno di Ferdinando I, Antonio Niccolini geniale architetto toscano, riprese in mano i progetti e decise di sfruttare il costone della rinominata Strada Nuova di Capodimonte ideando un’ampia scenografia paesaggistica aggiornata all’ultimo grido dei giardini contemporanei. Aveva già sistemato il parco della Villa Floridiana e, per Capodimonte, ricorse ad uno scenario monumentale a partire dall’ideazione del Tondo (1826) che è in verità una splendida ellissi che spartiva il traffico carrabile da quello pedonale, incanalando i passanti verso un’ascesa gradevolmente accompagnata dal verde. . Un lungo braccio di ferro fra competenza e burocrazia, diremmo oggi, vide trionfare l’architetto reale attraverso un epico compromesso: dovette ricorrere ai finanziamenti privati di Achille Meuricofree, imprenditore e banchiere di origini svizzere che possedeva una villa proprio sopra la collina, e quando questi uscì dal progetto, finanziare lui stesso la sua fatica. Appaltatore diretto di sé, barattando il progetto degli edifici del Tondo e vendendo addirittura la sua collezione privata alla Casa Reale, il Niccolini riuscì a realizzare la sua scalinata-anfiteatro: “Le tese della scalinata saranno sette, divisi d’altranti riposi, ciascuno dei quali avrà un sedile di pietra arsa per comodo del pubblico”. Sostanzialmente egli desiderava un fondale a gradoni terminante con un obelisco al centro del Tondo, che però non venne mai posizionato, mentre al suo posto esiste ancora oggi un’aiuola con un platano secolare e una fontana. Scalinata e Tondo furono aperti al pubblico nel 1836, unitamente ai giardini laterali all’inglese, tra grotte e cascate artificiali i cui lavori di sistemazione proseguirono fino al 1845. Sugli alti basamenti di pietra lavica grigia che campeggiano alla base dello scalone, due corone laureate in marmo mostrano a sinistra la scritta “Giardino Prin.ssa Iolanda” e a destra, lo stemma dei Savoia e del Comune di Napoli. In pieno regime fascista nel 1923, fu omaggiata per le sue nozze la figlia di re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena di Montenegro, Iolanda Margherita Milena Elisabetta Romana Maria di Savoia (1901-86). Ma il vero colpo di teatro e di genio, Antonio Niccolini lo realizzò nei due vasi canopi di marmo della scalinata. Lui che aveva ricostruito il San Carlo dopo il nefasto incendio del 1816 in soli 10 mesi, in pieno gusto neoclassico egittizzante, pensò ad una concessione alla moda: i suoi canopi egizi -che nella versione originale contenevano le viscere estratte dalle mummie- sono bifronti come San Gennaro, e guardano contemporaneamente la salita e il Tondo.
Il progetto originario del Niccolini dovette fare i conti con la Direzione Ponti e Strade che si occupava allora delle istanze di natura economica e che avrebbe fatto volentieri a meno delle “velleità artistiche” dell’architetto
I due vasi, erano solo il preludio delle meraviglie che Capodimonte prometteva di mostrare ai visitatori. Una celeberrima canzone dice: Funtanella 'e Capemonte, / Chistu core mme se schianta”. Mai come ora nella barbarie contemporanea dell'abbandono del luogo, possiamo dire con certezza che è quella del Niccolini.

Pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 23/5/2018

24 mag 2018

L'anno dei Seneca: le eccezionali scoperte di Napoli, tra papiri e manoscritti


dal portale www.researchitaly.it CNR
Il 2018 deve essere l’anno dei Seneca: in pochi giorni da Napoli, arrivano due incredibili notizie di ritrovamenti che riguardano la famosa famiglia di storici, filosofi e drammaturghi invischiati con la politica: Lucio Anneo Seneca il Vecchio padre di quel Lucio Il Giovane che tentò di educare Nerone. Le loro opere letterarie vengono scoperte in questi giorni dagli studiosi, tra città sepolte e biblioteche profanate.

