"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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26 nov 2014

Di Mater in Mater : la materia nera e potente della vita (Giovanni Izzo a Capua)


Nel 1845 Carlo Patturelli durante lavori edilizi rinveniva un antico santuario appena fuori le mura a Capua: tutto fu interrato immediatamente o peggio, in parte distrutto per la paura di perdere  terreni. Una storia tragica di avidità collettiva che segnerà ripetutramente e non solo a Capua, l’incapacità del cittadino italiano di comprendere la sua millenaria storia... Fatto sta che nel 1873 la fame antiquaria, suggerì al Patturelli di riprendere la ricerca questa volta per vendere i pezzi migliori: e così le Madri vendute finirono a Copenhagen, Berlino, Villa Giulia, Napoli e Santa Maria Capua Vetere. Nulla di nuovo sotto il sole: tutta l’Europa e l’America e il collezionismo privato, veniva a rifornirsi da noi, e noi ci lasciavamo spolpare per trenta denari. Dopo un secolo di oblio sulla cosa, la cui nota positiva è che il nome di Capua e delle sue madri è conosciuto in tutto il mondo,  nel 1995 finalmente, si riprese l’indagine di un contesto fortemente sconvolto dagli avvenimenti narrati, fino a comprendere che attorno all’antico santuario, c’era una necropoli. Vita, morte e fertilità, comunque si interpreti il luogo, erano indissolubilmente legate attorno a una sorta di Demetra locale; una iovila, ovvero una stele in lingua osca, ci rammenta che il luogo era circondato da un bosco sacro: dal VI secolo a.C al I a.C.,  con tanto di altare a dodici gradini e dovette essere un luogo importante. Oltre 160 matres sono state rinvenute nel fondo Patturelli, scolpite nel grigio tufo del monte Tifata, un tufo nero rispetto al giallo napoletano, e le madri Capuane tengono strette sino a 12 bambini sul loro grembo, ed anzi, li espongono fasciati alla vista dell’osservante. Probabilmente collocate ai lati dei muri del santuario, le madri raffigurano una scena ripetuta, standardizzata e rituale, dunque sacra, di kourotrophìa, ovvero di cura dei figli, e certamente un riferimento allo stadio di puerperio.
Aldilà dell’interpretazione strettamente archeologica, il santuario del fondo Patturelli dovette essere un culto locale fortemente indirizzato da una iconografia di notevole successo tra gli abitanti dell’area, che potrebbe essere anche più vasta della sola antica città: una terra fertile come la Campania, poteva ispirare una simile tradizione, considerando che per l’antichità del santuario, i modelli iconografici fanno riferimento non solo alle terracotte architttoniche da Cuma , ma anche a segni strettamente etruschi e magnogreci.
Un crocevia visivo quello di queste madri, in cui artigiani di diverse mani e a capacità, nonchè generazioni, tentarono di fermare il motivo del culto: siano esse divinità che accolgono disgrazie, o ringrazino la prolificità, dunque probabili ex-voto, o nascondano altre possibilità interpretative, le Matres di Capua restano uno degli episodi scultorei più interessanti della cultura della penisola italiana (un pò di anni orsono grande bellezza destò l’esposizione delle Madri all’interno del Madre di arte contemporanea a Napoli).
