"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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30 ott 2014

La cultura di rivolta nel sospeso: caffè, pizze a otto, acini di fuoco e biglietti metro

biglietto sospeso,ancora valido in metro,foto A.Granito
Il biglietto sospeso è un prossimo viaggio per qualcuno che non conosci e che magari non può pagarselo. Tu fai la tua corsa, avanzano ancora minuti per la validità del ticket e pensi che lo puoi lasciare a qualcun altro: lo appizzi al muro, lo dai in mano a chi sale dal'autobus, o all'extracomunitario che chiede l'elemosina...
Insomma lo sospendi.
Succede che in una città che si inventa il caffè sospeso, e pure il sindaco ultimamente , qualcuno lasci un biglietto ancora buono tra le fessure dei marmi in metropolitana: la stessa ragione per cui le scarpe sono poggiate fuori dal bidone della spazzatura; possono ancora essere utili e allora perchè gettarle tra la monnezza facendo in modo che si insudicino e il poverello le debba raccattare tra il marcio? Sospendiamole sul ciglio del cassonetto.
Il biglietto sospeso, complice anche il disservizio atavico dei mezzi pubblici e il suo elevato costo, fa la fine del maiale di cui non si butta via niente. Se da un lato è evidente il risvolto sociale della solidarietà del gesto, dall'altro ci scorgo una rivolta attiva: è meglio dare il biglietto a qualcun altro che lo riusi, piuttosto che gettarlo via, in barba alla regola.
Nell'infrazione, poichè il biglietto dovrebbe essere nominale e valido per una corsa, c'è un pò di quella serpeggiante rivolta semplice che il popolo deve pur fare, visto che mai gli è data voce in materia di trasporti. E il popolo non è plebe, ma pensa e agisce e fa la Storia.
E la pizza a otto? Non è sospendere la regola del pagare ora e subito? I numeri alla posta? Quante volte ne prendete due e poi uno lo cedete quando ve ne andate (alcuni ne fan commercio) ma molti no.
Esiste da lungo tempo molta letteratura sull'argomento: dal caffè mondialmente riconosciuto come rito del sospeso (de Crescenzo), al cosiddetto "acino di fuoco" (Riccardo Pazzaglia).Quando in un cortile a Napoli, qualcuno aveva acceso il fuoco, su una paletta era disposto a dare un tizzone ardente al suo vicino che non l'aveva acceso: gli passava un "acino di fuoco". Il Napoletano fa più di Prometeo: non ruba il fuoco, lo sospende.
Sospendere oltre ad un atto solidare, che blocca il tempo e aspetta che uno sconosciuto abbia bisogno, nasconde una sottile rivolta: per il tempo che servirà il biglietto, è sospesa la legge che vuole che ciascuno ne debba comprare uno. Se non puoi pagarti un caffè, che è una cosa poco costosa e dunque sei povero, col caffè sospeso, come un piccolo e breve carnevale annientiamo la distinzione fra povero e ricco.
Se non hai un fuoco acceso o vuoi risparmiare un fiammifero, ti porto sulla paletta un tizzone, una carbonella: la regola ancestrale del fuoco portata dalla comari in un cortile.
Questo atto del sospendere ha una lunga matrice filosofica,  dove nelle radici della parola e dunque in basso, si trova un Greco yps (su, sopra) e un Sanscrito forse, di spand-par : tremare nel senso di agitare.
Sospendere dunque, è un atto fortemente sovversivo delle regole e non così pacifico: un agitare sopra, se leggo in Latino. Molto più che un atto solidare: lo compie il popolo l'atto del sospendere, e il singolo individuo; lo fa silenziosamente dal basso verso l'alto, incrinando i rapporti tra le cose.
Nella coscienza ancestrale di questa città, nel suo DNA, esiste questo tremore bradisismico che può sfociare come sappiamo in aperte rivolte: eccoci qui a sospendere la Storia grande.
Ogni volta che vedete un caffè sospeso, un biglietto sospeso o una pizza ad otto, o sospendete voi stessi qualcosa, pensateci: stiamo facendo tremare il mondo delle regole e siete in rivolta leggera.
La sospensione solidale napoletana, appende il mondo delle regole in alto come cappio : dal basso e silenziosa, all'altro che non sai e che non conosci, passi una rivolta muta come faresti una notizia con un allucco tra vicoli.




