"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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24 nov 2015

Antonello da Messina a Napoli a Palazzo Zevallos: a volte ritornano.

Ritratto Trivulzio presto a Napoli , 1476
La notizia è di quelle da far tremare  polsi degli amanti dell'arte: esposto a Napoli il ritratto d'uomo di Antonello da Messina, o ritratto Trivulzio, dal 5 dicembre a Palazzo Zevallos.
La scarna rassegna stampa, parla oggi 23-nov. della mostra del celebre dipinto di Antonello da Messina, attraverso la collaborazione tra il museo torinese e quello napoletano.

Fino al 1925 poco si sapeva di Antonello da Messina, se non quello che scriveva Giorgio Vasari: senza il passaggio a Napoli (a dire il vero un passaggio piuttosto complicato circa i segreti della pittura ad olioe la visione di una tavola di " Giovanni de Bruggia" ossia Jan van Eyck, che aveva mandato una tavola a Napoli, alla corte di Alfonso d'Aragona tramite banchieri fiorentini, Antonello non avrebbe deciso il suo successivo e decisivo viaggio di formazione nelle Fiandre. Alcuni studiosi contemporanei sono propensi a credere che quel viaggio non ci fu mai, perchè la formazione di Antonello fu a Napoli, ma da un viaggio Antonello ritorna nel 1460: speriamo dunque nel futuro della ricerca. Fino al  1925 ne sapevamo poco, finchè lo studioso Nicolini pubblica la lettera di Pietro Summonte del 1524: nella missiva l'umanista napoletano grazie ad una risposta al veneziano Marco Antonio Michiel, scrive " costui non arrivò per colpa delli tempi alla perfezione del disegno delle cose antique, si come ci arrivò lo suo discepolo Antonello da Messina" . Costui era nientemeno che Cola de Neapoli, Colantonio, unico autore a vivere nella temperie pienamente rinascimentale a Napoli e a recepire le novità all'incrocio tra l'arte fiamminga e quella pienamente italiana, e dalla lettera è scritto a chiare lettere: il suo discepolo è nientemeno che Antonello da Messina.
Ritratto uomo, Galleria Borghese
Squarciato il velo della formazione di ascendenza fiamminga a Napoli, sarà Ferdinando Bologna a scrivere il resto della storia, e oggi sappiamo che Antonello era a Napoli prima del 1457 quando firma un'opera siciliana. Forse Antonello nacque nel 1430 o giù di lì,  visto che sappiamo morì a 49 anni come scritto da Vasari, nel 1479;  e per alcuni quasi certamente collaborò con la stesura della celebre ancona di San Girolamo di maestro Colantonio, tra il 1444-45.  Del ritratto Trivulzio, perchè passato a questa collezione dopo essere stato in quella fiorentina Rinuccini (e poi di nuovo ceduta a Torino in maniera risarcitoria per una complicata storia di intralci e collezioni), raffigura un anonimo uomo alla moda patrizia veneziana ed è con ogni probabilità, dipinto a Venezia in un soggiorno tra il 1475-76 quando è documentata la sua presenza alla Serenissima, o forse in Sicilia, patria del Maestro. Il quadro ha un "fratello buono" alla Galleria d'arte Borghese a Roma: lo sguardo più dolce e calmo dell'affilato ritratto a Milano. I patrizi veneziani, ci tennero a farsi raffigurare da Antonello: forse di lui intuivano la grandiosa lezione a metà strada tra l'invenzione reale dell'arte nordica su fondi monocromi e la lezione spaziale dell'arte italiana. Solo che Antonello la trasfigura nello sguardo: scaraventandoci nel ritratto psicologico del personaggio, nei suoi tratti salienti. Nell'invenzione italiana dello spazio dell'anima.


21 nov 2015

Il più grande furto d'arte contemporaneo e la Grande Bellezza.

Verona, Museo Civico di Castelvecchio, ore 20 di giovedì 19 novembre 2015.
Entrano in tre, chiaramente vestiti di nero, fermano la cassiera, disarmano la guardia giurata e la bloccano con lo scotch. Si fanno portare davanti a 17 opere e diligentemente mettono a segno uno dei più grandi furti della storia dell'arte in Italia. Restano nel museo almeno un'ora e fuggono con l'auto del vigilante.
Colpisce nell'elenco di 17 opere, la presenza di tanti unica della storia dell'arte. Quel fanciullo che mostra un ritratto schematico, di Giovan Francesco Caroto degli anni Venti del 1500, uno strano ritratto che qualche pediatra ha avanzato mostrare una malattia come la sindrome di Angelman o dalla deflagrata lezione leonardesca, chissà.
Mantegna, Sacra Famiglia
Quel fanciullo che mostra il disegno di un uomo, un vero disegno infantile, ci sorride beffardo. E non lo vedremo più. Comunque un unico eccezionale esempio di pittura, come quel ritratto di monaco benedettino dello stesso autore che tiene un libro in mano nel suo saio nero, il volto perso nel roseo incarnato, le grandi labbra tumide e chiuse e il capo tonsurato. Tutto tondo d'uovo e ricerca di equilibrio visivo. E che dire della Dama delle Lecnidi di Peter Paul Rubens, quei piccoli fiori purpurei trai capelli, dagli inizi del '600, per passare poi alla Madonna della Quaglia di Pisanello (1420) con la prima collaborazione di Gentile da Fabriano. Salutiamo quel San Gerolamo di Giovanni Bellini tra il 1450-65, così ancora steccoso nella sua sofferenza col predominio di un paesaggio appena ingentilito da un bestiario di cervi, volpi, draghi, uccelli e leoni...a metà tra il bestiario medievale e il passaggio allegorico che verrà a breve. E quella Madonna che allatta, di Tintoretto, al volgere del secolo (ca 1594)... il Tintoretto che pare il più amato dai ladri; ben cinque sue opere sono sparite. E che dire della Sacra Famiglia con santa, di Andrea Mantegna: quella composizione così intensa, in dialogo con lo spettatore ma quegli occhi bassi della Madonna. Mai che ti riescano a guardare in faccia, o forse sei tu che li fuggi, e forse là sta il grandioso potere di Mantegna, diverso che la fissità vacua di Piero della Francesca. Un furto calcolato trai 10 e 15 milioni di Euro, non facilmente rivendibile se non su commissione. Non facilmente opere smerciabili e da chiudere, chiuse presto in un caveau già ierisera di corsa: chiunque potrebbe riconoscerli. No, certe trattative vanno fatte in segreto, con chi ha commissionato, non è roba da mercatino, visto che a conti fatti la media è di un milione di euro per ciascuna opera. Cinque Tintoretto si rubano per collezione, in un caveau come quello del film della Migliore Offerta, e tanti unica come questi strani ritratti del Caroto, si rubano per gustarli perversamente in segreto, tra piccole cerchie. Come quelle in cui furono realizzati. Eppure, se c'è chi commissiona simili colpi, remotamente c'è ancora speranza nel mondo. Qualcuno ama ancora, la Grande Bellezza. Perversamente l'ama. Magari con un Brunello di Montalcino Poggio di Sotto, annata 2006, gran riserva; "prima però c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla.E' tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore" .

