"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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30 dic 2014

Dal caffè sospeso al caffè crossing: l'abbiamo inventato a Napoli

Camminando per via dei Tribunali in questi giorni, avrete notato che il bar del Generale o Diaz, ha esposto due cartelli e una lista (meno visibile).
Avevo già scritto in proposito della "cultura del sospendere" come atto di rivolta dove " una lunga matrice filosofica,  nelle radici della parola greca yps (su, sopra) e un Sanscrito forse, di spand-par : tremare, nel senso di agitare. Sospendere dunque, è un atto fortemente sovversivo delle regole e non così pacifico: un agitare sopra, se leggo in Latino. Molto più che un atto solidale: lo compie il popolo l'atto del sospendere, e il singolo individuo; lo fa silenziosamente dal basso verso l'alto, incrinando i rapporti tra le cose"
L' "acino di fuoco" (Riccardo Pazzaglia) era un esempio: quando in un cortile a Napoli, qualcuno aveva acceso il fuoco, su una paletta era disposto a dare un tizzone ardente al suo vicino che non l'aveva acceso: gli passava un "acino di fuoco"; così la pizza ad otto, e ultimamente il biglietto sospeso ( http://rossanadipoce.blogspot.it/2014/10/la-cultura-del-sospeso-caffe-pizze-otto.html )
Torno a scrivere del caffè sospeso, perchè la sua ispirazione ormai è universalmente riconosciuta e a Napoli, davvero esiste qualcuno che ne ha fatto una intelligente idea. Al Caffè del Generale o Diaz, in via dei Tribunali, c'è stata l'evoluzione della specie, il 2.0 dell'idea del sospendere il caffè.
Da gesto anonimo, tra l'offerente che lascia pagato il caffè , il barista che segna da parte e il "povero" che lo va a prendere senza dover spendere, c'è oggi una lista nominale.
Il bar infatti ha pensato di mettere in bella vista l'elenco dei nomi degli offerenti caffè sospesi : in maniera che voi passiate, lasciate pagato un caffè e il vostro nome compare nell'elenco dei donatori.
Non male come idea: abbiamo la prova a vista che ancora esiste davvero il caffè, e che proprio il nostro caffè verrà consumato, insieme a quello degli altri, come è giusto che sia: e dunque, la nostra diventa una "sospensione garantita" del caffè.
Siamo al limite di quel fenomeno che all'estero si chiama "crossing" : il più conosciuto esempio è quello che si fa coi libri , il book crossing , ovvero abbandonare un libro in un posto aspettando che qualcuno lo prenda e non fermi la catena. Un fenomeno nato nel 2001 a livello digitale ma che conta esempi anche più antichi (di cui il caffè sospeso è padre) . L'idea del caffè sospeso in lista, la variante nata a Napoli al Bar del Generale o Diaz, ha il vantaggio di poter sviluppare il  caffè crossing: io lo pago a te , tu lo paghi a me. E' un nome della lista dietro al quale c'è questo atto, e potrebbe diventare una catena infinita. Possiamo annoverarlo tra le invenzioni partenopee più recenti: e potremo provare ad esportalo come idea.
La generosità che il caffè sospeso ha generato, oggi con questa lista ha quell'aspetto pubblico, quel "selfie" di cui non sappiamo fare a meno: ci riconosciamo nel nome e più volentieri facciamo il gesto di donare.
Il Caffè crossing, ha il vantaggio di essere più ecumenico: non devo essere necessariamente povero per prenderlo, fermo restando che qualcuno possa anche non pagarlo e dunque beneficiare della primitiva idea partenopea; ma se riusciamo a prendere un caffè sospeso dalla lista (da un nome che ci piace) portare un amico e pagargli un caffè (e questi a sua volta lasciarne uno sospeso e se vogliamo anche noi) abbiamo generato una catena infinita che potrebbe coinvolgere il mondo. Insomma, non fermate la lista del sospeso e rendetela più ampia possibile: vi sorprendere a leggere che la lista diverrà infinita.
E il caffè sospeso, tradizione parteopea di cui andare fieri, avrà acquistato quella globalità che ormai è inevitabile: un atto di civiltà ecumenico.
Buon caffè sospeso crossing, pensato e realizzato a Napoli, per questo 2015 !

24 dic 2014

1478: quella Madonna alla moda della natività Recco di Napoli



Nella splendida chiesa rinascimentale di San Giovanni a Carbonara,  la cappella della famiglia Recco o della Natività del Signore, fu fondata nel 1423 da Giosuè Recco, maggiordomo della Regina Giovanna II.

Giosuè Recco “ fu molto caro al re Ladislao, e poi fu siniscalco della Regna Giovanna II” e fu dunque membro di quelle famiglie nobili che vollero assicurarsi un posto di rilievo e rappresentativo, specialmente negli anni in cui entrava in contatto imparentandosi con la nobile famiglia Sersale  (1426), nella chiesa che i Durazzo-d’Angiò andavano ideando come pantheon di famiglia.

Nella Cappella Recco, fu custodito fin dagli anni della sua realizzazione e sempre, il gruppo scultoreo della natività, in origine un quadro grandioso composto da 42 esemplari  eseguito da Pietro Alemanno con la collaborazione del figlio Giovanni (1478-1484): i due ebanisti venivano forse da Ulm, nella Germania sud-occidentale e provenivano da una cultura alimentata dal gusto e dall'esperienza fiammingo-borgognona come possiamo intuire dalla precisa grammatica stilistica dei ricami  delle vesti della Madonna.
Al  tempo del Celano (II metà del 1600) le statue risultavano già “maltrattate dal Tempo”,  “su di un eminente piano di fabbrica”  ambietantate in una “stalla  fortunata nella quale uscì alla luce il redentore divino”, la Beata Vergine, S.Giuseppe e il “Celeste Bambino” in mezzo ad angeli che portavano candelieri in mano e suonano strumenti dall’alto della capanna.
Dai documenti ritrovati, , il gruppo della natività che oggi è ridotto a soli 11 esemplari dopo furti e complesse dispersioni,  risulta commissionato da Jaconello Pepe il 30 giugno 1478 ; Jaconello Pepe (o forse Pipe)  risulta aromatario del Duca di Calabria, e il suo bel presepe non riuscirà mai a vederlo: il contratto per la doratura e pittura delle statue verrà infatti firmato dalla moglie ormai vedova, Antonietta de Gennaro, con il doratore Francesco Felice. In realtà non sappiamo i motivi della commissione di Jaconello e la ragione del relativo posizionamento del presepe oggi conosciuto come Recco nell'omonima cappella, ma comprendiamo che dalla dinastia Durazzo siamo passati in pieno clima aragonese.

Pietro e Giovanni Alemanno sono ebanisti esecutori molto apprezzati a Napoli dalle famiglie nobili, specializzati nei gruppi scultorei “presepiali” commissionati e presenti nella stesa epoca del Recco: in Santa Maria la Nova, Sant’Eligio e all’Annunziata. Una vera e propria moda partenopea che affonda le radici come si vede  in maniera consistente proprio in questa epoca.
Oggi alla Certosa di San Martino la Madonna, porta un mantello dorato foderato da un colore rosso-bordò e un vestito di lampasso, il tessuto prezioso antenato del broccato, ricamato su un fondo celeste-blu (come era del resto il colore della casata regnante: gigli d'oro in campo blu); una preziosa stola ricamata le cinge la vita, mentre San Giuseppe è vestito più sobriamente.  Quello che colpisce di quel che resta di questa grandioso gruppo, oltre agli angeli suonatori sospesi (arpa, flauto, liuto e quindi in pieno clima di corte rinascimentale ) è proprio il mantello della vergine: ella è inginocchiata e una quantità di pieghe del sontuoso coprispalle e della veste, cadono a terra creando un movimento fermo, una sorta di base piramidale che la inchioda al perduto bambino, le mani giunte.

Il presepe Recco, pur nella dispersione dei pezzi, resta un documento iconografico preziosissimo di quella Napoli che amava ornare le chiese del 1400 e 1500 di sculture dorate presepiali. Le splendide stoffe raffigurate,  richiedevano la figura di un decoratore specializzato, come abbiamo visto dai pagamenti differiti e dal nome dell'artigiano, e lo diremmo a la page diremmo, ovvero che doveva essere informato sui nuovi gusti contemporanei,  di cui la Vergine del presepe di San Giovanni a Carbonara si fa testimone. Una preziosa conquista di moda: le madonne non vestono più abiti monocolore, sgargianti ma non ricchi e opulenti: sono abiti di corte, di rappresentanza ricamati dell'oro che mette in comunicazione l'antico gusto gotico-fiammingo con le novità dell'epoca. La bella Madonna Recco ha ricami d’oro e fili di seta che seguono giochi geometrici rigorosi ma non meno capricciosi di quelli che dovevano portare le dame contemporanee : una veste bordata da nastri ricamati che sembrano gioielli lungo la scollatura rigorosa sul seno, mentre sfoggia un incarnato rosa nel viso pafuttello e ben pasciuto. Le trecce di Maria  ricadono sulle spalle: come gli angeli con la coroncina di questo presepe, tutto è all'ultima tendenza fashion-hair.  La Madonna della natività Recco (1478-1484) è dunque una madonna alla moda, come solo poteva essere il crocevia di una cultura europea, fiamminga-italiana-borgognona, com’era la corte di Napoli nella II metà del 1400: al fondo oro, da fondale piatto del gotico, si sostituisce un "criso-ricamo" sgargiante del pieno e splendente Rinascimento.

