"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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28 lug 2014

MediterranPitechi della baia di Napoli

Tifone/Tifeo
Procolo è un pescatore di Ischia.
Ci incontriamo alla fine del tondo cratere della bella isola verde: lui ha ancora gli stivaloni verdi gomma e l'aria stanca del mare sulla faccia allungata, mentre  io scendo da un quaranta piedi a vela, sbarco nemmeno tanto elegante dopo il lavoro. Per me il mare è tornare all'essenziale; un essenziale comodo, contemporaneo, ma non certo da turista.
Quando entrate nel porto-cratere che Ferdinando II fece aprire nel 1853 per meglio collegare la  sua  Villa de'Bagni, entrate in un posto unico sulla terra. E' un porto quasi fantastico: a pelo d'acqua stanno le banchine di piperno, segno di una stabilità del livello del mare che solo un cratere può dare...
E il cratere  di un antico vulcano fu infatti aperto, slabbrato di un orlo per consentire il passaggio delle navi creando un approdo unico, prezioso e riparatissimo per la bella isola. L'isola che un tempo fu l'unico ponte della civiltà mediterranea: qui sbarcarono i Greci d'Eubea per commerciare, e fermarsi a trattare con Fenici, locali ed Etruschi...
Procolo pescator ischitano
Venivo al porto veleggiando  da Castellammare di Stabia, l'altro punto marino di Ferdinando II e dei suoi cantieri, e dunque idealmente dentro di me, riflettevo l'idea complessiva di questo sovrano, l'ultimo della dinastia che pure tentò l'innovazione industriale  in un tempo molto confuso.
Scesa per andare verso le ultime barche dei pescatori,  ho conosciuto Procolo che immediatamente si è fatto scattare la fotografia: con i suoi tre pesci presi da un secchio di plastica di color-parato,  felicissimo di mostrarmi la sua fatica. Il suo barchino verde come la sua isola mi incanta: la ruota luccicante delle reti vuota...e mentre arrivavo da lui, ho notato che l'orlo sud del piccolo cratere,dove ci sono i localini della notturna vita, inizia ad essere invaso dall'acqua; penso che non sia marea, ma il grande respiro della terra che è il bradisismo di tutta questa zona.
La terra qui ha sempre respirato, e ad Ischia, più pericolosamente che altrove: Casamicciola nel 1883 fu rasa completamente al suolo. Era il 28 luglio del 1883, centotrentunoannifa,  ore 21.30 e un terremoto di scala VIII Mercalli, rase al suolo Casamicciola, Forio e Lacco Ameno. Tra le macerie fu estratto vivo Benedetto Croce, che era allora in vacanza coi genitori: "Eravamo a tavola per la cena (...)ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare come alleggerito e subito in una baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi (...)terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e così io svenni"(intervista del 1950 sulla rivista Oggi). 
Zeus scaglia i Giganti
E' Tifeo, il gigante scagliato da Zeus sotto la terra di Ischia e ad essa incatenato che si scuote ogni tanto: così la massa dell'isola lo trattiene per sempre: lo blocca, forza ancestrale, caotica.
"Ma andavano gli armati come se l'intero terreno ardesse
e sotto gemeva per l'ira la ter
ra per l'ira di Zeus che avventa i fulmini
quando sferza la terra intorno a Tifeo fra gli Arimi,
dove si dice Tifeo abbia il letto"
(Omero)
Arimi, è il nome del popolo che abitava l'antica Pithecusa/Ischia, e che in lingua etrusca è "arimos", l'isola delle scimmie: etimologia non accettata da tutti, ma comprensiva di quel sandwich storico-millenario che ci riguarda.
Se Pithecusa è l'isola degli Arimi,  la terra a cui Tifeo il gigante era incatenato, e che significa terra delle scimmie... noi tutti siamo ancestrali MediterranPitechi, creature della speciazione della Terra di Mezzo.
Questa voglia strana, una grafomania di confine, di scrivere sui vasi che ebbero i coloni: scrissero della coppa di Nestore, l'esametro greco che per primo si legge sulla terra e poi di quel tale Inos ("Inos me poiese") vasaio/pittore che fece un vaso con delle sirene-scimmiette, forse.
Così i MediterranPitechi dell'isola di Pithecusa -che poi saremmo noi eredi- impararono a scrivere con le lettere d'Eubea, azzecate per la prima volta in sillabe dai Fenici, regalate agli Etruschi e alla loro estranea lingua non indoeuropea. Il tutto, per cominciare questa civiltà dell'olio e del vino.
Inos firma vasi
E quindi, mentre mi tornano a mente questi brandelli di storia mediterranpiteca, con millenni di ingredienti mescolati in racconti, le genti varie che si spalmarono su questa terra; una insalata di conoscenze e un pò di maionese linguistica...vedo lo sguardo di Procolo, la sua povera pesca che ha visto "calare del 50% negli ultimi tre anni" e penso a questa TerradiMezzo dove si torna idietro alla velocità della luce e allo stadio larvale della storia dell'uomo e della "civiltà" in un nanosecondo.
Anzi in un gigant-secondo: Tifeo, Mimante e Alcione incatenati alle nostre isole di Procida, Ischia e al Vesuvo... e alla buona pace e memoria di chi se li ricorda.