Vanvitelli , Vitruvio e la lunga via d'acqua dalla doppia inaugurazione


Come Augusto col Serino, l’acquedotto Carolino (da re Carlo III di Borbone) serviva all'ambizioso programma del Re: non ci sarebbe stata nè la Reggia di Caserta, nè i suoi giardini senza l’acqua , nè dunque una capitale che gareggiasse con Versailles.
 Luigi Vanvitelli ci mise un anno abbondante a cercare le sorgenti per captare le acque che il re voleva aiutassero autonomamente con una tratta parallela, anche il Carmignano di Napoli, passando per Capodimonte.
La Reggia di Caserta nella mente del re doveva gareggiare con Versailles, ma nella mente del Vanvitelli con la solida tradizione dei giardini all' italiana: la villa di Adriano a Tivoli, e gli splendidi giardini di Villa Lante a Bagnaia....e ci riuscì in pieno. Ma pure, se Versailles poteva contare sulla distesa monumentale pianeggiante, divenendo il modello del giardino francese esteso, i nostri giardini da Tivoli a Bagnaia, contavano invece sull'accidentalità dei terreni e le pendenze: una scenografia verticale di giochi di rimbalzi e di agguati visivi.
L’opera d'acqua si presenta titanica: la quantità che serve è immensa, ma il Vanvitelli non era certo uno sprovveduto: aveva lavorato a Roma a cavallo della metà del 1700 per 4 anni con il Sarni, il progettista della bella Fontana di Trevi.
Inizia così la ricerca delle sorgive sulle montagne del Beneventano: "Ieri andiedi a S.Agata de Goti nelle montagne, 12 miglia di qua distante" scrive Vanvitelli (andiedi è fantastico).
Nell'' "andiedare" sul Monte Taburno, si imbattè nell'Acqua Giulia, che Giulio Cesare volle per la potente Capua: "Che l’antica acqua Giulia da queste medesime fonti derivasse, non era che ragionevole congettura, ma divenne subito certezza, allorché scavandosi tutto sotterraneo il condotto in un terreno di brecciuola(...) si scoperse appresso la sorgente di Molinise l’acquedotto fabbricato da i Romani per incanalare l’acqua Giulia verso Capua" (Luigi Vanvitelli, lettere al fratello Urbano) E qui lo scopriamo proto-archeologo.
Una volta trovate le sorgenti ci furono gli acquisti delle sorgive: comprate dalla Mensa arcivescovile di Benevento a caro prezzo, o regalate come nel caso del duca di Airola. Vanvitelli nel percorso captò tutte le possibili acque dal monte Taburno al Briano: 28 sorgive, scrive nelle sue lettere.
L’opera mastodontica fu divisa in tre tratte durante la costruzione: dal Fizzo al monte Ciesco, dal Ciesco al  monte Garzano e dal Garzano alla Reggia, rispettando le orografie salienti del percorso e più squadre dovettero lavorare contemporaneamente eseguendo millimetricamente i calcoli dell’ingegnere-architetto (dal 1752 al 1768). Numerosi furono gli ostacoli del percorso: paludi, lapilli incoerenti; “si pervenne ove dicesi la Peschiera del principe, sebbene vi si ritrovasse un terreno, che a ragione di essere imbevuto dall’acque sorgenti, trema da pertutto, e perciò chiamasi Tremolo”.
Si dovettero superare fiumi: il primo fu il Faenza, attuale Isclero, e vi si costruì il Ponte Nuovo visitato dalle Maestà. Va detto infatti che Carlo e Amalia seguirono i lavori sempre, puntigliosamente. Intanto dopo il Ponte Nuovo, si incontrò il Carmignano (l’antico acquedotto seicentesco che riforniva Napoli) e ci si dovette accordare con questo, e poi ancora costruire il secondo ponte: quello di Durazzano a cinque arcate.