E veniamo alla contemporaneità: il nuovo allestimento del Museo Provinciale Campano di Capua, ha reso omaggio al contesto unico delle Madri, sebbene sia scarno di interpretazioni e spiegazioni/ipotesi circa l’intero contesto o anche di mezzi più accattivanti per solleticare, o meglio evocare, l’importanza del contesto; il bel ballatoio-santuario che vuole ricostruire il complesso, resta vuoto delle terracotte e di ipotesi realistiche che meglio aiuterebbero a comprendere l’unicità dei reperti e della loro storia.
Ma comunque, questo di Capua resta un allestimento architettonico speciale che la mostra fotografica di Giovanni Izzo “Matres le donne dell’esodo” scaraventa violentemente nell’attualità.
Le madri nere, come nero è il tufo del monte Tifata, Giovanni le ha incontrate sulle case della Domiziana, dove l’esodo si è spostato: non lontano da Capua, da questo crocevia antico, dove la terra era l’unica risorsa per le genti che vi si insediavano in antico. Una terra di mescolanze etrusche e magno-greche alle locali, un’amalgama di cerniera storica unica dove le conoscenze si legavano ai popoli che passavano o decidevano di stabilirsi qui.
Le donne nere, le madri alter-capuane allattano, kurotrofe anch’esse; madri che vivono nell’ombra e ci si confondono, sopravvivono in una disperazione che abbiamo rimosso dalla coscienza ma che parla chiaro, di vita alla vita: è singolare come i primi piani di Giovanni Izzo portino all’occhio le teste di madri e figli, proprio quelle teste che mancano alle mater capuane antiche, molto spesso acefale. Quasi, danno loro un volto, fondendosi e ricostruendo una “solita” storia millenaria di emigrazioni e tentativi di tessuti e trame sociali.
Nell’opera nera su nero di Giovanni, emerge una denuncia rarefatta, poetica, in cui l’elemento tragico quasi scompare per fare spazio all’emergere dal fondo della vita e della volontà disperata di queste madri di prendersi cura dei loro figli nati in terra straniera. Molte altre potrebbero essere le riflessioni di questa mostra, appena accennate alla conferenza di presentazione (presente l’ex-ministro Bray) la cui nota positiva saliente è quella di aver suggerito una mostra permanente delle opere di Giovanni Izzo. Non ultima la doverosa citazione della collaborazione di Giovanni con le giovani donne di CaserTerrae, che molto defilatamente si sono sedute tra il pubblico, fuori dal corteo cerimoniale. L’aspetto sociale di questa mostra, la sua potenza visiva, dove l’allestimento curato personalmente da Giovanni, non invade mai volutamente lo spazio visivo delle madri, ed anzi , quasi si trova in disparte e in soggezione, velatamente rammenta che difronte all’arte eterna, i tentativi contemporanei possono e devono chinare la testa, ma non per mancanza di contenuto, ma piuttosto come doveroso omaggio.
E’ una di quelle mostre che ha dell’eccezionale, e che merita non solo una visita, ma anche una giornata intera alla splendida Capua e al suo museo nel bel palazzo rinascimentale della famiglia Antignano.  Grazie alla collaborazione della attivissime giovani donne dell’associazione CaserTerrae e del Museo Provinciale Campano, così fortemente legate al loro territorio, e all’architetto Marinella Giuliano che ha immediatamente accolto il mio entusiasmo sposandolo col proprio, Focus-Art Napoli ha la possibilità di mostrare una delle iniziative più violentemente poetiche della Campania: di mater in mater, la materia della vita millenaria nella splendida Campania Felix.