19 nov 2015

La musica del Gesù Nuovo: la prima leggenda metropolitan-mediatica contemporanea

La notizia della presunta musica del Gesù Nuovo, incisa sulle belle pietre di piperno, inizia a circolare ufficialmente nel 2010 quando se ne occupa il giornale Il Mattino di Napoli, con la pubblicazione di un video e di un articolo che ne farebbe persino ascoltare la musica riprodotta dalle deduzioni di Vincenzo Di Pasquale, che dal 2005, inseguiva la ricerca sulla storica facciata e sui suoi segni. Nel 2011 esce il libro " L'enigma del Gesù" dove la stramba teoria pare dimostrata da ricerche svolte in Ungheria, e attraverso la decifrazione dall'Aramaico dei segni sopra i piperni. 
Il libro è un susseguirsi di deduzioni, notazioni, presunte letture e codificazioni, e teorie che nulla hanno a che fare con la semplice realtà di segni dei mastri pipernieri che cavavano la materia. Nel giro di pochi mesi, la notizia fa il giro del web, viene rimbalzata massicciamente dai social,  seguono presentazioni del libro e improvvisamente, la notizia è acclarata non solo dal pubblico, ma comincia ad essere riportata in più guide e manuali, come veritiera e assolutamente autentica. Fino a diventare una vera e propria vulgata: le guide turistiche e le associazioni non hanno remore ad organizzare tour alla ricerca del presunto esoterismo delle pietre del Gesù Nuovo o a raccontare che si, davvero esiste una musica tra quelle pietre. Dando in pasto alla gente quello che forse ci si aspetta da una oleografia napoletana incentrata sui misteri partenopei, filone amatissimo dall'editoria e da presunti ricercatori, oggi è diventata un dato di fatto: c'è la musica tra le pietre del Gesù Nuovo. Viste le precarie condizioni dei lavoratori della pietra del 1400, di cui non abbiamo una corporazione ufficiale a Napoli, c'è da chiedersi come questi facessero a conoscere l'Aramaico, e nientemeno a musicare in codice, ma ovviamente viene in soccorso una presunta matrice massonica e una sapienza segreta nientemeno che dai Romani (e perchè no dai Greci, visto che le mura greche di Napoli mostrano medesimi segni di cavatori, replicati tra l'altro nelle cave della città?). Il Palazzo dei Sanseverino, quel "motivo a bugnato (...)che fascia l'esterno del palazzo come una corazza inespugnabile, minacciosa come le squame puntute di un drago"  (F.Abbate, Il Cinquecento, p.153)., è ormai musica, e non ci si fa nemmeno più caso a raccontar questa storia.
Tirato in ballo anche il Palazzo dei Tufi di Lauro, o del Cappellano, e niente meno che quello Farnese,  Vincenzo De Pasquale, arriva a pensare che sono tutti complici di tener celate musiche antichissime nella loro facciata. Allora perchè non controllare anche il Palazzo dei Diamanti di Ferrara che direttamente è legato al nostro Palazzo Sanseverino, o la Ca' del Duca di Venezia, o qualunque bugnato rinascimentale d'Italia? Senza entrare nel merito delle notazioni degli spartiti d'epoca, cui la musica del Gesù non assomiglia proprio, la vera notizia è che questo "enigma svelato del Gesù" è diventata la prima leggenda mediatica contemporanea di Napoli: una leggenda metropolitana. Seguirà quella del Conte Vlad a Monteoliveto e simili altre scoperte esoterico-misteriose che dichiarano, dal punto di vista storico, una verità inconfutabile: Napoli è una città propensa alla costruzione mitopoietica. Disponibile cioè alla costruzione di storie e racconti fantastici, come da tradizione letteraria (pensiamo al fantastico o fantasy nobilissimo narrato da Gianbattista Basile ne "Lo cunto de li cunti"). E questa è la parte buona di tutta la faccenda.