"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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30 dic 2014

Dal caffè sospeso al caffè crossing: l'abbiamo inventato a Napoli

Camminando per via dei Tribunali in questi giorni, avrete notato che il bar del Generale o Diaz, ha esposto due cartelli e una lista (meno visibile).
Avevo già scritto in proposito della "cultura del sospendere" come atto di rivolta dove " una lunga matrice filosofica,  nelle radici della parola greca yps (su, sopra) e un Sanscrito forse, di spand-par : tremare, nel senso di agitare. Sospendere dunque, è un atto fortemente sovversivo delle regole e non così pacifico: un agitare sopra, se leggo in Latino. Molto più che un atto solidale: lo compie il popolo l'atto del sospendere, e il singolo individuo; lo fa silenziosamente dal basso verso l'alto, incrinando i rapporti tra le cose"
L' "acino di fuoco" (Riccardo Pazzaglia) era un esempio: quando in un cortile a Napoli, qualcuno aveva acceso il fuoco, su una paletta era disposto a dare un tizzone ardente al suo vicino che non l'aveva acceso: gli passava un "acino di fuoco"; così la pizza ad otto, e ultimamente il biglietto sospeso ( http://rossanadipoce.blogspot.it/2014/10/la-cultura-del-sospeso-caffe-pizze-otto.html )
Torno a scrivere del caffè sospeso, perchè la sua ispirazione ormai è universalmente riconosciuta e a Napoli, davvero esiste qualcuno che ne ha fatto una intelligente idea. Al Caffè del Generale o Diaz, in via dei Tribunali, c'è stata l'evoluzione della specie, il 2.0 dell'idea del sospendere il caffè.
Da gesto anonimo, tra l'offerente che lascia pagato il caffè , il barista che segna da parte e il "povero" che lo va a prendere senza dover spendere, c'è oggi una lista nominale.
Il bar infatti ha pensato di mettere in bella vista l'elenco dei nomi degli offerenti caffè sospesi : in maniera che voi passiate, lasciate pagato un caffè e il vostro nome compare nell'elenco dei donatori.
Non male come idea: abbiamo la prova a vista che ancora esiste davvero il caffè, e che proprio il nostro caffè verrà consumato, insieme a quello degli altri, come è giusto che sia: e dunque, la nostra diventa una "sospensione garantita" del caffè.
Siamo al limite di quel fenomeno che all'estero si chiama "crossing" : il più conosciuto esempio è quello che si fa coi libri , il book crossing , ovvero abbandonare un libro in un posto aspettando che qualcuno lo prenda e non fermi la catena. Un fenomeno nato nel 2001 a livello digitale ma che conta esempi anche più antichi (di cui il caffè sospeso è padre) . L'idea del caffè sospeso in lista, la variante nata a Napoli al Bar del Generale o Diaz, ha il vantaggio di poter sviluppare il  caffè crossing: io lo pago a te , tu lo paghi a me. E' un nome della lista dietro al quale c'è questo atto, e potrebbe diventare una catena infinita. Possiamo annoverarlo tra le invenzioni partenopee più recenti: e potremo provare ad esportalo come idea.
La generosità che il caffè sospeso ha generato, oggi con questa lista ha quell'aspetto pubblico, quel "selfie" di cui non sappiamo fare a meno: ci riconosciamo nel nome e più volentieri facciamo il gesto di donare.
Il Caffè crossing, ha il vantaggio di essere più ecumenico: non devo essere necessariamente povero per prenderlo, fermo restando che qualcuno possa anche non pagarlo e dunque beneficiare della primitiva idea partenopea; ma se riusciamo a prendere un caffè sospeso dalla lista (da un nome che ci piace) portare un amico e pagargli un caffè (e questi a sua volta lasciarne uno sospeso e se vogliamo anche noi) abbiamo generato una catena infinita che potrebbe coinvolgere il mondo. Insomma, non fermate la lista del sospeso e rendetela più ampia possibile: vi sorprendere a leggere che la lista diverrà infinita.
E il caffè sospeso, tradizione parteopea di cui andare fieri, avrà acquistato quella globalità che ormai è inevitabile: un atto di civiltà ecumenico.
Buon caffè sospeso crossing, pensato e realizzato a Napoli, per questo 2015 !