18 nov 2014

Limatola, l'esperimento del castello incantato e dei suoi cadeaux


“Cadeaux al castello” è ormai alla quinta edizione: si svolge dentro al castello di Limatola  restaurato e inaugurato dal 2010. L’antico maniero della città del “limo” lungo il percorso del Volturno,  si presenta come una manifestazione sempre più articolata e complessa: il luogo ideale per fare un regalo natalizio di qualità. Restaurato con fondi privati da Stefano Sgueglia e famiglia, la struttura è stata pensata come una dimora storica di alto charme per matrimoni, cerimonie, meeting, hotel con 15 stanze deluxe e ovviamente eventi. In particolare Cadeaux al castello, con le 100.000 presenze dell’anno scorso può fregiarsi di essere tra le più grandi e importanti manifestazioni natalizie in Campania. La presenza di settori di alto artigianato italiano e campano, è divisa in : scultura,  pittura, sete di San Leucio, mestieri ed arti medievali, antiquariato e restauro, oggettistica e addobbi natalizi artigianali, infine immancabile, l’enogastronomia. E’ dunque una manifestazione concepita come una fiera antica in un contesto unico: anche la mostra presepiale può fregiarsi di essere esposta nella cappella del castello, accanto alle opere più recenti e al presepe di riuso di Riccardo Dalisi. Non mancano i punti di ristoro oltre ai singoli stands, dove è possibile rifocillarsi, a prezzi accettabili.
Il biglietto di ingresso garantisce il diritto di consumare un vin brulè caldo e profumato o un succo di frutta ( con il caldarrostaio del Matese proprio accanto è una delle delizie dell’occasione). Sostantazialmente se se ha pazienza di parcheggiare discosto dal nucleo del castello, e passeggiare un poco con calma e godersi l’abitato e l’entrata al castello in orari diversi da quelli di punta del sabato e della domenica, Cadeaux al Castello è un’ottima occasione per riflettere sul potenziale del nostro patrimonio e di come, imprenditori accorti, abbiamo saputo trasformare un diroccato e nobile maniero in una macchina da soldi di qualità.