2 dic 2014

La terra del Vesuvio nel sangue, come vino (tenuta Sorrentino)


L’inizio dei vini Sorrentino parte con Benigna di Terzigno, che aveva maledetto la terra avendone dovuta lavorare tanta, troppa: Benigna la mamma di Paolo Sorrentino, l’attuale titolare, voleva sposarsi un metalmeccanico per non pensare più alla terra e alle sue fatiche e così fece.Voleva stare tranquilla e siccome a 18-20 anni la schiena se l’era spaccata ben bene, aveva detto basta con la terra. A un certo punto però, un piccolo pezzettino di terra che Benigna ha in famiglia, quel pezzo primitivo dell’attuale tenuta, lo vede in balia di amministratori avidi e non ce la fa più: si rimette a lavorare la terra. Più o meno intorno agli anni ‘70, Benigna si riprende altra terra e la sua radice e il resto è una storia di un figlio, Paolo Sorrentino, che raccoglie l’amore della mamma e lo prosegue. Questa piccola storia assomiglia alla grande storia dell’Italia, che ripudia le fatiche della terra e poi, accortamente, ci ripensa: menomale che Benigna la terra ce l’aveva nel sangue. All’inzio di questa storia campana, c’era pure un’altra azienda, la Mastroberardino di Atripalda che comprava le uve del Vesuvio e le vinificava: leader del settore e primo motore mobile della macchina del vino campana,  piano piano, con la crescita delle aziende locali, la consapevolezza, la voglia di fare, e  soprattutto dopo il 1983 e i primi riconoscimenti del marchio DOC al Lacryma Christi di queste zone, lascia spazio ad altre piccole imprese che prendono in mano la storia del loro vino. Paolo mi racconta che così è andata anche per lui, come per moltissimi produttori locali, e che dopo la ripresa di Benigna, lentamente inizia la consapevolezza di voler crescere: la Marescialla , il primo appezzamento che va ad includersi al primo moggio materno, la finiscono di piantumare l’8 marzo del 1995; così mi dice Paolo, e questa mi sembra sempre più una storia al femminile, di sangue e vino e terra mater.
Ascolto rapita:  il primo a riconoscere il potenziale di questo vino e di questa azienda che oggi è un’impresa di famiglia e dà lavoro ad almeno una ventina di persone, è Don Salvatore a Mergellina: ebbe in regalo due bottiglie, e immediatamente ne ordinò 2000, e di lì la graduale ascesa di una famiglia e di un progetto collettivo. Paolo Sorrentino faceva il bancario, ed eredita a suo tempo un pezzetto di 3 moggi (l’unità di misura partenopea) e piano piano arriva a 75, e oggi sperando, vuole proseguire questo splendido puzzle che ricostruisce un paesaggio unico al mondo: la tenuta è circondata da un migliaio di piante di ulive che frangono il vento che viene da Sud-Est e che potrebbe arrecare danno alle viti, ma che pure, in un autunno come questo, aiuta le piante a perdere le foglie per l’inizio della potatura. Maria Paola Sorrentino, la figlia giovane, mi ha accompagnata a visitare il vigneto storico di Boscotrecase, spiegandomi che la proprietà si è ingrandita pian piano, e che la parte più antica possiede viti di ben 300 anni, sopravvissute alla lava degli inizi del ‘900 e al mancato attacco della filossera della seconda metà dell‘800 che fece strage in tutta Europa, ma non qui, perchè il terreno del Vesuvio protegge le viti meglio che gli antiparassitari, e non c'è bisogno di piantare nemmeno le rose ai capi dei filari come indicatori di eventuali attacchi di parassiti. Qua la terra del Vulcano fa tutto: difronte alle viti che hanno 300 anni, non un giorno.
Piedirosso DOC di 300 anni
Mi mostra i casotti settecenteschi dei contadini, oggi intelligentemente fittati come B&B e il confine della proprietà che ormai è di 30 ettari: un pezzo grande nel Parco Nazionale del Vesuvio che fa bene al cuore a guardarlo tutto, macchia verde tra il caos dell’agglomerato urbano di cui ormai non si distingue soluzione di continuità. Più in basso si scorge bene Pompei...
Mi siedo sulla bella veranda che ha al centro un noce e mamma Angela, cucina un brodo e un polpettoncino niente male,e inizio a mangiare col resto della famiglia: Benny Sorrentino è l’enologa di famiglia, e l'altro fratello, Giuseppe, si occupa di marketing. Papà Paolo soprintende ogni cosa, burbero per finta e in tenuta agricola: la terra dà sempre da fare e poche chiacchiere. Insomma qua si fa tutto in famiglia davvero: vino per Giappone, Stati Uniti, Europa e naturalmente Italia, di cui una intera linea biologica, e prodotti agroalimentari biologici di gran qualità. Noi pranziamo intanto, e io provo il vino 100% bio  e poi mi siedo con Paolo Sorrentino, e mi faccio contare la storia; il c’era una volta che tanto mi incanta.  Di là, in cucina l’amico chef Eduardo Estatico mi prepara gli struffoli, e va a prendere davanti a  me dalle piante dell’agrumeto, limoni e arance e l’odore buono del fritto si sparge. Sulla veranda panoramica, nel vento di scirocco che inizia a soffiare, mi gusto la macchia di verde e il mare plumbeo che gira da Castellammare e si vede tutto da quissù: la grappa di Aglianico “Fior di ginestre” che ci fa compagnia è un vero fiore all’occhiello dell’azienda. Una bella storia, questa storia di famiglia-azienda, dove mille ulivi fanno la guardia alle viti per frangere i venti che spirano dal mare, e lasciando passare solo quello che serve per far cadere le foglie e ventilare l’uva, e così passa il pomeriggio e arriva la sera. Nella macchia di verde che siamo, al buio, mille luci si accendono: il caos dell’urbanizzazione senza senso è lontano. Ripasso in mente i nomi: le Benigna Mater, Marescialla, Angela, Paolo, Maria Paola, Benny, Giuseppe, Eduardo.  Ora conosco anche questa storia, dall’altro lato del Vesuvio: la vigna sta in cima a una colata piatta che assomiglia ad una lingua di terra ma che è di vulcano, una zattera uscita dal ventre della Muntagna e proprio tra due valloni: le alture del monte alle mie spalle sono solo rimbalzi di lava che nei secoli si sono rovesciati, penso a quei giganti di 300 anni che stanno per perdere le foglie.Sono un monumento, da proteggere, raccontare e visitare.

26 nov 2014

Di Mater in Mater : la materia nera e potente della vita (Giovanni Izzo a Capua)


Nel 1845 Carlo Patturelli durante lavori edilizi rinveniva un antico santuario appena fuori le mura a Capua: tutto fu interrato immediatamente o peggio, in parte distrutto per la paura di perdere  terreni. Una storia tragica di avidità collettiva che segnerà ripetutramente e non solo a Capua, l’incapacità del cittadino italiano di comprendere la sua millenaria storia... Fatto sta che nel 1873 la fame antiquaria, suggerì al Patturelli di riprendere la ricerca questa volta per vendere i pezzi migliori: e così le Madri vendute finirono a Copenhagen, Berlino, Villa Giulia, Napoli e Santa Maria Capua Vetere. Nulla di nuovo sotto il sole: tutta l’Europa e l’America e il collezionismo privato, veniva a rifornirsi da noi, e noi ci lasciavamo spolpare per trenta denari. Dopo un secolo di oblio sulla cosa, la cui nota positiva è che il nome di Capua e delle sue madri è conosciuto in tutto il mondo,  nel 1995 finalmente, si riprese l’indagine di un contesto fortemente sconvolto dagli avvenimenti narrati, fino a comprendere che attorno all’antico santuario, c’era una necropoli. Vita, morte e fertilità, comunque si interpreti il luogo, erano indissolubilmente legate attorno a una sorta di Demetra locale; una iovila, ovvero una stele in lingua osca, ci rammenta che il luogo era circondato da un bosco sacro: dal VI secolo a.C al I a.C.,  con tanto di altare a dodici gradini e dovette essere un luogo importante. Oltre 160 matres sono state rinvenute nel fondo Patturelli, scolpite nel grigio tufo del monte Tifata, un tufo nero rispetto al giallo napoletano, e le madri Capuane tengono strette sino a 12 bambini sul loro grembo, ed anzi, li espongono fasciati alla vista dell’osservante. Probabilmente collocate ai lati dei muri del santuario, le madri raffigurano una scena ripetuta, standardizzata e rituale, dunque sacra, di kourotrophìa, ovvero di cura dei figli, e certamente un riferimento allo stadio di puerperio.
Aldilà dell’interpretazione strettamente archeologica, il santuario del fondo Patturelli dovette essere un culto locale fortemente indirizzato da una iconografia di notevole successo tra gli abitanti dell’area, che potrebbe essere anche più vasta della sola antica città: una terra fertile come la Campania, poteva ispirare una simile tradizione, considerando che per l’antichità del santuario, i modelli iconografici fanno riferimento non solo alle terracotte architttoniche da Cuma , ma anche a segni strettamente etruschi e magnogreci.
Un crocevia visivo quello di queste madri, in cui artigiani di diverse mani e a capacità, nonchè generazioni, tentarono di fermare il motivo del culto: siano esse divinità che accolgono disgrazie, o ringrazino la prolificità, dunque probabili ex-voto, o nascondano altre possibilità interpretative, le Matres di Capua restano uno degli episodi scultorei più interessanti della cultura della penisola italiana (un pò di anni orsono grande bellezza destò l’esposizione delle Madri all’interno del Madre di arte contemporanea a Napoli).
E veniamo alla contemporaneità: il nuovo allestimento del Museo Provinciale Campano di Capua, ha reso omaggio al contesto unico delle Madri, sebbene sia scarno di interpretazioni e spiegazioni/ipotesi circa l’intero contesto o anche di mezzi più accattivanti per solleticare, o meglio evocare, l’importanza del contesto; il bel ballatoio-santuario che vuole ricostruire il complesso, resta vuoto delle terracotte e di ipotesi realistiche che meglio aiuterebbero a comprendere l’unicità dei reperti e della loro storia.
Ma comunque, questo di Capua resta un allestimento architettonico speciale che la mostra fotografica di Giovanni Izzo “Matres le donne dell’esodo” scaraventa violentemente nell’attualità.
Le madri nere, come nero è il tufo del monte Tifata, Giovanni le ha incontrate sulle case della Domiziana, dove l’esodo si è spostato: non lontano da Capua, da questo crocevia antico, dove la terra era l’unica risorsa per le genti che vi si insediavano in antico. Una terra di mescolanze etrusche e magno-greche alle locali, un’amalgama di cerniera storica unica dove le conoscenze si legavano ai popoli che passavano o decidevano di stabilirsi qui.
Le donne nere, le madri alter-capuane allattano, kurotrofe anch’esse; madri che vivono nell’ombra e ci si confondono, sopravvivono in una disperazione che abbiamo rimosso dalla coscienza ma che parla chiaro, di vita alla vita: è singolare come i primi piani di Giovanni Izzo portino all’occhio le teste di madri e figli, proprio quelle teste che mancano alle mater capuane antiche, molto spesso acefale. Quasi, danno loro un volto, fondendosi e ricostruendo una “solita” storia millenaria di emigrazioni e tentativi di tessuti e trame sociali.
Nell’opera nera su nero di Giovanni, emerge una denuncia rarefatta, poetica, in cui l’elemento tragico quasi scompare per fare spazio all’emergere dal fondo della vita e della volontà disperata di queste madri di prendersi cura dei loro figli nati in terra straniera. Molte altre potrebbero essere le riflessioni di questa mostra, appena accennate alla conferenza di presentazione (presente l’ex-ministro Bray) la cui nota positiva saliente è quella di aver suggerito una mostra permanente delle opere di Giovanni Izzo. Non ultima la doverosa citazione della collaborazione di Giovanni con le giovani donne di CaserTerrae, che molto defilatamente si sono sedute tra il pubblico, fuori dal corteo cerimoniale. L’aspetto sociale di questa mostra, la sua potenza visiva, dove l’allestimento curato personalmente da Giovanni, non invade mai volutamente lo spazio visivo delle madri, ed anzi , quasi si trova in disparte e in soggezione, velatamente rammenta che difronte all’arte eterna, i tentativi contemporanei possono e devono chinare la testa, ma non per mancanza di contenuto, ma piuttosto come doveroso omaggio.
E’ una di quelle mostre che ha dell’eccezionale, e che merita non solo una visita, ma anche una giornata intera alla splendida Capua e al suo museo nel bel palazzo rinascimentale della famiglia Antignano.  Grazie alla collaborazione della attivissime giovani donne dell’associazione CaserTerrae e del Museo Provinciale Campano, così fortemente legate al loro territorio, e all’architetto Marinella Giuliano che ha immediatamente accolto il mio entusiasmo sposandolo col proprio, Focus-Art Napoli ha la possibilità di mostrare una delle iniziative più violentemente poetiche della Campania: di mater in mater, la materia della vita millenaria nella splendida Campania Felix.