24 dic 2014

1478: quella Madonna alla moda della natività Recco di Napoli



Nella splendida chiesa rinascimentale di San Giovanni a Carbonara,  la cappella della famiglia Recco o della Natività del Signore, fu fondata nel 1423 da Giosuè Recco, maggiordomo della Regina Giovanna II.

Giosuè Recco “ fu molto caro al re Ladislao, e poi fu siniscalco della Regna Giovanna II” e fu dunque membro di quelle famiglie nobili che vollero assicurarsi un posto di rilievo e rappresentativo, specialmente negli anni in cui entrava in contatto imparentandosi con la nobile famiglia Sersale  (1426), nella chiesa che i Durazzo-d’Angiò andavano ideando come pantheon di famiglia.

Nella Cappella Recco, fu custodito fin dagli anni della sua realizzazione e sempre, il gruppo scultoreo della natività, in origine un quadro grandioso composto da 42 esemplari  eseguito da Pietro Alemanno con la collaborazione del figlio Giovanni (1478-1484): i due ebanisti venivano forse da Ulm, nella Germania sud-occidentale e provenivano da una cultura alimentata dal gusto e dall'esperienza fiammingo-borgognona come possiamo intuire dalla precisa grammatica stilistica dei ricami  delle vesti della Madonna.
Al  tempo del Celano (II metà del 1600) le statue risultavano già “maltrattate dal Tempo”,  “su di un eminente piano di fabbrica”  ambietantate in una “stalla  fortunata nella quale uscì alla luce il redentore divino”, la Beata Vergine, S.Giuseppe e il “Celeste Bambino” in mezzo ad angeli che portavano candelieri in mano e suonano strumenti dall’alto della capanna.
Dai documenti ritrovati, , il gruppo della natività che oggi è ridotto a soli 11 esemplari dopo furti e complesse dispersioni,  risulta commissionato da Jaconello Pepe il 30 giugno 1478 ; Jaconello Pepe (o forse Pipe)  risulta aromatario del Duca di Calabria, e il suo bel presepe non riuscirà mai a vederlo: il contratto per la doratura e pittura delle statue verrà infatti firmato dalla moglie ormai vedova, Antonietta de Gennaro, con il doratore Francesco Felice. In realtà non sappiamo i motivi della commissione di Jaconello e la ragione del relativo posizionamento del presepe oggi conosciuto come Recco nell'omonima cappella, ma comprendiamo che dalla dinastia Durazzo siamo passati in pieno clima aragonese.

Pietro e Giovanni Alemanno sono ebanisti esecutori molto apprezzati a Napoli dalle famiglie nobili, specializzati nei gruppi scultorei “presepiali” commissionati e presenti nella stesa epoca del Recco: in Santa Maria la Nova, Sant’Eligio e all’Annunziata. Una vera e propria moda partenopea che affonda le radici come si vede  in maniera consistente proprio in questa epoca.
Oggi alla Certosa di San Martino la Madonna, porta un mantello dorato foderato da un colore rosso-bordò e un vestito di lampasso, il tessuto prezioso antenato del broccato, ricamato su un fondo celeste-blu (come era del resto il colore della casata regnante: gigli d'oro in campo blu); una preziosa stola ricamata le cinge la vita, mentre San Giuseppe è vestito più sobriamente.  Quello che colpisce di quel che resta di questa grandioso gruppo, oltre agli angeli suonatori sospesi (arpa, flauto, liuto e quindi in pieno clima di corte rinascimentale ) è proprio il mantello della vergine: ella è inginocchiata e una quantità di pieghe del sontuoso coprispalle e della veste, cadono a terra creando un movimento fermo, una sorta di base piramidale che la inchioda al perduto bambino, le mani giunte.