La rocca vanta secoli di storia, e il passaggio di numerose castellane d'eccezione a partire da quella cugina carissima di Carlo d'Angiò primo re di Napoli, 
 Margherita de Tucziaco, ovvero l'italianizzato de Taucy che verso il 1277-78 ne ebbe un restauro con decreto regio unitamente alla custodia del castello di Lauro pro habiliora mora. Si susseguono moltissime famiglie nella storia del castello, come quella di Giovanni Andrea Gambacorta, discendente di quella Donna Cateriana della Ratta, de la Rat, che vi fu castellana e signora: Giovanni Andrea Gambacorta fu trai fondatori mitici dell'opera delle Sette Misercordie Corporali, il Pio Monte, che a Napoli chiamò Caravaggio a dipingere quella Madonna dagli angeli roteanti che tutti amiamo. E ancora per una storia delle donne dimenticata, Aurelia d'Este, duchessa di Limatola (San Martino in Rio 1683 - Napoli 1719) insigne accademica e poetessa che aveva un suo salotto al castello ("Concentrata" è il nome "in codice" dell'Accademia di Bra a cui fu ammessa) e che ispirò all'amico genovese Paolo Mattia Doria, I Ragionamenti ne i quali si dimostra che la donna, in quasi tutte le virtù più grandi, non essere inferiore all’uomo (1716). Dunque il contesto si presta a numerose possibilità di lettura: da quelle storico-artistiche a quelle del semplice svago, coniugando la possibilità di conoscere a quella emotiva di rilassarsi e stare insieme.


La manifestazione che può portar via una intera giornata, è tendenzialmente tra le più importanti della Campania, per la location storica in cui è situata, l'autonomia funzionale, e per numero di visitatori. L'idea degli imprenditori Sgueglia, di investire su un castello antico, si è rivelata vincente ben oltre l'ambientazione dei soliti matrimoni o cerimonie; la manifestazione Cadeaux al Castello, gode al suo quinto compleanno di ottima salute e di un trend in ascesa: vale la pena di andarci, per capire come sia possibile pensare e realizzare l'idea imprenditoriale del nostro patrimonio.
Focus-Art il 22 novembre sarà presente, dopo aver partecipato già alla serata inaugurale.



Per una più completa disamina storica del maniero:  http://www.terredeigambacorta.org/modules/smartsection/item.php?itemid=149