18 nov 2014

Limatola, l'esperimento del castello incantato e dei suoi cadeaux


“Cadeaux al castello” è ormai alla quinta edizione: si svolge dentro al castello di Limatola  restaurato e inaugurato dal 2010. L’antico maniero della città del “limo” lungo il percorso del Volturno,  si presenta come una manifestazione sempre più articolata e complessa: il luogo ideale per fare un regalo natalizio di qualità. Restaurato con fondi privati da Stefano Sgueglia e famiglia, la struttura è stata pensata come una dimora storica di alto charme per matrimoni, cerimonie, meeting, hotel con 15 stanze deluxe e ovviamente eventi. In particolare Cadeaux al castello, con le 100.000 presenze dell’anno scorso può fregiarsi di essere tra le più grandi e importanti manifestazioni natalizie in Campania. La presenza di settori di alto artigianato italiano e campano, è divisa in : scultura,  pittura, sete di San Leucio, mestieri ed arti medievali, antiquariato e restauro, oggettistica e addobbi natalizi artigianali, infine immancabile, l’enogastronomia. E’ dunque una manifestazione concepita come una fiera antica in un contesto unico: anche la mostra presepiale può fregiarsi di essere esposta nella cappella del castello, accanto alle opere più recenti e al presepe di riuso di Riccardo Dalisi. Non mancano i punti di ristoro oltre ai singoli stands, dove è possibile rifocillarsi, a prezzi accettabili.
Il biglietto di ingresso garantisce il diritto di consumare un vin brulè caldo e profumato o un succo di frutta ( con il caldarrostaio del Matese proprio accanto è una delle delizie dell’occasione). Sostantazialmente se se ha pazienza di parcheggiare discosto dal nucleo del castello, e passeggiare un poco con calma e godersi l’abitato e l’entrata al castello in orari diversi da quelli di punta del sabato e della domenica, Cadeaux al Castello è un’ottima occasione per riflettere sul potenziale del nostro patrimonio e di come, imprenditori accorti, abbiamo saputo trasformare un diroccato e nobile maniero in una macchina da soldi di qualità.

La rocca vanta secoli di storia, e il passaggio di numerose castellane d'eccezione a partire da quella cugina carissima di Carlo d'Angiò primo re di Napoli, 
 Margherita de Tucziaco, ovvero l'italianizzato de Taucy che verso il 1277-78 ne ebbe un restauro con decreto regio unitamente alla custodia del castello di Lauro pro habiliora mora. Si susseguono moltissime famiglie nella storia del castello, come quella di Giovanni Andrea Gambacorta, discendente di quella Donna Cateriana della Ratta, de la Rat, che vi fu castellana e signora: Giovanni Andrea Gambacorta fu trai fondatori mitici dell'opera delle Sette Misercordie Corporali, il Pio Monte, che a Napoli chiamò Caravaggio a dipingere quella Madonna dagli angeli roteanti che tutti amiamo. E ancora per una storia delle donne dimenticata, Aurelia d'Este, duchessa di Limatola (San Martino in Rio 1683 - Napoli 1719) insigne accademica e poetessa che aveva un suo salotto al castello ("Concentrata" è il nome "in codice" dell'Accademia di Bra a cui fu ammessa) e che ispirò all'amico genovese Paolo Mattia Doria, I Ragionamenti ne i quali si dimostra che la donna, in quasi tutte le virtù più grandi, non essere inferiore all’uomo (1716). Dunque il contesto si presta a numerose possibilità di lettura: da quelle storico-artistiche a quelle del semplice svago, coniugando la possibilità di conoscere a quella emotiva di rilassarsi e stare insieme.


La manifestazione che può portar via una intera giornata, è tendenzialmente tra le più importanti della Campania, per la location storica in cui è situata, l'autonomia funzionale, e per numero di visitatori. L'idea degli imprenditori Sgueglia, di investire su un castello antico, si è rivelata vincente ben oltre l'ambientazione dei soliti matrimoni o cerimonie; la manifestazione Cadeaux al Castello, gode al suo quinto compleanno di ottima salute e di un trend in ascesa: vale la pena di andarci, per capire come sia possibile pensare e realizzare l'idea imprenditoriale del nostro patrimonio.
Focus-Art il 22 novembre sarà presente, dopo aver partecipato già alla serata inaugurale.



Per una più completa disamina storica del maniero:  http://www.terredeigambacorta.org/modules/smartsection/item.php?itemid=149

13 nov 2014

Il giardino affatato: quel che resta del primo vivaio partenopeo

 Proprio difronte all’Orto Botanico a Napoli sta un Giardino incantato, anzi affatato.
Dentro un palazzo nobile dei primi anni '30 del '700, Lariano Sanfelice del famoso architetto di scale Ferdinando o come dicono altri nei tre edifici per un’area complessiva di circa 5000 metri quadrati progettati dall’architetto romano Pompeo Schiantarelli negli ultimi due decenni del Settecento (Vivaio Calabrese. Sezione della coffee-house e pianta, in M.L. MARGIOTTA, P. BELFIORE, Giardini storici napoletani), ci sono i ruderi di quel che resta dell'antico Stabilimento Botanico Calabrese (oggi Calvanese).
Comunque  lo stabilimento, come impresa privata di appassionati di botanica, è fondato nel 1864 da Franceco Saverio Calabrese che insieme al figlio Francesco Paolo, ne fecero il  primo vivaio di Napoli anche a contatto vivace con l'ambiente limitrofo dell'Orto Botanico Reale. Francesco Paolo fu anche autore attorno al 1892 della Nomenclatura botanica-volgare disposta per famiglie seguita da annotazioni, un trattato di botanica divulgativo che ebbe discreto successo. Il tocco della moglie di Francesco Paolo, Rita Stern, grande viaggiatrice e romantica, ne fecero un salottino e un ritrovo nella bella struttura di serre e viottoli, piena di ceramiche con motti e un bel pozzo al centro, proprio difronte alla  kaffeehaus, la struttura viennese di concenzione, in cui per eccellenza si sorbisce il caffè. Potremmo definire questo posto a tutti gli effetti, un piccolo tempietto del gusto partenopeo, visto che sappiamo che Eduardo e Pupella Maggio amavano passeggiare trai vialetti: una fotografia autografa di quest'ultima campeggai nel piccolo ufficio che sopravvive, con tenerezza a Rita, sua grande amica. Ci sarebbe molto da indagare su chi calpestava questi suoli e godeva della bellezza del giradino e della sua aria sospesa che ancora si respira.

Completavano l'impresa primigenia nove serre all'avanguardia, un vero portento tecnologico per l'epoca, termoregolate  da una una caldaia a carbone che le riscaldava: esposizioni di orticoltura in Villa Comunale, fiere florovivaistiche alla Mostra d’Oltemare, commesse per giardini importanti, e addobbi, diventarono la specialità dei Calabrese. Finchè la Stern è rimasta in vita tutto è andato bene, la memoria dello stabilimento si è conservava senza problemi e anche la sua missione. Rosai, arbusti sempreverdi, conifere, gerani, frutta in varietà, agrumi, palme in varietà, piante acquatiche, cactee, piante aromatiche da cucina e piantine per le aiule si coltivavano e vendevano poi nel punto commerciale di Corso Garibaldi o anche a domicilio. Poi con la morte di Rita, Luigi Calvanese, ex giardiniere dello stabilimento rilevò il vivaio e oggi rimane qui Giuseppe, che con Antonio il fratello, cura quello che può e quello che resta di un bene culturale senza pari. Venti giardinieri lavoravano nel complesso un tempo, poi via via nessuno più, salvo Giuseppe.
Oggi questo posto è totalmente in via d'abbandono: piante abbandondate, ruderi fatiscenti, manomissioni in corso di manufatti d'epoca, un continuo perdere la memoria anche nell'ufficio della Stern, dove cimeli di ogni sorta, e carte e ricordi generazionali, potrebbero benissimo stare in un museo della memoria mentre qui rischiano di scomparire da un momento all'altro. Ci vorrebbe un mentore, un investitore, poichè dal pubblico non ci si può aspettare più niente: ci vorrebbe un Illuminato che rilevasse la struttura e desse di nuovo vita a questo meraviglioso esperimento che gareggia in bellezza col vicino orto botanico.
Così, attraversando i vialetti ormai disfatti, le riggiole che si stanno perdendo e i vetri che si sfondano, mentre lentamente la vita abbandona questo posto e le gloriose memorie che lo circondano, è possibile almeno respirare l'aria sacra delle cose dimenticate: questi processi d'abbandono non sono mai dati dal singolo individuo; sono imbalsamazioni collettive. Napoli ha questa sua intima disposizione a ridurre tutto a scheletro, per potersi rinnovare continuamente: porta un nome che è una veste d'aspirazione concreta, sulle sue millenarie rughe. Il giardino Calvanese-Calabrese, te lo sbatte in faccia, quello che rende questa città speciale, affatata,  mi suggerisce un amico.
Di fate, orchi e mostri che popolavano gli scritti del Basile molto prima che ce ne dimenticassimo, è piena la cultura napoletana e campana: ai giardini affatati stanno bene le favole come questa.