25 lug 2014

Epigrafonia: la musica scritta sopradentro le pietre di Napoli.

Epigrafonia, letteralmente la musica sopradentro le pietre.
Agathodaimon di Pompei, innocuo Vesuvio.
Si dà il caso che le nostre pietre siano particolari: di tufo e piperno. Come potete immaginare, emettono suoni diversi: il tufo si scava ed accoglie dentro-sotto, il piperno resiste dentro-fuori: Napoli sotterranea, e le presunte melodie incise sopra il bugnato del Gesù Nuovo, sono due esempi.
Ma la musica della memoria è ancora più antica: l'antro della Sibilla, o presunto tale. Le grotte di Seiano, e i mitrei e...rifugi, ipogei catacombe, Fontanelle (una cosa a sè), cave, terresante...
Ma qual è la musica che si ode? L'epigrafonia delle pietre ha a che fare con la memoria.
Come le celesti sfere di Plutarco, s'odono melodie armoniche di fequenze strane e ancestrali legate alle Sirene, e
poichè le cose del mondo sono tutte collegate, il sotto e la morte e l'attraversamento dell'Ade, ci riguardano da vicino: ma non con maciullamenti idioti da mostrare sul web per "smuovere coscienze"(come sventolare un santino per parlar di fede).
- Si smuove un sasso, non una coscienza. 
Quando abbiamo chiuso l'antro della Sibilla, qualche mese fa, perchè ci sono stati dei crolli,  non abbiamo percepito il pericolo dell'oblio: abbiamo un nastro di transenna alla gola. Visivamente parlando, un monito da terremotati interiori.
Cuma ci ha avvisato: a franare non sono le pietre, vi sbagliate. E' un popolo senza memoria che non le ode più, e che è condannato a morte certa; cadono i calcinacci di belle decorazioni dai monumenti, e uccidono un quattordicenne.
Le lievi foglie di Virgilio e l'unico dischetto di Hera ritrovato negli scavi di Cuma, dicono che non è un caso, che il consulto non si può ripetere;
la profezia d'altronde c'è stata. 
Ripetere d'altronde è legato alla memoria: senza il ricordare, ogni azione è condannata all'eterna ripetizione di sè, come l'errore, e come eterno tentativo di Sisifo. Oltre al pollice opposto che ci distingue geneticamente dalle scimmie, ci vuole memoria.
Quella è da smuovere, perchè non è un sasso, ma la sua musica.
Obnubilati da tanta possibilità di memora -compriamo giga ogni giorno, dai telefoni alle macchine fotografiche- siamo pur condannati, come umani, a non perderare questa memoria dell'Eden.
Come mettere un tera (terabyte, unità di misura) senza accedervi mai più: questa non è memoria, ma massa informativa. E infatti tera ( τέρας ) in Greco antico è, significa mostro, portento, prodigio...nella dualità significante greca, l'oscillazione tra bene e male. Come monstrum, da mostrare, alla latina: che vuol dire anche prodigio ( monstrum vel prodigium dicevano gli Antichi).
Ma tornando a noi, l'epigrafonia è un dolce suono che si ode, quando cessiamo di avere risposte certe, osserviamo le pietre e interroghiamo la memoria.
Teratorologia contemporanea (τέρας “mostro, prodigio, segno ” e λόγος “discorso”).