Seguì una prima traccia sulle incoerenti pareti del Monte della Croce, che inevitabilmente franò in due tempi (1763 e  poi 1787) e si dovette procedere quindi a traforare anche il Monte Croce, con le sue esalazioni venefiche (mufete) che costarono la vita ad un operaio (mentre la perdeva anche un capomastro importante sepolto da cedimenti)...
Si arrivò infine alla "Valle": chiamata per antonomasia, la Valle di Mataluna divideva il monte Longano da quello Garzano, alle spalle di Caserta Vecchia. Qui, tra il 1759 e il 1761 con ispirazione al ponte du Gard a Nîmes scrive Vanvitelli: "L’opera sarà Reale; vi farò gli ornati corrispondenti alla grande in stile de Romani antichi, perché l’opera la comporta et è assai onorevole e cospicua per il Re e per me ancora” .
Tre ordini sovrapposti di archi: il primo di 19, il secondo di 27 ed il terzo di 43, sostenevano l’acqua; nel 1795 Ferdinando IV sopra questa incredibile architettura volle un mulino e una raffineria di ferro  che però le vicende del 1799 bloccarono definitivamente.
E per Luigi ancora, a metà della Valle e delle arcate, anche l’incontro improvviso con un mausoleo romano (?) proprio sotto al pilone principale: “un rimbombo, bastevole a far sospettare che sotto ancora vi si nascondesse del vuoto; fattosi perciò scavare lateralmente un pozzo, vi si trovò sottotrenta palmi di più una larga grotta in rovina,piena di quasi inceneriti cadaveri” ( Platea, Cavalier Antonio Sancio).
Poi di nuovo il traforo del Monte Garzano proprio dietro Caserta Vecchia, di durissima roccia, e ancora il re a visitare la grotta del pertuso, che Vanvitelli illumina con 600 candele in altrettanti lanternoni...
Una prima inaugurazione fu fatta nel 1762, ma fu una “mostra d’acqua” con pali di legno e tavole che facessero da letto ricreando il leggero spumeggiare, 'che ancora l’acquedotto non era completato: un escamotage  di legnami e tavoloni “ Saranno alle 23 miglia di condotto, ove sifarà la mostra; ne mancano ancora 4 miglia e mezzo er finire la conduzzione” e il fratello Urbano che saggiamente consiglia a Luigi di aspettare il re, prima di aprire i giochi d’acqua.
Joli, la mostra d'acqua del Vanvitelli del 1762
In quell'occasione finalmente mille ducati vanno a Luigi, ma meno ai suoi capimastri per capriccio regio da ciò che era stato pattuito, e così Luigi dona una parte dei suoi introiti generosamente ai lavoratori della sua titanica impresa.
Di questa capricciosa inaugurazione, il pittore Antonio Joli immortala il momento su una splendida tela: la spuma bianca che il Vanvitelli aveva pensato ben in evidenza con la corte ammirata difronte; il parco ancora da completare.
Le acque dal Monte Briano infatti, sgorgarono davvero solo nel 1768, completando finalmente il lungo percorso dell’acquedotto carolino. Nulla se ne fece del progetto delle acque fino a Napoli, che però vennero convogliate direttamente nel Carmignano che lì arrivava dal 1621.
Le febbri putride, i tumulti e le difficoltà del Regno iniziavano a farsi sentire, ma il 20 maggio del 1768, ancora una volta, il Re potè godersi lo spettacolo dell’acqua della Reggia: si duplicò la inaugurazione con grandi feste. Il trionfo di Luigi Vanvitelli nella sua lunga via dell’acqua fu incontestabile, e semplicemente (!) fedele ai principi vitruviani di firmitas, utilitas, e venustas: utilità nella funzione, solidità nella statica e nei materiali, bellezza ed estetica.
Ponte tra la valle dell'antico col moderno.