Ps: Grazie a Franco Guerrera per avermi suggerito affatato, direttamente dal mondo sacro.

10 nov 2014

Dei Banchi Nuovi Mischia Francesca: SS.Cosmo e Damiano's Led


Protettori di medici e cerusici sono i Santi Cosmo e Damiano: nella bella piazzetta detta dei Banchi Nuovi, essi avevano una chiesa dedicata e dunque, all’arte dei Barbieri factotum della città.
Oggi la piazza ospita questo locale un pò kitsch un pò mischia francesca ma pur sempre un’operazione di rivitalizzazione di un luogo altrimenti abbandonato.
Per descrivere dello stato attuale della vecchia chiesa dei Santi Cosmo e Damiano, e del nuovo locale appena aperto presso l’antico edificio, userò appunto una espressione partenopea: Ammischiafrancesca, o Ammisca francesca o Misca francesca. Ditrettamente dal Francese  mêlée, è un combattimento medievale disorganizzato, incasinato= mischiato. E dunque da buoni partenopei, la mischia francese è diventata mischia franscesca.
Fuori da ogni dubbio, lo stato attuale dell'edificio dei SS.Cosmo e Damiano, è chiaramente una mischia francesca: chiedo al gestore del colorato locale il perchè abbia inserito il volto di Anna Magnani tra Eduardo, Sofia, Totò, e lui mi risponde “perchè due uomini e due donne, mica ci potevo mettere Tina Pica”. E giù, di mischia franscesca.
Ma partiamo dall’inizio: il 9 ottobre del 1569, di sabato, venne a Napoli tanta di quell’acqua per tutto il giorno fino alle sette del mattino dopo, che ci furono danni ovunque. Tanta acqua che cadde e scivolò in discesa da S.Sebastiano a Santa Chiara e dritto dritto, che crollarono tutte le case che stavano in questa piazzetta che ancora non era dei Banchi Nuovi Mischia Francesca, lasciando dietro sè una profonda voragine e a vista rovine che furono interpretate come antiche carceri. Tra le macerie, 24 morti e una gallina sopravvissuta beccandosi a quanto pare il petto; anche una notizia del Capasso, può essere mischia francesca.
I mercanti che intanto avevano le loro logge o Banchi già a piazza dell’Olmo, ma che per le turbolenze accadute sotto il governo di don Pedro de Toledo -riguardo al rifiuto di impiantare un tribunale dell’Inquisizione spagnola a Napoli (1547)- ebbero grave danno da queste rivolte e i Banchi vecchi distrutti: comprandosi i terreni della alluvione recente, nella piazza mischia francesca attuale, i mercanti pensarono di re-impiantare i Banchi Nuovi qui e vi si radunavano due volte a settimana (1570). A quel punto gli affari non andarono bene, perchè troppa gente si riuniva in questo poco spazio, e la cosa si faceva pericolosa, quasi...mischia francesca....e i terreni dei Banchi furono rivenduti ad Alfonso Sanchez Marchese di Grottola e da questi alla Comunità dei Barbieri che vi trasportarono la loro chiesa dedicata ai santi protettori: Cosmo e Damiano. La Marchesa di Grottole quindi, per duemila ducati cedette i terreni ai Barbieri (d’Engenio, citato da Capasso) e questi fecero costruire la chiesa ai Padri dell’Oratorio: nel 1616 apriva al culto la chiesa dei S.Cosmo e Damiano, protettori di cerusici ovvero chirurghi e barbieri, che poi cavavano anche i denti (anche quest’arte per noi moderni sembra mischia francesca).
Di ciò che conteneva la chiesa, enumerato dal Capasso, non v’è più traccia nelle attuali condizioni che un video di recente istallazione (2013  http://www.youtube.com/watch?v=O1fIMkYI7xI ) mostra all’interno, e nemmeno del marmo bianco con la data MCCCCLXXXIII con l’intaglio dell’emblema dei barbieri qui trasportato all’epoca della sua erezione. Il vicolo che scende a sinistra della facciata, la calata dei SS.Cosmo e Damiano, fu aperto da Alfonso Sanchez alfine di isolare le proprie proprietà (Le Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, 1692).
Altre fonti ci rassicurano del fatto che l’adunata dei Mercanti presso i Banchi Nuovi non era vista bene (Le tradizioni popolari, spiegate. Seconda ed. - Napoli, Tipogr. del Vecchio 1843), e che fu un bene trasformarla in una chiesa dei barbieri: si rischiavano mischie francesche con troppi soldi e troppa gente in piccolo spazio, appunto.
In altro trattato è chiarito come i nostri Banchi non risalgano a più del XV secolo: ai banchi di liberi professionisti proto-banchieri si facevano computi con abachi e si depositavano somme. Genovesi e Toscani sono trai primi a Napoli, e la Camera della Sommaria a Castel Capuano ne teneva i libri (dal 1511 al 1604): chi voleva esercitare la professione di banchiere doveva versare 40.000 ducati, ma visti gli innumerevoli fallimenti, nel 1533 la malleveria fu accresciuta a 100.000 ducati (Quadro storico-analitico degli atti del governo de' dominj al di qua del faro, ovvero Manuale per gli uffiziali giudiziarj ed amministrativi opera compilata da Francesco Dias, 1833).
I banchi che stavano ormai nella piazzetta Banchi Nuovi dal governo vicereale malvisti, furono gradatamente abbandonati per i Banchi delle opere pie e religiose in pieno clima riformistico, certamente più stabili.
Quello che colpisce di questa chiesa è la facciata barocca inscritta negli archi a tuttosesto di piperno della loggia: la chiesa si è adattata al vecchio uso dei Banchi, inglobandovisi: un meraviglioso esempio di sopravvivenze e di moderni abbandoni e riusi. Non fa specie che le due ali laterali fossero da decenni destinati a attività : dove oggi c’è il locale led che le foto hanno fermato nello stile surrealista di rossi e blu, dove la musica latina è sparata a palla, un tempo c’era un vecchia tipografica. Cambiano i tempi e cambiano le attività: coglie di sorpresa in questa piazza celebre per le scene di numerosi film ambientativisi, questa nuova installazone colorata, ma è ormai palese: piazza Banchi Nuovi dei Santi Cosmo e Damiano Mischia Francesca.

7 nov 2014

Palazzo Zevallos e il '600 napoletano: Tanzio tra mercanti, speculatori e banchieri.