Tanatopatia: l'illusione che la guerra passi mostrandola

Tanatopatia Partenopee (occhietti di pastori presepiali)
Pubblicare cadaveri è un atto osceno, oltremodo inutile alle ragioni di colpevolezza o legittimità di questa o quella parte: resta una puttanità, poichè sfrutta un corpo morto a sostegno di una presunta tesi.
Resta un atto osceno assimilabile alla più becera pornografia, per cui vi chiamerò:  pornografi mortuari.
Posto che il sangue chiama sangue,  pubblicando un corpo maciullato  il livello visivo viene abbassato alla barbarie dello scempio; alla distruzione, al massacro... generando un odio epidermico nello spettatore che reagisce schierandosi apparentemente.  
Un'orgia visiva di cadaveri webbatici, in cui si è perso ogni pudore nei confronti della morte, è una puttanità: resta una puttanità poichè sfrutta un corpo morto a sostegno di una presunta tesi colpevolista o innocentista.
Metropolis
 Coloro che pensano che la guerra passi mettendo maciullammenti di persone, sono colpevoli per me di lasciarsi andare ad un istinto mortale: e della morte ho troppo rispetto per sopportarne l'orgia. 
Figuriamoci quelli che pensano di scuotere le coscienze con questa tattica: la prima che non smuovono più è la propria, poichè l'hanno abituata all'impotenza dell'atto violento della morte.
La red line tra pornografia e legittimità di cronaca, o reportage, sta nella perduta morale che concede alla morte il rispetto silenzioso che ha naturalmente, e forse nell'indagare un pò meglio l'atto osceno, la ponografia e le sue derivazioni patologiche. 
Quanto siamo distanti dalla realtà, noi che reporter non siamo, pubblicando quelle foto di maciullamenti, è davvero preoccupante.
Ripudio la guerra, come la pornografia mortuaria, da cui deriva un istinto che conduce all'idealizzazione della morte -molto prossima al martirio cristiano e alla lode del sangue- battezzando ufficialmente questa deriva webbica dei nostri giorni come tanatopatia visiva.
Un chen andalous

Qui non c'entrano più le ragioni di una guerra, ma l'oscenità pornografica con cui si esibisce la carne umana: facendolo senza alcun freno inibitorio, siete vittime dell'istinto di sangue più profondo, assimilabile a chi quei massacri ha compiuto.
La guerra si ripudia -re/pudium- respingere indietro, a calci. Non la si fomenta, pubblicandone i risultati: questo ottiene l'effetto opposto. Dopo poche orge visive di questi tipo, e per naturale meccanismo umano, si prendono le distanze da certi episodi, senza che questo susciti più alcuna reazione emotiva.
La tanatopatia è anche lo stordimento della coscienza, il suo lento inibire la reattività, generando impotenza, difronte a taluni fatti cruenti: la follia omicida, per esempio, ci lascia sgomenti. 
Ma in un epoca così violenta, da indignazione domestica da pc,  rischia di inibire l'azione vera, reale. Quella educativa, quella documentale: che è un dovere di ogni coscienza viva e attiva socialmente.
Oltre che alla banalità del male, al più umano non umano, la tanatopatia -o patologia visiva della morte- è basata sull'ingenuità epidermica di chi pensa che le guerre passino mostrandole.
La coscienza di un essere umano non può essere stordita, obnubilata di dolore e impotenza.
Umberto Eco, sostiene che la pornografia stia nei tempi morti (figuriamoci a mettere i morti nei tempi): ovvero quando dal fatto accaduto, trascorra un tempo irreale al fatto (per semplificare).
"Detto alla buona e volgarmente, nei film pornografici, prima di vedersi una sana scopata occorre sorbirsi uno spot dell'assessorato ai trasporti": detto alla buona e volgarmente, io ripudio queste orge visive in cui la puttanità corporea è messa al servizio dell'idea.





22 lug 2014

Napoli c'è: la libreria di azionariato popolare IoCiSto.