28 ott 2014

La friggitoria è arte dei ricordi: maestro Antonio Tubelli

Con il maestro Tubelli
Incontro Antonio Tubelli, anzi il Maestro Tubelli, dopo una cena da Eccellenze Campane: praticamente il distaccamento del fritto dalla sede famosa Timpani e Tempura in centro storico che ha fatto la storia della gastronomia partenopea.
La coppoletta colorata in testa, il sorriso pronto: aveva cucinato i piatti che avevo appena finito di mangiare: il fritto perfetto, che se lo mangi con le mani -come ho gioisamente fatto- non ti sporchi.
E non è da tutti stare dietro alla cucina del proprio ristorante quando si potrebbe usare lo sguattero di turno.
Di Antonio Tubelli è stato scritto molto, ma lui mi racconta del trattato del Corrado ( Il cuoco Galante, Napoli 1773) di Antonio Latini con lo “Lo scalco alla moderna” (1692) o  di Ippolito Cavalcanti ( 1837) così,  come fossero amici stretti.
Sono i libri che gli han fatto cambiare lavoro: era un informatico già alla fine degli anni '70, un lavoro avanti per l'epoca, che scelse di trasformare rischiosamente grazie alla comprensione di sua moglie Enrica ( "le devo molto").   Cambiare lavoro: anzi, cambiare mestiere.
Nel mestiere c'è un pò d'arte e un pò di originalità che manca alla parola lavoro, o peggio, in quella tutta partenopea di fatica : e come i Greci, noi non abbiamo nella lingua napoletana la parola lavoro, ma solo 'a fatica ( 'o ponos in Greco).
...e così Antonio Tubelli, il Maestro Tubelli, si mise a studiare: coi libri e con i suoi maestri frequentò la “Taverna degli amici” di Tommaso Di Benedetto (che gli regalò il Corrado) e nel 1988 aprì "Il Pozzo", poi conobbe e lavorò sodo col Maestro Angelo Paracucchi, e infine col fratello Lucio creò l'attività indipendete.
Il successo e la ricerca di Antonio Tubelli, sono noti a tutti i cuochi e chef partenopei e soprattutto in Giappone, dove Antonio ha dei veri fan per via della tempura.
Così la conversazione continua con le sperimentazioni anni '90: i boccaccielli o il sottovuoto che in Italia e in Spagna sembrano innovare, solo riscoprendo (e comunque menomale).
Poi parliamo di cucina contemporanea: Antonio la chiama cucina pirotecnica quella che si vede in tv e nei talk show o reality : una sorta di arroganza culinaria che la televisione ha lanciato senza sosta, dimenticando le più elementari regole del cibo.
i fritti perfetti del Maestro e il suo scàmmaro
Se ci pensate, sappiamo tutto di complicate ricette e poco della natura del lievito, o dei tempi, o del semplice calore delle mani che contribuisce a far lievitare...cose semplici.