Tanzio a Palazzo Zevallos
"Giovanni Zevallos nel 1635, per la somma di 12.500 ducati, acquistò una grande casa “palazziata” con giardino posta lungo via Toledo con l’intenzione di costruirci la propria dimora" si legge dal link della Banca Intesa San Paolo che ha rilevato l’immobile, ovvero quel meraviglioso palazzo che è lo Zevallos di Stigliano Colonna oggi.
La famiglia Zevallos forse stava a Napoli già dalla fine del ‘500, con incarichi militari di secondo ordine, ma Giovanni fu abile a passare da : “facchino della Regia Dogana e “scrivano di ratione” (impiegato di corte) in seguito, grazie alle fortune accumulate con la sopravvenuta attività di mercante, come “arrendatore” e “assentista” (appaltatore di gabelle e prestatore di denaro). Ricoprì anche un incarico ufficiale all’interno dell’amministrazione, quello di Montiere Maggiore. I crediti vantati con la corte gli consentirono nel 1639 di acquistare per 84.000 ducati la città di Ostuni, di cui ottenne in seguito il titolo di duca”  (link citato) 
Duca odiato, un vero aguzzino: raccontano le carte antiche che arrestò lo sviluppo della città di Ostuni e vi portò al declino le famiglie nobili, con tante cause intentate invano contro di lui ed eredi, fino alla morte dell’ultima Zevallos, donna Maria Carmela che finisce povera senza un soldo nel 1815 non senza le sue pretese a Valenzano ( feudo acquistato dagli Zevallos nel 1718 ) : quando si reca in chiesa, donna Maria Carmela, pretende di essere ricevuta dal Parroco o altro sacerdote vestito di cotta e stola, che le si debba porgere l’acqua santa e la si debba accompagnare all’uscita....
Giovanni Zevallos comunque aveva bisogno di una dimora adatta al suo nuovo rango e tra il 1637 e 1639 acquista gradualmente l’intera area dove oggi sorge il Palazzo:  il progetto tradizionalmente è attribuito a Cosimo Fanzago ma documenti recenti lo iscrivono all’opera di Bartolomeo Picchiatti (allora Ingegnere Maggiore del Regno). Ovviamente gli uffici della capitale costituiscono una rendita cui aspirare e il nostro Giovanni lo sa bene; negli stessi anni dell'acquisto dell'immobile passano a lui ben altri titoli: nel 1638 acquista l’ufficio di Montiero Maggiore che ha giurisdizione su caccia e riserve regie, nel 1637 aveva intanto acquistato la segreteria della Vicaria,  mentre il suo socio Giovanni/Jan Vandeneynden compra lo Jus Sigilli del Sovrano Regio Consiglio  (Mezzogiorno spagnolo: la via napoletana allo stato moderno; di Aurelio Musi, 1991)
Nella compravendita di questi uffici pubblici, parliamo di somme stratosferiche  trai 23.000 e 43.000 ducati; Caravaggio a Napoli, per Nostra Signora della Misericordia, ne ha appena ricevuti 400 e sono bei soldoni.
Fortune cospicue e rapide ascese economiche tutte da ascrivere al nuovo regime vicereale, e alle sue simpatie, oppure alle capacità commerciali-finanziarie di alcuni individui, come ci rammentano le famiglie di Francesco Mirelli e di Michele Vaaz de Andrade ( E. Ricciardi, Il quartiere degli avvocati. Palazzi di togati a Napoli in età vicereale, in“Ricerche sul ‘600 napoletano” 1999), quest'ultimo, un mercante ebreo-portoghese che per storici antichi e moderni è uno dei più grandi mercanti di grano europei: spregiudicato e astuto, “conte di Mola in Peucezia, di Bellosguardo, di San Donato, di San Nicandro, di San Michele, governatore di Casamassima e Rutigliano, di nobiltà inglese, portoghese e napoletana” capace di sfuggire ad ogni ricerca giustizia a suo carico: potere del grano.
Perennemente sull'orlo della bancarotta, dai tempi di Carlo V,
intanto la Spagna richiedeva per le sue guerre uomini, cavalli, mezzi e milioni di scudi di capitale che il Regno partenopeo doveva trovare sotto forma di regime fiscale oppressivo; i numeri sono sconcertanti: tra il 1631 e il 1637 il vicerè conte di Monterey manda 50.000 fanti, 5.500 cavalli e tre milioni e mezzo di scudi in Spagna ( con perdite dei facoltosi Genovesi a favore dei ceti finanziari emergenti di Milano) fino a incontrare una fitta rete di interessi, prestiti e banchieri privati consolidati all’arrivo del nuovo vicerè duca di Medina de las Torres : e fu allora che sette milioni di ducati presero il via per la Spagna.
Emerge, tra questi banchieri ex-commercianti, lo scaltro Bartolomeo d’Aquino monopolista nei prestiti con lo Stato, che costringe quasi tutti gli speculatori a legarsi a lui direttamente o indirettamente: tra questi spiccano lo Zevallos, e i fiamminghi Vendeneynden e Roomer che vedremo tutti implicati nelle vicende di Palazzo Zevallos (Giovanni Brancaccio; Nazione Genovese: consoli e colonia nella Napoli moderna, 2001)
Ai tempi di Zevallos Giovanni c'erano dunque, molti.... mercanti in fiera... e tutti gareggiavano per avere dimore sontuose prossime al palazzo  del vicerè. Per quanto riguarda il nostro Giovanni Zevallos, il punto era che nella zona, prossima ai Quartieri Spagnoli voluti da Don Pedro de Toledo c’era ancora spazio libero (nella pianta Lafrery del 1566 non c’è traccia del Palazzo e nemmeno in quella Baratta): e i nuovi “nobili” come Giovanni Zevallos, arrivista con affari loschi e un vero tiranno a Ostuni, preferirono questa nuova zona. Giovanni mise da parte una cospicua fortuna per la sua signorile dimora: nel 1647 coi tumulti di Masaniello il palazzo venne assaltato senza pietà e i conti saldati col popolo; “Dopo la morte di Giovanni Zevallos, avvenuta durante la peste del 1656, la moglie “donna di poco, o niun talento”, e il figlio Francesco dispersero in breve gran parte dei beni ricevuti, tanto da essere costretti a vendere anche il palazzo di famiglia a Jan Vandeneynden( dal sito della Banca Intesa).
Jan Vandeneynden mercante anche egli di Anversa, e già procuratore dello Zevallos, nonchè socio di un altro mercante in fiera dell’epoca, Gaspare Roomer forse il più illuminato e amante dell’arte, rileva il Palazzo dallo Zevallos e vi riesce a portare  anche La cena di Erode di Rubens (oggi a Edimburgo). L'amico Roomer intanto, ricordiamolo, fu il primo mecenate di Luca Giordano: lui abile commercianti col fitto dei vascelli, preferiva la seta al grano. Nel 1633 Jan decide di ampliare il palazzo ex Zevallos, e vi lavorano appunto Luca Giordano, Giacomo del Pò e Piero de Matteis (ma non ne abbiamo più alcuna traccia). Comunque Jan, era diventato straricco tanto da comprare il titolo di Marchese di Castelnuovo per il figlio Ferdinand, e chiama così nella sua piccola corte di via Toledo, l’architetto certosino Bonaventura Presti a ristrutturare la dimora (1633) e alla sua morte, lascia il patrimonio alle figlie che sposano un Giuliano Colonna e un Carlo Carafa. A Giovanna Vandeneynden,  la primogenita, arrivano in questo modo un’ottantina di opere d’arte in eredità con tutto il palazzo di via Toledo: il primo nucleo di cui abbiamo traccia della ricca collezione Zevallos-Vandeneynden-Roomer. La nostra storia per ora si chiude qua, in concomitanza coi fatti economici del  ‘600, che è anche il secolo d’oro della pittura napoletana.
Senza il grande clima della Riforma, e questo tessuto economico di mercanti - finanzieri e banchieri dai titoli aristocratici comprati, prestiti, interessi e nobili dai titoli acquisiti ai vertici d'ascesa orbitante, non ci sarebbe stato nessun Seicento Napoletano, e quella pazza voglia di legittimazione che spingeva follemente gli investimenti morali ed economici dapprima in chiese e nei palazzi sontuosi, e più raramente nelle collezioni d’arte.
La presenza dei quadri di Tanzio da Varallo, che venne a Napoli agli inizi del ‘600 a imparare la maniera e lavorare, scoprire Caravaggio e a trovar moglie nella numerosa colonia tedesca partenopea, e che le carte degli Archivi hanno resuscitato dal silenzio, nella bella mostra a lui dedicata  nelle sale dell’antico Palazzo Zevallos  con i confronti coi pittori coevi napoletani e non, ci rammenta che stavolta a Napoli c’è una esposizione per cui vale la pena di prendere il treno, l’aereo, l’autobus o il tram, e respirare il clima internazionale che in quegli anni la città respirava, nell'antico palazzo di uno speculatore accorto e dei suoi eredi. La collezione Zevallos-Colonna, tra le più belle di Napoli, ospita oggi, in quel sontuoso palazzo la cui storia ho appena accennata, un intero clima d'epoca: un clima in cui Tanzio e Caravaggio si incontrano almeno virtualemente trai vicoli. Vale la pena di pensarci quando si attraversano le stanze della vecchia Banca, nel cortile chiuso di vecchi affaristi.

4 nov 2014

Nostra Signora della Dragonara: architetture religiose spontanee


E' tutto pronto. Manca solo l'apparizione, ma certamente non tarderà.
Lungo l'ultimo lembo che dalla spiaggia di Miliscola (militum schola o scuola militare) termina proprio sotto Capo Miseno, sono anni che si assiste ad un graduale aumento di oggetti di culto, specialmente mariani, poggiati lungo il tenero scoglio di tufo. 
Là dove il "trombettiere" di Enea ebbe la sua sepoltura affogato dalla impari lotta con Tritone (animale mitico che molto ricorda tracon, vedi più avanti) al suono della buccina...
Il sito è costellato di resti di antiche opere romane pertinenziali quasi certamente a sontuose ville patrizie, come quella che qui si vuole attribuire a Lucullo dove pure morì nientemeno che l'imperatore Tiberio, o come quella di Plinio il Vecchio ad esempio, che da qui partì alla volta dei soccorsi di Pompei poichè era comandante della flotta misenensis, ovvero quella squadriglia navale che Augusto aveva voluto a guardia del Tirreno e che partì tosto a guisa di protezione civile quando Rectina, alcuni ne dicon l'amante, gli chiese aiuto.
Sotto quello che si vede dei resti, l'imponente cisterna romana della Dragonara conserva le tracce di un'opera che raccoglieva le acque; discordi i pareri sull'uso privato o pubblico della struttura ma una cosa è certa: è acqua dolce. Abbiamo dunque anche una fonte sacra e ovviamente una sacra grotta.
Una serie di resti su cui l'edilizia da quattro soldi ha fatto scempio, senza che se ne sia potuti venire a capo (di demolizioni neanche a parlarne , dove nella sola Pozzuoli gli abusi su resti archeologici sono decine di migliaia, si parla di caso politico cioè da rimandare alle alte sfere che ovviamente se ne impipano di intervenire inimicandosi una popolazione orba).
Fato sta, che sul limitare della spiaggia che guarda Ischia, Procida e l'estremo lembo occidentale di Capo Miseno, c'è un piccolo santuario spontaneo.
Fino a non molto tempo fa, c'era solo qualche solitario rosario, ma oggi si contano a decine,  impizzati nei resti di chiodi, piccoli anfratti e rifugio di tenero tufo, comprese installazioni improvvisate, conchiglie e quadri sacri a tema "Ave Maria".
Siamo dunque, è fuori dubbio discuterne, su un luogo sacro : di quella spontanea religiosità che da queste parti e lungo tutto il golfo non manca mai da millenni, pronta a rifiorire lungo punti di passaggio che hanno storie millenarie.
L'area della Dragonara, da Traconiaria o Traconara (greco tracon: un giro tortuoso di acque sotterranee), ha dunque tutte le carte in regola per un'architettura della religiosità spontanea che nei fatti esiste già da tempo. Qui, proprio qui, dove Cesare, Antonio e Sesto Pompeo tennero come racconta Dione Cassio, il loro "abboccamento" (una riunione informale) per decidere le sorti della politica romana.
Ci sono i ristoranti direttamente sulle rovine già pronti al flusso dei pellegrini: la Madonna della Dragonara (con ovvio riferimento all'uccisione del Drago Mistico) è pronta.
Vorrei si ricordasse questo articolo quando i posteri cercaranno nella storia, il primo presagio di un grande culto.


30 ott 2014

La cultura di rivolta nel sospeso: caffè, pizze a otto, acini di fuoco e biglietti metro