Ieri sera il Vomero, il quartiere di "su Napoli" è andato in tilt, ma nennemo più di tanto. Io ho trovato anche parcheggio in via Luisa Sanfelice, quindi a due passi. Moltissime persone hanno invaso pacificamente lo spazio antistante la funicolare di via Fuga, dove in via Cimarosa 20, si inaugura la nuova libreria di azionariato popolare "IoCiSto". Uno spettacolo fatto in casa, con cose prestate e lavoro gratuito degli artisti; una testimonianza che quando la città è chiamata ad esserci, c'è, gratuitamente e con fiducia.
L'iniziativa, nata virtualmente sull'onda emotiva dell'indignazione per la chiusura di molte librerie partenopee, e portata avanti dalla tenacia di un gruppo di persone che si è andato allargando sempre di più, parte coi migliori auspici e il migliore degli entusiasmi, che collettivamente si propana e che riesce a smuovere, come incontrovertibilmente si vede, quasi un migliaio di persone.
Il sindaco che pure era presente tra la folla, è stato a guardare; probabilmente nessuno pensava che la cosa fosse tanto partecipata.
I tempi per le librerie sono difficili, lo sappiamo, e quindi l'associazione culturale -così si è costituita al momento-  avrà un gran da fare a reperire i fondi che le servono a sopravvivere e a funzionare, ma intanto è partita, con una quota di 50euro a persona con oltre 1600 aderenti al momento. Ma ieri sera, c'erano i banchetti per le sottoscrizioni e certamente altri soci hanno aderito.
E' ovvio che la questione si giocherà sul lungo periodo, con una scommessa per niente facile: però un dato è certo, questa Napoli, che non è solo il Vomero, aveva voglia di stare insieme; di passare una bella serata semplice, in compagnia di altri cittadini, bere una cosa, mangiare una zeppola (che era chiusa) e quindi ci siamo lanciati sulle patatine -la nuova moda. Napoli aveva voglia di fare e darsi una scrollata, oltre che indignarsi a vuoto.
Speriamo che l'esprienza collettiva serva a crescere insieme come città e come identità cittadina; talvolta quello che conta è che certe cose nascano a prescindere dal loro esito.
Anche se ovviamente, auguro all'associazione di vivere serenamente il travaglio della carta stampata: riusciranno i nostri eroi? La perdita delle librerie a Napoli, è davvero un dato triste e che ci riguarda: probabilmente i lettori sono sempre gli stessi di numero, e ieri molti di loro han detto che non va più bene che una città chiuda una libreria, e che anzi, ne vorremmo mille altri di questi eventi.
La voglia di stare insieme, di fare corpo sociale, a Napoli è sempre una bella cosa: è una città viva, idealmente parlando, nonostante i detrattori. Quindi, qualcunque sia il futuro, è stato bello esserci, partecipare col corpo, e dire e sentire "IoCiSto". 
La misura delle cose non è la paura del fallimento, ma l'esperienza e la capacità di creare nuove strategie nonostante la difficoltà: quell'energia non si dissipa, serve da esempio. 
Questo è un esperimento, un parto difficile e collettivo in un epoca di individualismi e cambiamenti: è un controccorente napoletano... di quelli che ci piace ricordare, attraversano la storia di questa difficile e amatissima città.

21 lug 2014

Chi insaguina il mare, sversa coscienza (il Sarno arrossato)

Qualche giorno fa, la foce del Sarno è diventata rosso sangue, ma sangue non era.
Qualche momento di caos, fotografie, il Mattino pubblica la notizia, ore di latenza e shoch, poi si è capito che in qualche punto del Sarno, qualcuno aveva sversato una sostanza rossa: il rivo San Marco a Castellammare, si è scoperto, aveva ospitato la tranquilla immissione di quel colore. "Qualcuno" per incoscienza -pare si sia trattato di un semplice barattolo caduto, si sono giustificati!- aveva pensato bene di diluirlo con acqua e gettarlo semplicemente nella fogna. 
Il barattolo doveva essere piuttosto grande: eppure, si sono difesi... con  la percentuale di diluizione alta.
Il Sarno però si arrossava già anche di pomodoro, delle sue scorze e del rosso succo, altro inquinamento di non poco conto; e che strana combinazione questa della vernice: il Sarno non si tinge che di rosso colore, a prescindere dalla sostanza sversata.
Il fiume è lungo 24 km, attraversa ben 38 comuni, tra le provicne di Napoli, Avellino e Salerno: questa la sua condanna di frazionamento, e la mancanza di una visione unitaria. Pesticidi, insetticidi, erbicidi, funghicidi a cui si aggiunge, e, nel tratto di Nocera, anche la questione urbana degli scarichi: un milione di abitanti gravita su questo fiume, quello che dà il nome alla popolazione autoctona campana, i Sarrastri. Quelli che presero un pò dagli Etruschi e un pò dai Greci, e vivevano in un ambiente palustre, alle soglie dell'Età del Ferro.
Comunque,  non è bastato commissariare il fiume decenni fa: troppi interessi, troppi abusi, troppo immobilismo della politica.  Che sia tristemente il fiume più inquinato d'Europa lo sanno ormai tutti.
Per chi come me, ha scavato a Poggiomarino lo splendido villaggio di Longola, partecipando alle disavventure di uno dei siti archeologici più importanti d'Italia e trai più interessanti del mondo, è sempre un dolore vedere quelle contrade, che nel XV secolo erano popolose, invase dal caos di serre, depuratori, e progetti che stentano a partire. E il fiume rosso, di vergogna e disperazione.
Tutto nella valle del Sarno è caos, la belle e fertilissima terra, abbandonata e sfruttata, con poche eccezioni -come mi capitò di parlare con gli industriali di una nota marca di pomodori, che però preferiscono esportare all'estero: il Sanmarzano-doc.-autentico, infatti, non finisce sulle nostre tavole.
....persino i tentativi nel corso dei secoli per irregimentarne il corso, sono caos: il fiume, dal potente interramento, dovuto a diverse cause morfologiche e idrogeologiche, annulla costantemente il lavoro degli uomini.
Ma a quanto pare anche gli uomini lo stanno ripagando con l'annullamento...della propria identità.
Un popolo che perde la lingua perde ogni cosa, si diceva in una magnifica poesia; noi perdiamo la memoria, che è la base della lingua, aggiungo io. Scorze di pummarola o colori artificiali, al posto del plasma corporeo.
Così la colorazione rosso-sangue del colorificio, a quanto pare,  l'han prodotta per lavarsene le mani di un "barattolo" caduto a terra (che creatività!); i pomodori e i loro residui buttati nel fiume con la cui acqua crescono -!-  non sono che un artificiale sostituzione di scarto del fluido di un popolo che ama definirsi sanguigno, ma che ha perso attaccamento alla sua terra, alla sua radice mitica, e vaga in una nuova terra desolata, la landa dell'arricchimento, e dell'inciviltà barbarica dello sversamento di coscienza. 