Poi mi racconta quasi commosso che la sua cucina è ispirata alla nonna, quando io gli dico che per me la cucina è affetto e sapori ancestrali: la ricerca (peraltro descritta bene in un famoso libro) in cui ciascuno di noi cerca i ricordi dell'infanzia.
E così, mentre finisco di cenare, salta fuori mia nonna e la sua: la mia davanti al camino che mi faceva uova alla cocque perfette, nella cenere -e non so se mi spiego- e poi le patate sotto la cenere, mentre una pignata di fagioli e cotiche con alloro pippiava là nei pressi. La sua, da buona napoletana, rimestava nel pignatiello antichi ragù e zuppe.
La pasta fritta di Antonio è una vera delizia, mentre parliamo di sensazioni, io la mangio con le mani e lui mi guarda divertito: ma cosa è la cucina se non la memoria che innesta?
Il mio racconto preferito è quel perfetto Pranzo di Babette, che Karen Blixen scrive con dovizia e dove, una cena senza apparente senso, serve alla cuoca comunarda fuggita ad esprimere il suo talento in un paese che mangiava solo stoccafisso per stretta osservanza religiosa. Quella cuoca per anni aveva taciuto il suo talento, in silenzio, e vinta improvvisamente la lotteria offre un pranzo angelico per quel paese moralista: è il suo regalo, la sua arte. 
In quel racconto Karen come Antonio, ci intimano di scendere a contatto col peccato di gola ancestrale della memoria. Le famose mani nella marmellata da bambini: le nostre nonne, le pignatte, gli odori e le attese mitiche; la cosmogonia che ognuno si è formato nella testa, nella bocca e nel cuore. Le nonne, le mamme, le zie, l'asilo, e persino i convitti: la memoria è il fine di ogni buon pasto. E lo sapevano bene i greci che nei simposi facevano svolgere dialoghi filosofici, ritrovi di cultura e declamazioni del passato e di memoria; Napoli dalla Sanità fino a via Settembrini conserva gelosamente gli ipogei ellenistici, nel suo ventre più ventre, perfetti simposi eterni.
Poco prima della condanna morale, esiste il gusto. Esattamente lo stesso punto in cui i Greci situano l'Olimpo, sulla cima di una montagna inarrivabile ma ben precisa e conoscibile -e gli dei risiedono nell'Olimpo inarrivabili come i nostri ricordi, miei e di Antonio-  in fondo ognuno di noi, sa che non potrà ritrovare quella cima di perfezione delle nostre nonne. 
Ma stasera le cechiamo con affetto, ce le raccontiamo e ci facciamo un brindisi: mitiche come Giganti e Titani, stasera ci sono venute a trovare, merito della cucina e di Antonio, che ha portato Napoli nel Mondo.