13 nov 2014

Il giardino affatato: quel che resta del primo vivaio partenopeo

 Proprio difronte all’Orto Botanico a Napoli sta un Giardino incantato, anzi affatato.
Dentro un palazzo nobile dei primi anni '30 del '700, Lariano Sanfelice del famoso architetto di scale Ferdinando o come dicono altri nei tre edifici per un’area complessiva di circa 5000 metri quadrati progettati dall’architetto romano Pompeo Schiantarelli negli ultimi due decenni del Settecento (Vivaio Calabrese. Sezione della coffee-house e pianta, in M.L. MARGIOTTA, P. BELFIORE, Giardini storici napoletani), ci sono i ruderi di quel che resta dell'antico Stabilimento Botanico Calabrese (oggi Calvanese).
Comunque  lo stabilimento, come impresa privata di appassionati di botanica, è fondato nel 1864 da Franceco Saverio Calabrese che insieme al figlio Francesco Paolo, ne fecero il  primo vivaio di Napoli anche a contatto vivace con l'ambiente limitrofo dell'Orto Botanico Reale. Francesco Paolo fu anche autore attorno al 1892 della Nomenclatura botanica-volgare disposta per famiglie seguita da annotazioni, un trattato di botanica divulgativo che ebbe discreto successo. Il tocco della moglie di Francesco Paolo, Rita Stern, grande viaggiatrice e romantica, ne fecero un salottino e un ritrovo nella bella struttura di serre e viottoli, piena di ceramiche con motti e un bel pozzo al centro, proprio difronte alla  kaffeehaus, la struttura viennese di concenzione, in cui per eccellenza si sorbisce il caffè. Potremmo definire questo posto a tutti gli effetti, un piccolo tempietto del gusto partenopeo, visto che sappiamo che Eduardo e Pupella Maggio amavano passeggiare trai vialetti: una fotografia autografa di quest'ultima campeggai nel piccolo ufficio che sopravvive, con tenerezza a Rita, sua grande amica. Ci sarebbe molto da indagare su chi calpestava questi suoli e godeva della bellezza del giradino e della sua aria sospesa che ancora si respira.

Completavano l'impresa primigenia nove serre all'avanguardia, un vero portento tecnologico per l'epoca, termoregolate  da una una caldaia a carbone che le riscaldava: esposizioni di orticoltura in Villa Comunale, fiere florovivaistiche alla Mostra d’Oltemare, commesse per giardini importanti, e addobbi, diventarono la specialità dei Calabrese. Finchè la Stern è rimasta in vita tutto è andato bene, la memoria dello stabilimento si è conservava senza problemi e anche la sua missione. Rosai, arbusti sempreverdi, conifere, gerani, frutta in varietà, agrumi, palme in varietà, piante acquatiche, cactee, piante aromatiche da cucina e piantine per le aiule si coltivavano e vendevano poi nel punto commerciale di Corso Garibaldi o anche a domicilio. Poi con la morte di Rita, Luigi Calvanese, ex giardiniere dello stabilimento rilevò il vivaio e oggi rimane qui Giuseppe, che con Antonio il fratello, cura quello che può e quello che resta di un bene culturale senza pari. Venti giardinieri lavoravano nel complesso un tempo, poi via via nessuno più, salvo Giuseppe.
Oggi questo posto è totalmente in via d'abbandono: piante abbandondate, ruderi fatiscenti, manomissioni in corso di manufatti d'epoca, un continuo perdere la memoria anche nell'ufficio della Stern, dove cimeli di ogni sorta, e carte e ricordi generazionali, potrebbero benissimo stare in un museo della memoria mentre qui rischiano di scomparire da un momento all'altro. Ci vorrebbe un mentore, un investitore, poichè dal pubblico non ci si può aspettare più niente: ci vorrebbe un Illuminato che rilevasse la struttura e desse di nuovo vita a questo meraviglioso esperimento che gareggia in bellezza col vicino orto botanico.
Così, attraversando i vialetti ormai disfatti, le riggiole che si stanno perdendo e i vetri che si sfondano, mentre lentamente la vita abbandona questo posto e le gloriose memorie che lo circondano, è possibile almeno respirare l'aria sacra delle cose dimenticate: questi processi d'abbandono non sono mai dati dal singolo individuo; sono imbalsamazioni collettive. Napoli ha questa sua intima disposizione a ridurre tutto a scheletro, per potersi rinnovare continuamente: porta un nome che è una veste d'aspirazione concreta, sulle sue millenarie rughe. Il giardino Calvanese-Calabrese, te lo sbatte in faccia, quello che rende questa città speciale, affatata,  mi suggerisce un amico.
Di fate, orchi e mostri che popolavano gli scritti del Basile molto prima che ce ne dimenticassimo, è piena la cultura napoletana e campana: ai giardini affatati stanno bene le favole come questa.