 
Il primo ritrovamento viene dalla papirologa Valeria Piano dell’Università Federico II, e risale a pochi giorni fa: dai rotoli vesuviani di Ercolano, è saltato fuori l’"Historiae ab initio bellorum civilium" di Lucio Anneo Seneca il Vecchio. Ritenuta perduta per sempre e fino ad oggi sconosciuta mostra l’eredità culturale del padre verso il figlio: un anno di puzzle per rincollare e leggere il papiro n. 1067 ridotto a brandelli del papà di Seneca il Giovane.
Il manoscritto dei Girolamini, sal sito Treccani
Il lavoro certosino ha permesso di datare l’opera ai primi decenni tra il 27 a.C. e il 37 d. C., tra Augusto e Tiberio: la Villa dei Pisoni da cui proviene, conferma l’importanza della biblioteca che vi si conservava: il direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli, Francesco Mercurio, ha annunciato con grande entusiasmo la strabiliante notizia. Tra il 1752 e il 1754 durante gli scavi del sito, la villa attribuita a Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Giulio Cesare, venne denominata Villa dei Papiri. E’ a tutti gli effetti il più antico fondo librario della terra: oltre 1100 unità o “volumina” che hanno scritto un capitolo incredibile della letteratura antica. I papiri, trasportati a Portici dopo il ritrovamento dai profondissimi cunicoli borbonici, si provò in tutti i modi a leggerli: il principe di Sansevero Raimondo di Sangro azzardò col mercurio, e tre o quattro rotoli andarono distrutti; stessa sorte toccò al rotolo che il filologo Alessio Simmaco Mazzocchi espose al sole sotto una campana di vetro. Ben 18 e altre parti di due papiri, Ferdinando IV li regalò al principe di Galles -poi re Giorgio IV- tra il 1802 e il 1816 per ottenere 18 canguri per la Floridiana: un baratto niente male per gli Inglesi. Poi finalmente arrivò Antonio Piaggio (1713-1796) che lavorava già alla Biblioteca Vaticana, e si inventò un geniale marchingegno che riuscì a svolgerli, e fino al 1906 si andò avanti col suo metodo. Con lui nacque l’Officina dei Papiri Ercolanesi, insieme all’Accademia Ercolanense. Tutti i papiri finirono nella fuga borbonica a Palermo nel 1798, poi al Palazzo degli Studi e infine alla Biblioteca Nazionale (1924): che si siano salvati ha del miracoloso, e oggi le nanotecnologie degli Istituti di Fisica Nucleare, il CNR di Napoli e Roma, studiosi e paleografi di tutto il mondo tra microscopi e luce del sincrotone ci permettono di scoprire la più antica biblioteca del mondo.
BB.CC. la macchina di Piaggio
L’altra grande notizia riguarda invece la Biblioteca dei Girolamini: un antichissimo codice scampato al saccheggio della “biblioteca Nome della Rosa” è stato ritrovato e studiato della Federico II. Con il Mibact, l’università federiciana lavora da un anno alla “Scuola di alta formazione in Storia e filologia del manoscritto e del libro antico” creata appositamente per la biblioteca Vico fondata nel 1586, già al centro dell’infame scandalo dei furti, vendita illegale dei libri e sottoposta a sequestro da diversi anni. La Treccani ha curato una eccellente riproduzione dell’opera recuperata: “Il Teatro di Seneca”, in 299 esemplari limitati. Le eccezionali miniature del manoscritto dei Girolamini illustrano il testo di Seneca il Giovane: oro e splendenti sfondi azzurri dalle cesellature raffinatissime, conservano le tragedie che hanno influenzato per secoli il teatro mondiale: Shakespeare, Racine, Artaud, Brook e Ronconi vi si sono ispirati. L’ignoto autore del manoscritto è chiamato oggi il “Maestro del Seneca dei Girolamini”: un abile miniatore dell’età angioina di Giovanna I d’Angiò, che proseguì l’opera del nonno Roberto d’Angiò Il Saggio, che a Napoli aveva chiamato Giotto, Simone Martini e tanta altra bellezza. Re Roberto aveva individuato in lei la prima regina di Napoli, contro la Legge Salica che escludeva le donne dal potere, e Giovanna che scrisse al papa Urbano V: “Mi dolgo di una cosa sola che non sia piaciuto al Creatore farmi uomo” finì al centro di congiure e barbaramente uccisa. Grazie al manoscritto del Maestro di Seneca dei Girolamini, la ritroviamo erede gloriosa di cultura: con lei ed Ercolano, la Napoli contemporanea torna centro della letteratura universale coi suoi due Seneca ritrovati, e racconta di padri, figli e figlie di una millenaria città di capolavori universali.