26 ott 2014

Perchè la mela di Eva era un’Annurca campana (Orcano mistero svelato)

in difesa della mela
Orcole tra la paglia
Mi sono recata nel paese della sagra che un tempo si chiamava “sagra della mela annurca” (24-25-26 ottobre 2014) : da 22 anni era una festa del Vallo di Maddaloni. Oggi con una tormentata storia del marchio dall'Igp poichè è da Giugliano che partono le annurche e la zona fa fatica ad entrare nella denomonazione: le piccole produzioni a caratura familiare spesso non possono permettersi di diventare aziende, registrare un marchio e fare consorzio.
Oggi, dopo 22 anni e la registrazione ufficiale del marchio dal 2006, è costretta a chiamarsi “sagra della mela”, ma va bene lo stesso:  la sostanza della polpa non cambia. E il disciplinare del consorzio di tutela ha registrato uno strano nome : Melannurca tuttoattaccato, il che mi fa ben prefigurare che se denominassero semplicemente Mela Annurca del Vallo di Maddaloni, o anche solo Mela Annurca, a suon di ricorsi si potrebbe vincere anche una causa.
Scusate, ma il dettaglio è fondamentale, se passa sulla pelle di molti contadini.
La mela (annurca del Vallo, poichè prima o poi si dovrà pur riconoscerle uno status ufficiale, visto che il Maddalonese è a tutti gli effetti zona di produzione, e che è altro dire Melannurca, che è l'igp registrato) si raccoglie tra la fine di settembre e inizi di ottobre: dagli alberi di oltre 50 anni e alti 5 metri. Un meleto unico sopravvive al centro della cittadina ad opera del lavoro familiare di Lelio Bernardo che mi racconta la sua storia di contadino: gli alberi li ha piantati col padre, e oggi hanno 50 anni... e le difficoltà di una politica agricola senza progetti e incentivi, e di puro interesse localistico quando va bene. E delle solite guerrucole da provincia che porteranno nel giro dell'ultima generazione alla morte di una grande tradizione.
Eppure, mi dice Giusy, la mia guida speciale di Vallo, i Carafa di Maddaloni avevano migliaia di aranci e solo poche decine di piante di mele...vuol dire che c'è tutta una ricerca da compiere ancora sulla territorialità, e il convegno che si è tenuto in questi giorni qualche spunto lo ha dato.
Comunque mia madre diceva: “vado a comprare le annurche” e “vado a comprare i sanmarzano” intendendo per antonomasia questi prodotti, e non semplici mele o pomodori.
A raccontarla tutta la storia dell’Annurca, è davvero speciale: una volta che il frutto è arrivato a maturazione cadrebbe, e così occorre raccoglierlo a mano sulle scale, poi pazientemente si stendono le mele su un soffice strato di paglia mista a terra una accanto all’altra, e dopo 15 giorni si girano una a una per farle maturare al sole anche dall’altro lato.
Solo dopo che la mela è sopravvissuta alle intemperie, agli insetti e parassiti, e con tanta cura dell’uomo, ci vuole un mese per avere una annurca rosata al punto giusto, sperando che il tempo sia stato clemente.
Lasciando da parte le guerre dei marchi di una regione che dovrebbe far fronte comune, la mela annurca, sostiene Plinio il Vecchio verrebbe dalla zona di Pozzuoli: “Mela Orcula”, dove “orco” sarebbe il riferimento al lago d’Averno.
Poichè la dominazione greca è precedente quella latina, seguirò questa pista per spiegarmene il nome: mele orbiculate furono per Varrone,Columella e Macrobio, da cui il volgare “mele orcole”,  e poi anorcole-annurche... il passo è breve.
Seguendo la denominazione di “orcole” di Plinio e scavando nella parola, si arriva al greco “orkane”, che vuol dire: recinto-luogo da cui non si può uscire (da cui orciolo-orcio come contenitore chiuso, Orco come mostro che afferra e non lascia etc.) con una evidente doppia indicazione; le annurche maturano a terra tra recinti e, visto che viene dalla zona dell'Averno,  risulta la mela infera per eccellenza: le mele prima orcole, anorcole e infine annurche, sono l'eredità diretta dell'idea dell'Averno come Infero.
Mettiamoci in più il fatto che per giungere a maturazione toccano la terra, e non devono marcire: sono eterne, e forse il simbolo rinnegato di una cultura intera quando la cristianità sbarcò con San Paolo proprio a Pozzuoli.
Così la mela annurca, è la mela di Eva per eccellenza: il morso alla conoscenza che la prima donna diede è infondo un divieto al sapere di una cultura pagana.
La mela annurca porta il nome di due millenni di storia: viene dagli Inferi dell’Antichità greco-romana, dove sono situati nei Campi Flegrei, e matura a terra quasi contro legge naturale.
Pensiamoci quando ne mangiano una.L'unica mela che fiorisce a terra.
Ho sempre sostenuto che fosse annurca la mela di Eva, ma oggi l’ho potuto dimostrare; ergo svelati, orcani misteri: il mio, è dopotutto, un originale peccato (di gola).