Ps: Grazie a Franco Guerrera per avermi suggerito affatato, direttamente dal mondo sacro.

10 nov 2014

Dei Banchi Nuovi Mischia Francesca: SS.Cosmo e Damiano's Led


Protettori di medici e cerusici sono i Santi Cosmo e Damiano: nella bella piazzetta detta dei Banchi Nuovi, essi avevano una chiesa dedicata e dunque, all’arte dei Barbieri factotum della città.
Oggi la piazza ospita questo locale un pò kitsch un pò mischia francesca ma pur sempre un’operazione di rivitalizzazione di un luogo altrimenti abbandonato.
Per descrivere dello stato attuale della vecchia chiesa dei Santi Cosmo e Damiano, e del nuovo locale appena aperto presso l’antico edificio, userò appunto una espressione partenopea: Ammischiafrancesca, o Ammisca francesca o Misca francesca. Ditrettamente dal Francese  mêlée, è un combattimento medievale disorganizzato, incasinato= mischiato. E dunque da buoni partenopei, la mischia francese è diventata mischia franscesca.
Fuori da ogni dubbio, lo stato attuale dell'edificio dei SS.Cosmo e Damiano, è chiaramente una mischia francesca: chiedo al gestore del colorato locale il perchè abbia inserito il volto di Anna Magnani tra Eduardo, Sofia, Totò, e lui mi risponde “perchè due uomini e due donne, mica ci potevo mettere Tina Pica”. E giù, di mischia franscesca.
Ma partiamo dall’inizio: il 9 ottobre del 1569, di sabato, venne a Napoli tanta di quell’acqua per tutto il giorno fino alle sette del mattino dopo, che ci furono danni ovunque. Tanta acqua che cadde e scivolò in discesa da S.Sebastiano a Santa Chiara e dritto dritto, che crollarono tutte le case che stavano in questa piazzetta che ancora non era dei Banchi Nuovi Mischia Francesca, lasciando dietro sè una profonda voragine e a vista rovine che furono interpretate come antiche carceri. Tra le macerie, 24 morti e una gallina sopravvissuta beccandosi a quanto pare il petto; anche una notizia del Capasso, può essere mischia francesca.
I mercanti che intanto avevano le loro logge o Banchi già a piazza dell’Olmo, ma che per le turbolenze accadute sotto il governo di don Pedro de Toledo -riguardo al rifiuto di impiantare un tribunale dell’Inquisizione spagnola a Napoli (1547)- ebbero grave danno da queste rivolte e i Banchi vecchi distrutti: comprandosi i terreni della alluvione recente, nella piazza mischia francesca attuale, i mercanti pensarono di re-impiantare i Banchi Nuovi qui e vi si radunavano due volte a settimana (1570). A quel punto gli affari non andarono bene, perchè troppa gente si riuniva in questo poco spazio, e la cosa si faceva pericolosa, quasi...mischia francesca....e i terreni dei Banchi furono rivenduti ad Alfonso Sanchez Marchese di Grottola e da questi alla Comunità dei Barbieri che vi trasportarono la loro chiesa dedicata ai santi protettori: Cosmo e Damiano. La Marchesa di Grottole quindi, per duemila ducati cedette i terreni ai Barbieri (d’Engenio, citato da Capasso) e questi fecero costruire la chiesa ai Padri dell’Oratorio: nel 1616 apriva al culto la chiesa dei S.Cosmo e Damiano, protettori di cerusici ovvero chirurghi e barbieri, che poi cavavano anche i denti (anche quest’arte per noi moderni sembra mischia francesca).
Di ciò che conteneva la chiesa, enumerato dal Capasso, non v’è più traccia nelle attuali condizioni che un video di recente istallazione (2013  http://www.youtube.com/watch?v=O1fIMkYI7xI ) mostra all’interno, e nemmeno del marmo bianco con la data MCCCCLXXXIII con l’intaglio dell’emblema dei barbieri qui trasportato all’epoca della sua erezione. Il vicolo che scende a sinistra della facciata, la calata dei SS.Cosmo e Damiano, fu aperto da Alfonso Sanchez alfine di isolare le proprie proprietà (Le Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, 1692).
Altre fonti ci rassicurano del fatto che l’adunata dei Mercanti presso i Banchi Nuovi non era vista bene (Le tradizioni popolari, spiegate. Seconda ed. - Napoli, Tipogr. del Vecchio 1843), e che fu un bene trasformarla in una chiesa dei barbieri: si rischiavano mischie francesche con troppi soldi e troppa gente in piccolo spazio, appunto.
In altro trattato è chiarito come i nostri Banchi non risalgano a più del XV secolo: ai banchi di liberi professionisti proto-banchieri si facevano computi con abachi e si depositavano somme. Genovesi e Toscani sono trai primi a Napoli, e la Camera della Sommaria a Castel Capuano ne teneva i libri (dal 1511 al 1604): chi voleva esercitare la professione di banchiere doveva versare 40.000 ducati, ma visti gli innumerevoli fallimenti, nel 1533 la malleveria fu accresciuta a 100.000 ducati (Quadro storico-analitico degli atti del governo de' dominj al di qua del faro, ovvero Manuale per gli uffiziali giudiziarj ed amministrativi opera compilata da Francesco Dias, 1833).
I banchi che stavano ormai nella piazzetta Banchi Nuovi dal governo vicereale malvisti, furono gradatamente abbandonati per i Banchi delle opere pie e religiose in pieno clima riformistico, certamente più stabili.
Quello che colpisce di questa chiesa è la facciata barocca inscritta negli archi a tuttosesto di piperno della loggia: la chiesa si è adattata al vecchio uso dei Banchi, inglobandovisi: un meraviglioso esempio di sopravvivenze e di moderni abbandoni e riusi. Non fa specie che le due ali laterali fossero da decenni destinati a attività : dove oggi c’è il locale led che le foto hanno fermato nello stile surrealista di rossi e blu, dove la musica latina è sparata a palla, un tempo c’era un vecchia tipografica. Cambiano i tempi e cambiano le attività: coglie di sorpresa in questa piazza celebre per le scene di numerosi film ambientativisi, questa nuova installazone colorata, ma è ormai palese: piazza Banchi Nuovi dei Santi Cosmo e Damiano Mischia Francesca.