19 mag 2018

100 anni di Spiritismo Napoletano: Eusapia Palladino e Italo Calvino

Una seduta spiritica
Eusapia Palladino (1854-1918) era figlia di contadini di Minervino Murge e divenne la più grande spiritista partenopea della storia. 
Della sua vita si sa poco: in una intervista alla rivista americana Cosmopolitan Magazine del 1910, è lei stessa a raccontarsi. La mamma sarebbe morta di parto e il papà ucciso dai briganti; una proverbiale botta in testa da bambina le avrebbe consentito di amplificare i poteri di cui godeva. Eusapia abitava in via Benedetto Cairoli ad un numero sconosciuto, e morì in un basso poverissima nel Borgo di Sant’Antonio nel cuore popolare di Napoli, 100 anni fa, il 18 maggio.
Le sue straordinarie doti sarebbero emerse presso la famiglia Migaldi di Napoli, quando immigrata come bambinaia e domestica, Eusapia venne invitata per caso ad occupare il posto vacante in una seduta spiritica. Lo spiritismo era allora una vera moda, ed Eusapia incontrò il medico-spiritista napoletano Ercole Chiaia che la mise in contatto con Cesare Lombroso che parve crederle.
La Sapio, come era conosciuta a livello internazionale, aveva guadagnato fama e credito esibendosi in sedute spiritiche molto discusse; oggetto di osservazione da parte di medici, occultisti, psicologici e scienziati di mezzo mondo, ma incappò a Milano in Eugenio Torelli Viollier (1842-1900), il napoletanissimo garibaldino fondatore de Il Corriere della Sera. Fu lui ad accanirsi contro i suoi “trucchi” a partire dal 1892: “effetto d’una semplice ciurmeria”.
Eusapia Palladino ( G. de Fontenay)
Numerose commissioni scientifiche si succedettero negli anni per esaminare i veri poteri della medium mentre lei faceva lievitare tavoli ed oggetti tra lo stupore di mezzo mondo: Eusapia era un mito a Roma, Parigi, Marsiglia, Varsavia, San Pietroburgo, Londra e negli States; persino i coniugi Curie, Nobel in chimica, ne furono incantati partecipando alle sue sedute.
Per questi cento anni del mito controverso della medium Eusapia Palladino e del suo multiforme ingegno partenopeo, è bello ricordare la performance di una artista contemporanea cresciuta a Bari, nella terra di Eusapia: Chiara Fumai (1978-2017). Chiara era nota a livello internazionale per le sue installazioni e i suoi video dedicati alle tematiche femministe: nella caldissima estate dell’anno scorso, nella galleria barese Doppelgaenger, Chiara si è tolta la vita a soli 39 anni.  Aveva dedicato Valerie Solanas e con il video “The Book of Evil Spirit” (2015), vestiva i panni della medium che richiama gli spiriti di scrittrici e attiviste.
un bellissimo ritratto a Eusapia Palladino che legge
Chiara Fumai: Eusapia Palladino legge V.Solanas 2013
A cercare per bene, Eusapia è anche lo strano nome di una della città invisibili di Italo Calvino, dove la città dei vivi imita la sua copia sotterranea e speculare dei morti: “Nessun altro ha accesso all'Eusapia dei morti e tutto quello che di laggiù si sa da loro (… ) Dicono che nelle due città gemelle non ci sia più modo di sapere quali sono i vivi e quali i morti”. Così, tra le migliori pagine della letteratura italiana e dell’arte contemporanea, rivive Eusapia e lievita per davvero lo spirito di Napoli.


Pubblicato il 18 maggio 2018, per cento anni dalla morte di Eusapia, su Corriere del Mezzogiorno