Si ringrazia la Pro-Loco Valle di Maddaloni, nelle persone splendide di Giusy e Antonia, e tutti gli stand della splendida Sagra. Bravi, tenete alte le nostre tradizioni!

22 ott 2014

Il Ricovero delle Vergini Napoletane, le "ritirate" di Sant'Eligio


Sant'Eligio Maggiore sorge per volere di Carlo I  il 20 luglio del 1270 ad opera di una congregazione mista di Napoletani e Francesi.

Napoli è diventata da qualche anno capitale, gli Svevi sono battuti, e il re può procedere in Piazza Mercato all’edificazione di una nuova chiesa, una chiesa reale, e così col benestare del vescovo Ajglerio, Giovanni Dottun, Guglielmo Burgugnone e Giovanni Lions, gentiluomini francesi, fondano Sant'Eligio, con la carica ulteriore di cuochi di SAnt'Aloja, forse perchè addetti alla cucina del re.
Inoltre, visto che mancava da quelle parti della città ad eccezione di San Giovanni a Mare riservato ai Crociati, ed erano piuttosto rari, decidono di fondare anche un santo ospedale.
Siccome però non si sapeva a che santo votare le nuove opere, se a Martino, Eligio o Dionigi, tre "cartoline" furono messe in un calice ed estratte: uscì il nome di Eligio di Cadigliac, vescovo di Noyon e tesoriere del re Dagoberto, orafo e funzionario alla corte merovingia.
Si concedevano inoltre 23 maritaggi, e corporazioni di mestieri, animali e infermi si posero sotto la protezione della chiesa. Poi, essendo Eligio, protettore dei maniscalchi, a Napoli venne in uso che un cavallo facendo il giro tre volte intorno alla chiesa riceveva la sua dose di miracolo; e il padrone poteva attaccare il ferro alla porta dell’edificio sacro. E, quando i maniscalchi mettevano fine alla loro attività, per raggiunti limiti di età o per l'anzianità del loro cavallo, portavano i ferri dell’animale e li appendevano nella loro cappella in Sant'Eligio. Per questo motivo, i napoletani, hanno collegato la dismissione dei ferri alla dismissione dell'attività sessuale per sopravvenuta
impotenza, ed ecco perchè spesso sentiamo dire il detto: "Chille ha pusato e fierre a Sant'Aloja",    (Sant'Aloja, corruzione partenopea del francese Eloi: Sant'Eligio).
Era il 1546 e don Pedro de Toledo decide di aprire un "conservatorio per le vergini" dove le fanciulle erano istruite al servizio infermieristico presso l'annesso ospedale di Sant'Eligio Maggiore, spostate in qua dalla chiesa di Santa Maria Spinacorona: si chiamò Ricovero delle Vergini Napoletane e accolse praticamente le fanciulle povere e prive di genitori. Le vesti se le dovevano cucire da sè, all’interno dell’ospedale dove pure erano ricoverate; non erano molti gli ospedali per sole donne in città.
Poi, siccome per governar le fanciulle che Don Pedro de Toledo aveva voluto qui ricoverate, essendo cresciute di numero ed esigenze (se ne facevano sposare 20 ogni anno con rendita di 70 o 100 ducati e le altre a far le oblate nella struttura) l'ospedale di Sant'Eligio rischiava di fallire, e allora che ti fanno i governatori di detto ospedale?
Ci mettono dentro un Banco dei Pegni: anno domini 1592, e fu subito un successo.
Ma siccome nel tempo, nemmeno il Banco di Sant'Eligio bastava più a sostentare le giovinette ivi protette, e i Francesi incombevano con le loro soppressioni, al ritorno dei Borbone, Ferdinando IV che ti fa? Assegna 5 numeri del lotto al Conservatorio delle Vergini: "l'Asilo" riscuoteva 25 ducati se usciva con estrazione ordinaria, dieci se straordinari. Lotto-welfare: anche questa l'abbiamo inventata noi.
Col tempo nel 1860 il decreto di Garibaldi assegna al Cav.Volpicella il governo di Sant’Eligio, e questi ne fa scuola di lettere e “lavori donneschi”; nel 1870 l’ospedale contiene 5 sale, e le “ritirate” fanciulle povere che senza averi decidono di restare nell’Ospedale e provvedere esse stesse all’Educandato e alla farmacia interna: ma ci sono anche alunne a pagamento che intendano istruirsi in lettere, pianoforte e canto, e tutte possono ottenere la licenza di maestre fino ai 20-21 anni. Accanto all'educandato si associa il vero e proprio Conservatorio di 60 donne indigenti, che governano il luogo e i possedimenti di Sant'Eligio, nelle varie mansioni: da direttrice a infermiera, economa e "invigilatrice di sala d'udienza", ma dalle mura di Sant'Eligio non possono uscire, pena la definitiva cacciata dal luogo.
Oggi, dopo essere stata una caserma e un asilo, in quel che resta degli splendidi cortili cinquecenteschi, nell'educandato e conservatorio  di Sant'Eligio dove si dava un mestiere e un rifugio alle donne della Provincia di Napoli, oggi resiste una nobile attività di sarti storici napoletani: i Canzanella. 15.000 costumi, 7.000 mila bottoni e bijoux che hanno fatto la storia di arte, cinema, televisione e teatro nazionale e internazionale. Sopra quei tetti dell’edificio, si vede Piazza Mercato e la sua tradizione tessile antica che qui vi aveva luogo d'elezione. Non male per una storia tuttta napoletana.


02 ott 2014

La misericordia del teatro: il San Bartolomeo e gli Incurabili di Napoli.