Il presepe Recco, pur nella dispersione dei pezzi, resta un documento iconografico preziosissimo di quella Napoli che amava ornare le chiese del 1400 e 1500 di sculture dorate presepiali. Le splendide stoffe raffigurate,  richiedevano la figura di un decoratore specializzato, come abbiamo visto dai pagamenti differiti e dal nome dell'artigiano, e lo diremmo a la page diremmo, ovvero che doveva essere informato sui nuovi gusti contemporanei,  di cui la Vergine del presepe di San Giovanni a Carbonara si fa testimone. Una preziosa conquista di moda: le madonne non vestono più abiti monocolore, sgargianti ma non ricchi e opulenti: sono abiti di corte, di rappresentanza ricamati dell'oro che mette in comunicazione l'antico gusto gotico-fiammingo con le novità dell'epoca. La bella Madonna Recco ha ricami d’oro e fili di seta che seguono giochi geometrici rigorosi ma non meno capricciosi di quelli che dovevano portare le dame contemporanee : una veste bordata da nastri ricamati che sembrano gioielli lungo la scollatura rigorosa sul seno, mentre sfoggia un incarnato rosa nel viso pafuttello e ben pasciuto. Le trecce di Maria  ricadono sulle spalle: come gli angeli con la coroncina di questo presepe, tutto è all'ultima tendenza fashion-hair.  La Madonna della natività Recco (1478-1484) è dunque una madonna alla moda, come solo poteva essere il crocevia di una cultura europea, fiamminga-italiana-borgognona, com’era la corte di Napoli nella II metà del 1400: al fondo oro, da fondale piatto del gotico, si sostituisce un "criso-ricamo" sgargiante del pieno e splendente Rinascimento.

02 dic 2014

La terra del Vesuvio nel sangue, come vino (tenuta Sorrentino)