biglietto sospeso,ancora valido in metro,foto A.Granito
Il biglietto sospeso è un prossimo viaggio per qualcuno che non conosci e che magari non può pagarselo. Tu fai la tua corsa, avanzano ancora minuti per la validità del ticket e pensi che lo puoi lasciare a qualcun altro: lo appizzi al muro, lo dai in mano a chi sale dal'autobus, o all'extracomunitario che chiede l'elemosina...
Insomma lo sospendi.
Succede che in una città che si inventa il caffè sospeso, e pure il sindaco ultimamente , qualcuno lasci un biglietto ancora buono tra le fessure dei marmi in metropolitana: la stessa ragione per cui le scarpe sono poggiate fuori dal bidone della spazzatura; possono ancora essere utili e allora perchè gettarle tra la monnezza facendo in modo che si insudicino e il poverello le debba raccattare tra il marcio? Sospendiamole sul ciglio del cassonetto.
Il biglietto sospeso, complice anche il disservizio atavico dei mezzi pubblici e il suo elevato costo, fa la fine del maiale di cui non si butta via niente. Se da un lato è evidente il risvolto sociale della solidarietà del gesto, dall'altro ci scorgo una rivolta attiva: è meglio dare il biglietto a qualcun altro che lo riusi, piuttosto che gettarlo via, in barba alla regola.
Nell'infrazione, poichè il biglietto dovrebbe essere nominale e valido per una corsa, c'è un pò di quella serpeggiante rivolta semplice che il popolo deve pur fare, visto che mai gli è data voce in materia di trasporti. E il popolo non è plebe, ma pensa e agisce e fa la Storia.
E la pizza a otto? Non è sospendere la regola del pagare ora e subito? I numeri alla posta? Quante volte ne prendete due e poi uno lo cedete quando ve ne andate (alcuni ne fan commercio) ma molti no.
Esiste da lungo tempo molta letteratura sull'argomento: dal caffè mondialmente riconosciuto come rito del sospeso (de Crescenzo), al cosiddetto "acino di fuoco" (Riccardo Pazzaglia).Quando in un cortile a Napoli, qualcuno aveva acceso il fuoco, su una paletta era disposto a dare un tizzone ardente al suo vicino che non l'aveva acceso: gli passava un "acino di fuoco". Il Napoletano fa più di Prometeo: non ruba il fuoco, lo sospende.
Sospendere oltre ad un atto solidare, che blocca il tempo e aspetta che uno sconosciuto abbia bisogno, nasconde una sottile rivolta: per il tempo che servirà il biglietto, è sospesa la legge che vuole che ciascuno ne debba comprare uno. Se non puoi pagarti un caffè, che è una cosa poco costosa e dunque sei povero, col caffè sospeso, come un piccolo e breve carnevale annientiamo la distinzione fra povero e ricco.
Se non hai un fuoco acceso o vuoi risparmiare un fiammifero, ti porto sulla paletta un tizzone, una carbonella: la regola ancestrale del fuoco portata dalla comari in un cortile.
Questo atto del sospendere ha una lunga matrice filosofica,  dove nelle radici della parola e dunque in basso, si trova un Greco yps (su, sopra) e un Sanscrito forse, di spand-par : tremare nel senso di agitare.
Sospendere dunque, è un atto fortemente sovversivo delle regole e non così pacifico: un agitare sopra, se leggo in Latino. Molto più che un atto solidare: lo compie il popolo l'atto del sospendere, e il singolo individuo; lo fa silenziosamente dal basso verso l'alto, incrinando i rapporti tra le cose.
Nella coscienza ancestrale di questa città, nel suo DNA, esiste questo tremore bradisismico che può sfociare come sappiamo in aperte rivolte: eccoci qui a sospendere la Storia grande.
Ogni volta che vedete un caffè sospeso, un biglietto sospeso o una pizza ad otto, o sospendete voi stessi qualcosa, pensateci: stiamo facendo tremare il mondo delle regole e siete in rivolta leggera.
La sospensione solidale napoletana, appende il mondo delle regole in alto come cappio : dal basso e silenziosa, all'altro che non sai e che non conosci, passi una rivolta muta come faresti una notizia con un allucco tra vicoli.




Vanvitelli , Vitruvio e la lunga via d'acqua dalla doppia inaugurazione


Come Augusto col Serino, l’acquedotto Carolino (da re Carlo III di Borbone) serviva all'ambizioso programma del Re: non ci sarebbe stata nè la Reggia di Caserta, nè i suoi giardini senza l’acqua , nè dunque una capitale che gareggiasse con Versailles.
 Luigi Vanvitelli ci mise un anno abbondante a cercare le sorgenti per captare le acque che il re voleva aiutassero autonomamente con una tratta parallela, anche il Carmignano di Napoli, passando per Capodimonte.
La Reggia di Caserta nella mente del re doveva gareggiare con Versailles, ma nella mente del Vanvitelli con la solida tradizione dei giardini all' italiana: la villa di Adriano a Tivoli, e gli splendidi giardini di Villa Lante a Bagnaia....e ci riuscì in pieno. Ma pure, se Versailles poteva contare sulla distesa monumentale pianeggiante, divenendo il modello del giardino francese esteso, i nostri giardini da Tivoli a Bagnaia, contavano invece sull'accidentalità dei terreni e le pendenze: una scenografia verticale di giochi di rimbalzi e di agguati visivi.
L’opera d'acqua si presenta titanica: la quantità che serve è immensa, ma il Vanvitelli non era certo uno sprovveduto: aveva lavorato a Roma a cavallo della metà del 1700 per 4 anni con il Sarni, il progettista della bella Fontana di Trevi.
Inizia così la ricerca delle sorgive sulle montagne del Beneventano: "Ieri andiedi a S.Agata de Goti nelle montagne, 12 miglia di qua distante" scrive Vanvitelli (andiedi è fantastico).
Nell'' "andiedare" sul Monte Taburno, si imbattè nell'Acqua Giulia, che Giulio Cesare volle per la potente Capua: "Che l’antica acqua Giulia da queste medesime fonti derivasse, non era che ragionevole congettura, ma divenne subito certezza, allorché scavandosi tutto sotterraneo il condotto in un terreno di brecciuola(...) si scoperse appresso la sorgente di Molinise l’acquedotto fabbricato da i Romani per incanalare l’acqua Giulia verso Capua" (Luigi Vanvitelli, lettere al fratello Urbano) E qui lo scopriamo proto-archeologo.
Una volta trovate le sorgenti ci furono gli acquisti delle sorgive: comprate dalla Mensa arcivescovile di Benevento a caro prezzo, o regalate come nel caso del duca di Airola. Vanvitelli nel percorso captò tutte le possibili acque dal monte Taburno al Briano: 28 sorgive, scrive nelle sue lettere.
L’opera mastodontica fu divisa in tre tratte durante la costruzione: dal Fizzo al monte Ciesco, dal Ciesco al  monte Garzano e dal Garzano alla Reggia, rispettando le orografie salienti del percorso e più squadre dovettero lavorare contemporaneamente eseguendo millimetricamente i calcoli dell’ingegnere-architetto (dal 1752 al 1768). Numerosi furono gli ostacoli del percorso: paludi, lapilli incoerenti; “si pervenne ove dicesi la Peschiera del principe, sebbene vi si ritrovasse un terreno, che a ragione di essere imbevuto dall’acque sorgenti, trema da pertutto, e perciò chiamasi Tremolo”.
Si dovettero superare fiumi: il primo fu il Faenza, attuale Isclero, e vi si costruì il Ponte Nuovo visitato dalle Maestà. Va detto infatti che Carlo e Amalia seguirono i lavori sempre, puntigliosamente. Intanto dopo il Ponte Nuovo, si incontrò il Carmignano (l’antico acquedotto seicentesco che riforniva Napoli) e ci si dovette accordare con questo, e poi ancora costruire il secondo ponte: quello di Durazzano a cinque arcate.
Seguì una prima traccia sulle incoerenti pareti del Monte della Croce, che inevitabilmente franò in due tempi (1763 e  poi 1787) e si dovette procedere quindi a traforare anche il Monte Croce, con le sue esalazioni venefiche (mufete) che costarono la vita ad un operaio (mentre la perdeva anche un capomastro importante sepolto da cedimenti)...
Si arrivò infine alla "Valle": chiamata per antonomasia, la Valle di Mataluna divideva il monte Longano da quello Garzano, alle spalle di Caserta Vecchia. Qui, tra il 1759 e il 1761 con ispirazione al ponte du Gard a Nîmes scrive Vanvitelli: "L’opera sarà Reale; vi farò gli ornati corrispondenti alla grande in stile de Romani antichi, perché l’opera la comporta et è assai onorevole e cospicua per il Re e per me ancora” .
Tre ordini sovrapposti di archi: il primo di 19, il secondo di 27 ed il terzo di 43, sostenevano l’acqua; nel 1795 Ferdinando IV sopra questa incredibile architettura volle un mulino e una raffineria di ferro  che però le vicende del 1799 bloccarono definitivamente.
E per Luigi ancora, a metà della Valle e delle arcate, anche l’incontro improvviso con un mausoleo romano (?) proprio sotto al pilone principale: “un rimbombo, bastevole a far sospettare che sotto ancora vi si nascondesse del vuoto; fattosi perciò scavare lateralmente un pozzo, vi si trovò sottotrenta palmi di più una larga grotta in rovina,piena di quasi inceneriti cadaveri” ( Platea, Cavalier Antonio Sancio).
Poi di nuovo il traforo del Monte Garzano proprio dietro Caserta Vecchia, di durissima roccia, e ancora il re a visitare la grotta del pertuso, che Vanvitelli illumina con 600 candele in altrettanti lanternoni...
Una prima inaugurazione fu fatta nel 1762, ma fu una “mostra d’acqua” con pali di legno e tavole che facessero da letto ricreando il leggero spumeggiare, 'che ancora l’acquedotto non era completato: un escamotage  di legnami e tavoloni “ Saranno alle 23 miglia di condotto, ove sifarà la mostra; ne mancano ancora 4 miglia e mezzo er finire la conduzzione” e il fratello Urbano che saggiamente consiglia a Luigi di aspettare il re, prima di aprire i giochi d’acqua.
Joli, la mostra d'acqua del Vanvitelli del 1762
In quell'occasione finalmente mille ducati vanno a Luigi, ma meno ai suoi capimastri per capriccio regio da ciò che era stato pattuito, e così Luigi dona una parte dei suoi introiti generosamente ai lavoratori della sua titanica impresa.
Di questa capricciosa inaugurazione, il pittore Antonio Joli immortala il momento su una splendida tela: la spuma bianca che il Vanvitelli aveva pensato ben in evidenza con la corte ammirata difronte; il parco ancora da completare.
Le acque dal Monte Briano infatti, sgorgarono davvero solo nel 1768, completando finalmente il lungo percorso dell’acquedotto carolino. Nulla se ne fece del progetto delle acque fino a Napoli, che però vennero convogliate direttamente nel Carmignano che lì arrivava dal 1621.
Le febbri putride, i tumulti e le difficoltà del Regno iniziavano a farsi sentire, ma il 20 maggio del 1768, ancora una volta, il Re potè godersi lo spettacolo dell’acqua della Reggia: si duplicò la inaugurazione con grandi feste. Il trionfo di Luigi Vanvitelli nella sua lunga via dell’acqua fu incontestabile, e semplicemente (!) fedele ai principi vitruviani di firmitas, utilitas, e venustas: utilità nella funzione, solidità nella statica e nei materiali, bellezza ed estetica.
Ponte tra la valle dell'antico col moderno.