10 lug 2014

Napoli che hai bisogno di miti (di Achille,Eracle,Ciro e Salvatore)



Napoli delle Sirene, ha sempre bisogno di eroi e di miti. 
In genere i secondi precedono i primi: Eracle nelle sue gesta è eroe ordinatore di città, e arriva dopo le sirene nel Golfo. Ma appunto, le sue sono gesta eroiche o mitiche e tendono, attraverso le sue scelte di sacrificio consapevole, a superare ostacoli che altri non possono, che ad altri sono impediti anche dal fato.  Così Paride aveva il destino segnato, e Achille pure di conseguenza: dal giorno che la madre Teti lo prese e lo immerse, eccetto il tallone, nelle acque del torrente: per papà Peleo, re dei Mirmidoni di Tessaglia, terra di confine e quasi barbara. Altrove è detto che Achille crescesse coi centauri, ed ecco perchè metà di lui e della sua rabbia, è opera di istinti più grandi, più selvaggi e ancestrali...

Nelle cronache napoletane quotidiane di questi giorni, di morti assurde di ragazzi giovani che ascendono al cielo  -come ci ricorda Menandro ( "Muor giovane colui ch'al cielo è caro")- e che incarnano nel popolino l'idea di mito, di eroe: esiste un Ciro tifoso di calcio e un Salvatore, suo malgrado spezzato dal crollo di un cornicione. L'età giovane, l'accidentalità del destino di questi ragazzi dalle morti assurde in un paese civile, non bastano a farne eroi: ma sui manifesti mortuari di entrambi, la parola compare e persino le gesta eroiche; uno avrebbe tentato di difendere il gruppo di tifosi o il pullman, e l'altro gli amici, spingendoli via dal posto preciso in cui il crollo sarebbe accaduto.