L’inizio dei vini Sorrentino parte con Benigna di Terzigno, che aveva maledetto la terra avendone dovuta lavorare tanta, troppa: Benigna la mamma di Paolo Sorrentino, l’attuale titolare, voleva sposarsi un metalmeccanico per non pensare più alla terra e alle sue fatiche e così fece.Voleva stare tranquilla e siccome a 18-20 anni la schiena se l’era spaccata ben bene, aveva detto basta con la terra. A un certo punto però, un piccolo pezzettino di terra che Benigna ha in famiglia, quel pezzo primitivo dell’attuale tenuta, lo vede in balia di amministratori avidi e non ce la fa più: si rimette a lavorare la terra. Più o meno intorno agli anni ‘70, Benigna si riprende altra terra e la sua radice e il resto è una storia di un figlio, Paolo Sorrentino, che raccoglie l’amore della mamma e lo prosegue. Questa piccola storia assomiglia alla grande storia dell’Italia, che ripudia le fatiche della terra e poi, accortamente, ci ripensa: menomale che Benigna la terra ce l’aveva nel sangue. All’inzio di questa storia campana, c’era pure un’altra azienda, la Mastroberardino di Atripalda che comprava le uve del Vesuvio e le vinificava: leader del settore e primo motore mobile della macchina del vino campana,  piano piano, con la crescita delle aziende locali, la consapevolezza, la voglia di fare, e  soprattutto dopo il 1983 e i primi riconoscimenti del marchio DOC al Lacryma Christi di queste zone, lascia spazio ad altre piccole imprese che prendono in mano la storia del loro vino. Paolo mi racconta che così è andata anche per lui, come per moltissimi produttori locali, e che dopo la ripresa di Benigna, lentamente inizia la consapevolezza di voler crescere: la Marescialla , il primo appezzamento che va ad includersi al primo moggio materno, la finiscono di piantumare l’8 marzo del 1995; così mi dice Paolo, e questa mi sembra sempre più una storia al femminile, di sangue e vino e terra mater.
Ascolto rapita:  il primo a riconoscere il potenziale di questo vino e di questa azienda che oggi è un’impresa di famiglia e dà lavoro ad almeno una ventina di persone, è Don Salvatore a Mergellina: ebbe in regalo due bottiglie, e immediatamente ne ordinò 2000, e di lì la graduale ascesa di una famiglia e di un progetto collettivo. Paolo Sorrentino faceva il bancario, ed eredita a suo tempo un pezzetto di 3 moggi (l’unità di misura partenopea) e piano piano arriva a 75, e oggi sperando, vuole proseguire questo splendido puzzle che ricostruisce un paesaggio unico al mondo: la tenuta è circondata da un migliaio di piante di ulive che frangono il vento che viene da Sud-Est e che potrebbe arrecare danno alle viti, ma che pure, in un autunno come questo, aiuta le piante a perdere le foglie per l’inizio della potatura. Maria Paola Sorrentino, la figlia giovane, mi ha accompagnata a visitare il vigneto storico di Boscotrecase, spiegandomi che la proprietà si è ingrandita pian piano, e che la parte più antica possiede viti di ben 300 anni, sopravvissute alla lava degli inizi del ‘900 e al mancato attacco della filossera della seconda metà dell‘800 che fece strage in tutta Europa, ma non qui, perchè il terreno del Vesuvio protegge le viti meglio che gli antiparassitari, e non c'è bisogno di piantare nemmeno le rose ai capi dei filari come indicatori di eventuali attacchi di parassiti. Qua la terra del Vulcano fa tutto: difronte alle viti che hanno 300 anni, non un giorno.
Piedirosso DOC di 300 anni
Mi mostra i casotti settecenteschi dei contadini, oggi intelligentemente fittati come B&B e il confine della proprietà che ormai è di 30 ettari: un pezzo grande nel Parco Nazionale del Vesuvio che fa bene al cuore a guardarlo tutto, macchia verde tra il caos dell’agglomerato urbano di cui ormai non si distingue soluzione di continuità. Più in basso si scorge bene Pompei...
Mi siedo sulla bella veranda che ha al centro un noce e mamma Angela, cucina un brodo e un polpettoncino niente male,e inizio a mangiare col resto della famiglia: Benny Sorrentino è l’enologa di famiglia, e l'altro fratello, Giuseppe, si occupa di marketing. Papà Paolo soprintende ogni cosa, burbero per finta e in tenuta agricola: la terra dà sempre da fare e poche chiacchiere. Insomma qua si fa tutto in famiglia davvero: vino per Giappone, Stati Uniti, Europa e naturalmente Italia, di cui una intera linea biologica, e prodotti agroalimentari biologici di gran qualità. Noi pranziamo intanto, e io provo il vino 100% bio  e poi mi siedo con Paolo Sorrentino, e mi faccio contare la storia; il c’era una volta che tanto mi incanta.  Di là, in cucina l’amico chef Eduardo Estatico mi prepara gli struffoli, e va a prendere davanti a  me dalle piante dell’agrumeto, limoni e arance e l’odore buono del fritto si sparge. Sulla veranda panoramica, nel vento di scirocco che inizia a soffiare, mi gusto la macchia di verde e il mare plumbeo che gira da Castellammare e si vede tutto da quissù: la grappa di Aglianico “Fior di ginestre” che ci fa compagnia è un vero fiore all’occhiello dell’azienda. Una bella storia, questa storia di famiglia-azienda, dove mille ulivi fanno la guardia alle viti per frangere i venti che spirano dal mare, e lasciando passare solo quello che serve per far cadere le foglie e ventilare l’uva, e così passa il pomeriggio e arriva la sera. Nella macchia di verde che siamo, al buio, mille luci si accendono: il caos dell’urbanizzazione senza senso è lontano. Ripasso in mente i nomi: le Benigna Mater, Marescialla, Angela, Paolo, Maria Paola, Benny, Giuseppe, Eduardo.  Ora conosco anche questa storia, dall’altro lato del Vesuvio: la vigna sta in cima a una colata piatta che assomiglia ad una lingua di terra ma che è di vulcano, una zattera uscita dal ventre della Muntagna e proprio tra due valloni: le alture del monte alle mie spalle sono solo rimbalzi di lava che nei secoli si sono rovesciati, penso a quei giganti di 300 anni che stanno per perdere le foglie.Sono un monumento, da proteggere, raccontare e visitare.