28 ott 2014

La friggitoria è arte dei ricordi: maestro Antonio Tubelli

Con il maestro Tubelli
Incontro Antonio Tubelli, anzi il Maestro Tubelli, dopo una cena da Eccellenze Campane: praticamente il distaccamento del fritto dalla sede famosa Timpani e Tempura in centro storico che ha fatto la storia della gastronomia partenopea.
La coppoletta colorata in testa, il sorriso pronto: aveva cucinato i piatti che avevo appena finito di mangiare: il fritto perfetto, che se lo mangi con le mani -come ho gioisamente fatto- non ti sporchi.
E non è da tutti stare dietro alla cucina del proprio ristorante quando si potrebbe usare lo sguattero di turno.
Di Antonio Tubelli è stato scritto molto, ma lui mi racconta del trattato del Corrado ( Il cuoco Galante, Napoli 1773) di Antonio Latini con lo “Lo scalco alla moderna” (1692) o  di Ippolito Cavalcanti ( 1837) così,  come fossero amici stretti.
Sono i libri che gli han fatto cambiare lavoro: era un informatico già alla fine degli anni '70, un lavoro avanti per l'epoca, che scelse di trasformare rischiosamente grazie alla comprensione di sua moglie Enrica ( "le devo molto").   Cambiare lavoro: anzi, cambiare mestiere.
Nel mestiere c'è un pò d'arte e un pò di originalità che manca alla parola lavoro, o peggio, in quella tutta partenopea di fatica : e come i Greci, noi non abbiamo nella lingua napoletana la parola lavoro, ma solo 'a fatica ( 'o ponos in Greco).
...e così Antonio Tubelli, il Maestro Tubelli, si mise a studiare: coi libri e con i suoi maestri frequentò la “Taverna degli amici” di Tommaso Di Benedetto (che gli regalò il Corrado) e nel 1988 aprì "Il Pozzo", poi conobbe e lavorò sodo col Maestro Angelo Paracucchi, e infine col fratello Lucio creò l'attività indipendete.
Il successo e la ricerca di Antonio Tubelli, sono noti a tutti i cuochi e chef partenopei e soprattutto in Giappone, dove Antonio ha dei veri fan per via della tempura.
Così la conversazione continua con le sperimentazioni anni '90: i boccaccielli o il sottovuoto che in Italia e in Spagna sembrano innovare, solo riscoprendo (e comunque menomale).
Poi parliamo di cucina contemporanea: Antonio la chiama cucina pirotecnica quella che si vede in tv e nei talk show o reality : una sorta di arroganza culinaria che la televisione ha lanciato senza sosta, dimenticando le più elementari regole del cibo.
i fritti perfetti del Maestro e il suo scàmmaro
Se ci pensate, sappiamo tutto di complicate ricette e poco della natura del lievito, o dei tempi, o del semplice calore delle mani che contribuisce a far lievitare...cose semplici.
Poi mi racconta quasi commosso che la sua cucina è ispirata alla nonna, quando io gli dico che per me la cucina è affetto e sapori ancestrali: la ricerca (peraltro descritta bene in un famoso libro) in cui ciascuno di noi cerca i ricordi dell'infanzia.
E così, mentre finisco di cenare, salta fuori mia nonna e la sua: la mia davanti al camino che mi faceva uova alla cocque perfette, nella cenere -e non so se mi spiego- e poi le patate sotto la cenere, mentre una pignata di fagioli e cotiche con alloro pippiava là nei pressi. La sua, da buona napoletana, rimestava nel pignatiello antichi ragù e zuppe.
La pasta fritta di Antonio è una vera delizia, mentre parliamo di sensazioni, io la mangio con le mani e lui mi guarda divertito: ma cosa è la cucina se non la memoria che innesta?
Il mio racconto preferito è quel perfetto Pranzo di Babette, che Karen Blixen scrive con dovizia e dove, una cena senza apparente senso, serve alla cuoca comunarda fuggita ad esprimere il suo talento in un paese che mangiava solo stoccafisso per stretta osservanza religiosa. Quella cuoca per anni aveva taciuto il suo talento, in silenzio, e vinta improvvisamente la lotteria offre un pranzo angelico per quel paese moralista: è il suo regalo, la sua arte. 
In quel racconto Karen come Antonio, ci intimano di scendere a contatto col peccato di gola ancestrale della memoria. Le famose mani nella marmellata da bambini: le nostre nonne, le pignatte, gli odori e le attese mitiche; la cosmogonia che ognuno si è formato nella testa, nella bocca e nel cuore. Le nonne, le mamme, le zie, l'asilo, e persino i convitti: la memoria è il fine di ogni buon pasto. E lo sapevano bene i greci che nei simposi facevano svolgere dialoghi filosofici, ritrovi di cultura e declamazioni del passato e di memoria; Napoli dalla Sanità fino a via Settembrini conserva gelosamente gli ipogei ellenistici, nel suo ventre più ventre, perfetti simposi eterni.
Poco prima della condanna morale, esiste il gusto. Esattamente lo stesso punto in cui i Greci situano l'Olimpo, sulla cima di una montagna inarrivabile ma ben precisa e conoscibile -e gli dei risiedono nell'Olimpo inarrivabili come i nostri ricordi, miei e di Antonio-  in fondo ognuno di noi, sa che non potrà ritrovare quella cima di perfezione delle nostre nonne. 
Ma stasera le cechiamo con affetto, ce le raccontiamo e ci facciamo un brindisi: mitiche come Giganti e Titani, stasera ci sono venute a trovare, merito della cucina e di Antonio, che ha portato Napoli nel Mondo.

26 ott 2014

Perchè la mela di Eva era un’Annurca campana (Orcano mistero svelato)

in difesa della mela
Orcole tra la paglia
Mi sono recata nel paese della sagra che un tempo si chiamava “sagra della mela annurca” (24-25-26 ottobre 2014) : da 22 anni era una festa del Vallo di Maddaloni. Oggi con una tormentata storia del marchio dall'Igp poichè è da Giugliano che partono le annurche e la zona fa fatica ad entrare nella denomonazione: le piccole produzioni a caratura familiare spesso non possono permettersi di diventare aziende, registrare un marchio e fare consorzio.
Oggi, dopo 22 anni e la registrazione ufficiale del marchio dal 2006, è costretta a chiamarsi “sagra della mela”, ma va bene lo stesso:  la sostanza della polpa non cambia. E il disciplinare del consorzio di tutela ha registrato uno strano nome : Melannurca tuttoattaccato, il che mi fa ben prefigurare che se denominassero semplicemente Mela Annurca del Vallo di Maddaloni, o anche solo Mela Annurca, a suon di ricorsi si potrebbe vincere anche una causa.
Scusate, ma il dettaglio è fondamentale, se passa sulla pelle di molti contadini.
La mela (annurca del Vallo, poichè prima o poi si dovrà pur riconoscerle uno status ufficiale, visto che il Maddalonese è a tutti gli effetti zona di produzione, e che è altro dire Melannurca, che è l'igp registrato) si raccoglie tra la fine di settembre e inizi di ottobre: dagli alberi di oltre 50 anni e alti 5 metri. Un meleto unico sopravvive al centro della cittadina ad opera del lavoro familiare di Lelio Bernardo che mi racconta la sua storia di contadino: gli alberi li ha piantati col padre, e oggi hanno 50 anni... e le difficoltà di una politica agricola senza progetti e incentivi, e di puro interesse localistico quando va bene. E delle solite guerrucole da provincia che porteranno nel giro dell'ultima generazione alla morte di una grande tradizione.
Eppure, mi dice Giusy, la mia guida speciale di Vallo, i Carafa di Maddaloni avevano migliaia di aranci e solo poche decine di piante di mele...vuol dire che c'è tutta una ricerca da compiere ancora sulla territorialità, e il convegno che si è tenuto in questi giorni qualche spunto lo ha dato.
Comunque mia madre diceva: “vado a comprare le annurche” e “vado a comprare i sanmarzano” intendendo per antonomasia questi prodotti, e non semplici mele o pomodori.
A raccontarla tutta la storia dell’Annurca, è davvero speciale: una volta che il frutto è arrivato a maturazione cadrebbe, e così occorre raccoglierlo a mano sulle scale, poi pazientemente si stendono le mele su un soffice strato di paglia mista a terra una accanto all’altra, e dopo 15 giorni si girano una a una per farle maturare al sole anche dall’altro lato.
Solo dopo che la mela è sopravvissuta alle intemperie, agli insetti e parassiti, e con tanta cura dell’uomo, ci vuole un mese per avere una annurca rosata al punto giusto, sperando che il tempo sia stato clemente.
Lasciando da parte le guerre dei marchi di una regione che dovrebbe far fronte comune, la mela annurca, sostiene Plinio il Vecchio verrebbe dalla zona di Pozzuoli: “Mela Orcula”, dove “orco” sarebbe il riferimento al lago d’Averno.
Poichè la dominazione greca è precedente quella latina, seguirò questa pista per spiegarmene il nome: mele orbiculate furono per Varrone,Columella e Macrobio, da cui il volgare “mele orcole”,  e poi anorcole-annurche... il passo è breve.
Seguendo la denominazione di “orcole” di Plinio e scavando nella parola, si arriva al greco “orkane”, che vuol dire: recinto-luogo da cui non si può uscire (da cui orciolo-orcio come contenitore chiuso, Orco come mostro che afferra e non lascia etc.) con una evidente doppia indicazione; le annurche maturano a terra tra recinti e, visto che viene dalla zona dell'Averno,  risulta la mela infera per eccellenza: le mele prima orcole, anorcole e infine annurche, sono l'eredità diretta dell'idea dell'Averno come Infero.
Mettiamoci in più il fatto che per giungere a maturazione toccano la terra, e non devono marcire: sono eterne, e forse il simbolo rinnegato di una cultura intera quando la cristianità sbarcò con San Paolo proprio a Pozzuoli.
Così la mela annurca, è la mela di Eva per eccellenza: il morso alla conoscenza che la prima donna diede è infondo un divieto al sapere di una cultura pagana.
La mela annurca porta il nome di due millenni di storia: viene dagli Inferi dell’Antichità greco-romana, dove sono situati nei Campi Flegrei, e matura a terra quasi contro legge naturale.
Pensiamoci quando ne mangiano una.L'unica mela che fiorisce a terra.
Ho sempre sostenuto che fosse annurca la mela di Eva, ma oggi l’ho potuto dimostrare; ergo svelati, orcani misteri: il mio, è dopotutto, un originale peccato (di gola).


Si ringrazia la Pro-Loco Valle di Maddaloni, nelle persone splendide di Giusy e Antonia, e tutti gli stand della splendida Sagra. Bravi, tenete alte le nostre tradizioni!