Così Salvatore o Ciro, uno morto di calcio idiota, e l'altro di incuria civile, diventano simboli collettivi di questa coscienza napoletana che non decolla, e non supera che in negativo le difficoltà della vita e dei suoi accidenti. Ragazzi e famiglie straziate da una fatalità assurda, dalle cause lontane e remote, che non vediamo più: cause lontane appunto, come le segnalazioni decennali di crolli e microcrolli della Galleria. Ma gli eroi epici, gli Eracle ed Achille, avevano già un destino di gloria, a loro resta solo la scelta di compierlo degnamente e potrebbero anche rinunciare. Così fa Achille quando per Briseide, si ritira dalla guerra nella sua capanna di pelli. In questa nostra saga del quotidiano partenopeo invece, questi presunti eroi subiscono il fato; forse riscattato da un gesto ultimo disperato, ammesso che sia vero.
Questa loro eroicità dura il tempo dei funerali e del vago ricordo: non costruisce nell'eterno come era fine del mito. Eracle ascende agli dei soddisfatto, Achille muore un miliardo di volte senza morire mai nelle pagine di Omero, la gola di Ettore la ricordiamo tutti. Essi non si e ci lasciano insoddisfatti, addolorati, impotenti: gli eroi ispirano, caricano, e persino le fatiche di Sisifo restano eterne. Pare sempre che possano cambiare idea, percorso, destino, ma non lo fanno mai.
Questi massi di realtà che ci precipano addosso, dalle cause rimosse da una coscienza collettiva addormentata, ferma, che subisce le conseguenze della sua stessa stasi, non hanno nulla di eroico od epico. Nulla da ricordare,e semmai, operano al contrario: è meglio dimenticare che si può morire per certe assurdità.Rimozione di coscienza nell'elevazione di miticità fittizie: altra causa dannosa dopotuto.
Eroi sono altri; mito è altro. In questo aspetto antropologico degenerato, Napoli che adora la produzione eroica e mitica, perchè ama la filosofia e le gesta narrate oralmente -che Napoli raramente sa scrivere-  dimentica la parte positiva e proiettiva del mito e del gesto da emulare, del sacrificio in nome di un ideale o di un destino: la molla della differenza e del cambiamento che ognuno può scegliere.
Mitopoiesi antropologica partenopea; ovvero riflessioni sulla formazione del bisogno mitico: lo scatto epico delle gesta cosapevoli, delle scelte e dell'ideale, e non gli accidenti da inedia cittadina.

09 lug 2014

Libri e librerie, bene comune in via (d’estinzione)


Nel 2012 scrissi un articolo con lo stesso titolo di questo, ma allora, aveva un punto interrogativo, che oggi posso tranquillamente togliere aggiungendo due parentesi, dopo il blitz di sabato che ha multato le storiche bancarelle di libri usati a Port'Alba (http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=532:libri-e-librerie-bene-comune-in-via-destinzione&catid=72)
 -Oggi che le librerie storiche hanno chiuso, come la più famosa Guida a Portalba (Guida-Merliani al Vomero, Guida a Piazza San Domenico, Liguori o la storica Casella, e il ridimensionamento della Fnac).  Tipologie molto differenti di attività hanno abbassato le saracinesche; il caro fitti che ha decretato la chiusura di taluni esercizi, è certo una delle voci importanti di cui tener conto, ma la crisi del comparto è ormai sistemica: si compra meglio e prima in digitale, si legge in digitale ed è sempre più una realtà. E forse si legge anche meno di sempre.
La libreria generalista di stampo tradizionale, e persino il mercato dei libri usati ha perduto gran parte dei suoi esercizi specialmente nelle strade tra Portalba e via Foria, oggi sottoposta a multe assurde -dopo anni di totale di totale disinteresse- ed è destinata a cedere il passo alle grandi catene, meglio attrezzate, più grandi, con maggiore distribuzione e in grado con piccoli e grandi eventi, di attirare l’attenzione dei già pochi lettori napoletani, venendo incontro al gusto dei consumatori, ma anche e soprattutto, a quello dell’editoria e delle sue lobbies. Anche il paesaggio urbano subisce una pesante rimodellazione, e talvolta perdita di identità se non prestiamo attenzione al confine tra impresa privata e bene comune .
Ma qui a Napoli, dopo le multe di sabato alle innocue bancarelle di libri, la politica è in frantumi rispetto alle reali esigenze delle persone: e soprattutto le idee confuse sulla questione del suolo pubblico che certamente va pagato, ma con le dovute distinzioni, in una città in cui in pieno centro storico non si riesce nemmeno a far spostare le bancarelle del falso. 
E allora non vi può essere che una ostilità dichiarata alle forze di pubblica sicurezza e a questa politica di raffazonamenti continui, di confusioni e proclami, che però cadono nel vuoto. Se Port'Alba perde la sua identità per una presunta ed estemporanea messa in regola, la credibilità del sindaco, della sua giunta e le stesse forze dell'ordine vengono giustamente percepite come inutili e dannose. Si rimetta mano certamente, ma non svegliandosi all'improvviso e pretendendo una messa in regola che non è mai esistita.
Tra le tante lotte che potevano essere intraprese per l'economia di questa città e il suo risanamento, questa è davvero la più demenziale. Un morente a cui si nega l'ossigeno, ed anzi, lo si multa perchè sta sopravvivendo: ma davvero non c'erano altre priorità?