 II metà del XVII: il teatro di S.Bartolomeo
...ma prima del San Carlo, c'era il San Bartolomeo.
Il 4 novembre 1737, giorno onomastico di re Carlo, l'omonimo teatro fu inaugurato con l'opera "Achille in Sciro" del Metastasio (musica e direzione di Domenico Sarro) e venne a sostituire definitivamente  l'antico teatro di San Bartolomeo che dal 1620 intratteneva i Napoletani. 
Distrutto dai moti del 1647-8 e da un incendio nel 1681, sempre puntualmente ricostruito, tyra l'altro con una commissione della Santa Casa degli Incurabili a Cristoforo Schor che rifece nel 1723 i palchetti, il San Bartolomeo insieme al teatro dei Fiorentini (1618) costituivano il vanto della città.
Ne divenne impresario  nel 1735 Angelo Carasale, a cui fu poi affidato il compito di costruire il San Carlo,  e così sulla platea del San Bartolemeo, smontato e trasformato, allora sorse la Graziella: la chiesa di rua Catalana di Santa Maria delle Grazie, e forse il Medrano ne curò gli interni.
La Graziella a rua Catalana
Sostenuto direttamente dall'Ospedale degli Incurabili, il San Bartolomeo vide l'inizio della carriera di Monteverdi e a Napoli la gloriosa storia teatrale  dell'opera buffa negli anni in cui andò in funzione (1621-1737); dal 1654 fu destinato all'opera, insieme  appunto all'altro teatro di Napoli, il più antico: quello dei Fiorentini (in funzione dal 1618, distrutto dalle bombe nel 1941 e demolito negli anni '50) in cui debuttò anteguerra, nientemeno che Eduardo con la compagnia Scarpetta.
Gloriosa storia quella dei teatri napoletani, che tanto amarono l'opera buffa: proprio nel 1733 nel San Bartolomeo venne rappresentata quella Serva Padrona di Giovan Battista Pergolesi (su libretto di Gennaro Antonio Federico) concepita dapprincipio come intermezzo -quindi come un intervallo nel mezzo di un'opera più seria- e che nessuno avrebbe sperato essere il successo che si rivelò. Tanto piacquero i raggiri di Serpina al suo padrone Umberto che presto inaugurò un genere a sè: primi interpreti  Laura Monti e Gioacchino Corrado; Pergolesi stesso la replicò a Roma nel  teatro Valle 1735 (sotto il patrocinio del Duca di Maddaloni), e fu  così "esportata" presto in Francia tanto da entrare nel 1752 nella Querelle des bouffons : "nella quale venne salutata dagli Enciclopedisti come il simbolo di uno stile nel quale felicemente si fondevano “l’imitation de la nature et la vérité de l’expression (d’Alembert)" (...) "Rousseau (che ne curò a proprie spese la prima edizione francese nel 1752), Grimm, Diderot, d’Alembert, Grétry, trovarono ampi echi nella critica del Settecento (Algarotti, Eximeno, Mattei, V. Manfredini, Arteaga, Burney, Hawkins, e altri) e dell’Ottocento (Carpani, Stendhal, Villarosa, Fétis, Bellaigue, Florimo, etc.)" ( http://www.henningbrockhaus.it/opere/2008/06/09/la-serva-padrona/)
La storia dimenticata del teatro San Bartolomeo, rivive oggi in un disegno degli interni della seconda metà del XVII, e che ci mostra un teatro all'avanguardia, con due file di balconici e una balconata, gremito di gente nel pieno di una rappresentazione teatrale con tanto di scenografie prospettiche e interpreti sul palcoscenico.
Atti Incurabili: iscrizione S.Bartolomeo
La vecchia facciata della Graziella in rua Catalana, intanto, oggi non mostra al passante la sua vera storia: benchè restaurata, è ormai chiusa da decenni e senza alcuna indicazione, e quasi nessuno immagina che al posto di una facciata barocca, un tempo esisteva uno dei teatri che fece grande la fama di Napoli nel mondo della musica...e la storia stessa della musica.
Resta un dato interessante da considerare nella storia del teatro napoletano: l'iscrizione, scolpita sulla porta di marmo del Teatro di San Bartolomeo (e qui riportata in un documento della Santa CAsa degli Incurabili) che si riferiva al diritto concesso nel 1583 da Filippo II e riconfermato nel 1646 da Filippo IV, di destinare i proventi dell'attività teatrale alla conduzione ospedaliera e ai poveri infermi  (http://cir.campania.beniculturali.it/archividiteatronapoli/activity/digiacomo/atn/deputazione/approf_dettaglio_dep2_en?oid=24751amp;query_start=15#)
La politica della misericordia a Napoli seguiva le vie dell'arte: se il Pio Monte della Misericordia destinava quadri alla povertà (ricordiamo che era nato da una costola degli Incurabili) altrettanto faceva l'ospedale ideato da Maria Longo col teatro:  e così, con una costante tutta partenopea e una politica accorta delle congregazioni e dei conventi cittadini al reperimento di sostanze da destinare alla carità e alla misericordia, ancora una volta l'arte per opere di bene, segna la storia della città. Insomma come Caravaggio e le Sette opere di Misericordia stanno alla storia dell'arte, sta la Serva Padrona di Pergolesi alla storia della musica.