22 ott 2014

Il Ricovero delle Vergini Napoletane, le "ritirate" di Sant'Eligio


Sant'Eligio Maggiore sorge per volere di Carlo I  il 20 luglio del 1270 ad opera di una congregazione mista di Napoletani e Francesi.

Napoli è diventata da qualche anno capitale, gli Svevi sono battuti, e il re può procedere in Piazza Mercato all’edificazione di una nuova chiesa, una chiesa reale, e così col benestare del vescovo Ajglerio, Giovanni Dottun, Guglielmo Burgugnone e Giovanni Lions, gentiluomini francesi, fondano Sant'Eligio, con la carica ulteriore di cuochi di SAnt'Aloja, forse perchè addetti alla cucina del re.
Inoltre, visto che mancava da quelle parti della città ad eccezione di San Giovanni a Mare riservato ai Crociati, ed erano piuttosto rari, decidono di fondare anche un santo ospedale.
Siccome però non si sapeva a che santo votare le nuove opere, se a Martino, Eligio o Dionigi, tre "cartoline" furono messe in un calice ed estratte: uscì il nome di Eligio di Cadigliac, vescovo di Noyon e tesoriere del re Dagoberto, orafo e funzionario alla corte merovingia.
Si concedevano inoltre 23 maritaggi, e corporazioni di mestieri, animali e infermi si posero sotto la protezione della chiesa. Poi, essendo Eligio, protettore dei maniscalchi, a Napoli venne in uso che un cavallo facendo il giro tre volte intorno alla chiesa riceveva la sua dose di miracolo; e il padrone poteva attaccare il ferro alla porta dell’edificio sacro. E, quando i maniscalchi mettevano fine alla loro attività, per raggiunti limiti di età o per l'anzianità del loro cavallo, portavano i ferri dell’animale e li appendevano nella loro cappella in Sant'Eligio. Per questo motivo, i napoletani, hanno collegato la dismissione dei ferri alla dismissione dell'attività sessuale per sopravvenuta
impotenza, ed ecco perchè spesso sentiamo dire il detto: "Chille ha pusato e fierre a Sant'Aloja",    (Sant'Aloja, corruzione partenopea del francese Eloi: Sant'Eligio).
Era il 1546 e don Pedro de Toledo decide di aprire un "conservatorio per le vergini" dove le fanciulle erano istruite al servizio infermieristico presso l'annesso ospedale di Sant'Eligio Maggiore, spostate in qua dalla chiesa di Santa Maria Spinacorona: si chiamò Ricovero delle Vergini Napoletane e accolse praticamente le fanciulle povere e prive di genitori. Le vesti se le dovevano cucire da sè, all’interno dell’ospedale dove pure erano ricoverate; non erano molti gli ospedali per sole donne in città.
Poi, siccome per governar le fanciulle che Don Pedro de Toledo aveva voluto qui ricoverate, essendo cresciute di numero ed esigenze (se ne facevano sposare 20 ogni anno con rendita di 70 o 100 ducati e le altre a far le oblate nella struttura) l'ospedale di Sant'Eligio rischiava di fallire, e allora che ti fanno i governatori di detto ospedale?
Ci mettono dentro un Banco dei Pegni: anno domini 1592, e fu subito un successo.
Ma siccome nel tempo, nemmeno il Banco di Sant'Eligio bastava più a sostentare le giovinette ivi protette, e i Francesi incombevano con le loro soppressioni, al ritorno dei Borbone, Ferdinando IV che ti fa? Assegna 5 numeri del lotto al Conservatorio delle Vergini: "l'Asilo" riscuoteva 25 ducati se usciva con estrazione ordinaria, dieci se straordinari. Lotto-welfare: anche questa l'abbiamo inventata noi.
Col tempo nel 1860 il decreto di Garibaldi assegna al Cav.Volpicella il governo di Sant’Eligio, e questi ne fa scuola di lettere e “lavori donneschi”; nel 1870 l’ospedale contiene 5 sale, e le “ritirate” fanciulle povere che senza averi decidono di restare nell’Ospedale e provvedere esse stesse all’Educandato e alla farmacia interna: ma ci sono anche alunne a pagamento che intendano istruirsi in lettere, pianoforte e canto, e tutte possono ottenere la licenza di maestre fino ai 20-21 anni. Accanto all'educandato si associa il vero e proprio Conservatorio di 60 donne indigenti, che governano il luogo e i possedimenti di Sant'Eligio, nelle varie mansioni: da direttrice a infermiera, economa e "invigilatrice di sala d'udienza", ma dalle mura di Sant'Eligio non possono uscire, pena la definitiva cacciata dal luogo.
Oggi, dopo essere stata una caserma e un asilo, in quel che resta degli splendidi cortili cinquecenteschi, nell'educandato e conservatorio  di Sant'Eligio dove si dava un mestiere e un rifugio alle donne della Provincia di Napoli, oggi resiste una nobile attività di sarti storici napoletani: i Canzanella. 15.000 costumi, 7.000 mila bottoni e bijoux che hanno fatto la storia di arte, cinema, televisione e teatro nazionale e internazionale. Sopra quei tetti dell’edificio, si vede Piazza Mercato e la sua tradizione tessile antica che qui vi aveva luogo d'elezione. Non male per una storia tuttta napoletana.


2 ott 2014

La misericordia del teatro: il San Bartolomeo e gli Incurabili di Napoli.

 II metà del XVII: il teatro di S.Bartolomeo
...ma prima del San Carlo, c'era il San Bartolomeo.
Il 4 novembre 1737, giorno onomastico di re Carlo, l'omonimo teatro fu inaugurato con l'opera "Achille in Sciro" del Metastasio (musica e direzione di Domenico Sarro) e venne a sostituire definitivamente  l'antico teatro di San Bartolomeo che dal 1620 intratteneva i Napoletani. 
Distrutto dai moti del 1647-8 e da un incendio nel 1681, sempre puntualmente ricostruito, tyra l'altro con una commissione della Santa Casa degli Incurabili a Cristoforo Schor che rifece nel 1723 i palchetti, il San Bartolomeo insieme al teatro dei Fiorentini (1618) costituivano il vanto della città.
Ne divenne impresario  nel 1735 Angelo Carasale, a cui fu poi affidato il compito di costruire il San Carlo,  e così sulla platea del San Bartolemeo, smontato e trasformato, allora sorse la Graziella: la chiesa di rua Catalana di Santa Maria delle Grazie, e forse il Medrano ne curò gli interni.
La Graziella a rua Catalana
Sostenuto direttamente dall'Ospedale degli Incurabili, il San Bartolomeo vide l'inizio della carriera di Monteverdi e a Napoli la gloriosa storia teatrale  dell'opera buffa negli anni in cui andò in funzione (1621-1737); dal 1654 fu destinato all'opera, insieme  appunto all'altro teatro di Napoli, il più antico: quello dei Fiorentini (in funzione dal 1618, distrutto dalle bombe nel 1941 e demolito negli anni '50) in cui debuttò anteguerra, nientemeno che Eduardo con la compagnia Scarpetta.
Gloriosa storia quella dei teatri napoletani, che tanto amarono l'opera buffa: proprio nel 1733 nel San Bartolomeo venne rappresentata quella Serva Padrona di Giovan Battista Pergolesi (su libretto di Gennaro Antonio Federico) concepita dapprincipio come intermezzo -quindi come un intervallo nel mezzo di un'opera più seria- e che nessuno avrebbe sperato essere il successo che si rivelò. Tanto piacquero i raggiri di Serpina al suo padrone Umberto che presto inaugurò un genere a sè: primi interpreti  Laura Monti e Gioacchino Corrado; Pergolesi stesso la replicò a Roma nel  teatro Valle 1735 (sotto il patrocinio del Duca di Maddaloni), e fu  così "esportata" presto in Francia tanto da entrare nel 1752 nella Querelle des bouffons : "nella quale venne salutata dagli Enciclopedisti come il simbolo di uno stile nel quale felicemente si fondevano “l’imitation de la nature et la vérité de l’expression (d’Alembert)" (...) "Rousseau (che ne curò a proprie spese la prima edizione francese nel 1752), Grimm, Diderot, d’Alembert, Grétry, trovarono ampi echi nella critica del Settecento (Algarotti, Eximeno, Mattei, V. Manfredini, Arteaga, Burney, Hawkins, e altri) e dell’Ottocento (Carpani, Stendhal, Villarosa, Fétis, Bellaigue, Florimo, etc.)" ( http://www.henningbrockhaus.it/opere/2008/06/09/la-serva-padrona/)
La storia dimenticata del teatro San Bartolomeo, rivive oggi in un disegno degli interni della seconda metà del XVII, e che ci mostra un teatro all'avanguardia, con due file di balconici e una balconata, gremito di gente nel pieno di una rappresentazione teatrale con tanto di scenografie prospettiche e interpreti sul palcoscenico.
Atti Incurabili: iscrizione S.Bartolomeo
La vecchia facciata della Graziella in rua Catalana, intanto, oggi non mostra al passante la sua vera storia: benchè restaurata, è ormai chiusa da decenni e senza alcuna indicazione, e quasi nessuno immagina che al posto di una facciata barocca, un tempo esisteva uno dei teatri che fece grande la fama di Napoli nel mondo della musica...e la storia stessa della musica.
Resta un dato interessante da considerare nella storia del teatro napoletano: l'iscrizione, scolpita sulla porta di marmo del Teatro di San Bartolomeo (e qui riportata in un documento della Santa CAsa degli Incurabili) che si riferiva al diritto concesso nel 1583 da Filippo II e riconfermato nel 1646 da Filippo IV, di destinare i proventi dell'attività teatrale alla conduzione ospedaliera e ai poveri infermi  (http://cir.campania.beniculturali.it/archividiteatronapoli/activity/digiacomo/atn/deputazione/approf_dettaglio_dep2_en?oid=24751amp;query_start=15#)
La politica della misericordia a Napoli seguiva le vie dell'arte: se il Pio Monte della Misericordia destinava quadri alla povertà (ricordiamo che era nato da una costola degli Incurabili) altrettanto faceva l'ospedale ideato da Maria Longo col teatro:  e così, con una costante tutta partenopea e una politica accorta delle congregazioni e dei conventi cittadini al reperimento di sostanze da destinare alla carità e alla misericordia, ancora una volta l'arte per opere di bene, segna la storia della città. Insomma come Caravaggio e le Sette opere di Misericordia stanno alla storia dell'arte, sta la Serva Padrona di Pergolesi alla storia della musica.