7 nov 2014

Palazzo Zevallos e il '600 napoletano: Tanzio tra mercanti, speculatori e banchieri.

Tanzio a Palazzo Zevallos
"Giovanni Zevallos nel 1635, per la somma di 12.500 ducati, acquistò una grande casa “palazziata” con giardino posta lungo via Toledo con l’intenzione di costruirci la propria dimora" si legge dal link della Banca Intesa San Paolo che ha rilevato l’immobile, ovvero quel meraviglioso palazzo che è lo Zevallos di Stigliano Colonna oggi.
La famiglia Zevallos forse stava a Napoli già dalla fine del ‘500, con incarichi militari di secondo ordine, ma Giovanni fu abile a passare da : “facchino della Regia Dogana e “scrivano di ratione” (impiegato di corte) in seguito, grazie alle fortune accumulate con la sopravvenuta attività di mercante, come “arrendatore” e “assentista” (appaltatore di gabelle e prestatore di denaro). Ricoprì anche un incarico ufficiale all’interno dell’amministrazione, quello di Montiere Maggiore. I crediti vantati con la corte gli consentirono nel 1639 di acquistare per 84.000 ducati la città di Ostuni, di cui ottenne in seguito il titolo di duca”  (link citato) 
Duca odiato, un vero aguzzino: raccontano le carte antiche che arrestò lo sviluppo della città di Ostuni e vi portò al declino le famiglie nobili, con tante cause intentate invano contro di lui ed eredi, fino alla morte dell’ultima Zevallos, donna Maria Carmela che finisce povera senza un soldo nel 1815 non senza le sue pretese a Valenzano ( feudo acquistato dagli Zevallos nel 1718 ) : quando si reca in chiesa, donna Maria Carmela, pretende di essere ricevuta dal Parroco o altro sacerdote vestito di cotta e stola, che le si debba porgere l’acqua santa e la si debba accompagnare all’uscita....
Giovanni Zevallos comunque aveva bisogno di una dimora adatta al suo nuovo rango e tra il 1637 e 1639 acquista gradualmente l’intera area dove oggi sorge il Palazzo:  il progetto tradizionalmente è attribuito a Cosimo Fanzago ma documenti recenti lo iscrivono all’opera di Bartolomeo Picchiatti (allora Ingegnere Maggiore del Regno). Ovviamente gli uffici della capitale costituiscono una rendita cui aspirare e il nostro Giovanni lo sa bene; negli stessi anni dell'acquisto dell'immobile passano a lui ben altri titoli: nel 1638 acquista l’ufficio di Montiero Maggiore che ha giurisdizione su caccia e riserve regie, nel 1637 aveva intanto acquistato la segreteria della Vicaria,  mentre il suo socio Giovanni/Jan Vandeneynden compra lo Jus Sigilli del Sovrano Regio Consiglio  (Mezzogiorno spagnolo: la via napoletana allo stato moderno; di Aurelio Musi, 1991)
Nella compravendita di questi uffici pubblici, parliamo di somme stratosferiche  trai 23.000 e 43.000 ducati; Caravaggio a Napoli, per Nostra Signora della Misericordia, ne ha appena ricevuti 400 e sono bei soldoni.
Fortune cospicue e rapide ascese economiche tutte da ascrivere al nuovo regime vicereale, e alle sue simpatie, oppure alle capacità commerciali-finanziarie di alcuni individui, come ci rammentano le famiglie di Francesco Mirelli e di Michele Vaaz de Andrade ( E. Ricciardi, Il quartiere degli avvocati. Palazzi di togati a Napoli in età vicereale, in“Ricerche sul ‘600 napoletano” 1999), quest'ultimo, un mercante ebreo-portoghese che per storici antichi e moderni è uno dei più grandi mercanti di grano europei: spregiudicato e astuto, “conte di Mola in Peucezia, di Bellosguardo, di San Donato, di San Nicandro, di San Michele, governatore di Casamassima e Rutigliano, di nobiltà inglese, portoghese e napoletana” capace di sfuggire ad ogni ricerca giustizia a suo carico: potere del grano.
Perennemente sull'orlo della bancarotta, dai tempi di Carlo V,
intanto la Spagna richiedeva per le sue guerre uomini, cavalli, mezzi e milioni di scudi di capitale che il Regno partenopeo doveva trovare sotto forma di regime fiscale oppressivo; i numeri sono sconcertanti: tra il 1631 e il 1637 il vicerè conte di Monterey manda 50.000 fanti, 5.500 cavalli e tre milioni e mezzo di scudi in Spagna ( con perdite dei facoltosi Genovesi a favore dei ceti finanziari emergenti di Milano) fino a incontrare una fitta rete di interessi, prestiti e banchieri privati consolidati all’arrivo del nuovo vicerè duca di Medina de las Torres : e fu allora che sette milioni di ducati presero il via per la Spagna.
Emerge, tra questi banchieri ex-commercianti, lo scaltro Bartolomeo d’Aquino monopolista nei prestiti con lo Stato, che costringe quasi tutti gli speculatori a legarsi a lui direttamente o indirettamente: tra questi spiccano lo Zevallos, e i fiamminghi Vendeneynden e Roomer che vedremo tutti implicati nelle vicende di Palazzo Zevallos (Giovanni Brancaccio; Nazione Genovese: consoli e colonia nella Napoli moderna, 2001)
Ai tempi di Zevallos Giovanni c'erano dunque, molti.... mercanti in fiera... e tutti gareggiavano per avere dimore sontuose prossime al palazzo  del vicerè. Per quanto riguarda il nostro Giovanni Zevallos, il punto era che nella zona, prossima ai Quartieri Spagnoli voluti da Don Pedro de Toledo c’era ancora spazio libero (nella pianta Lafrery del 1566 non c’è traccia del Palazzo e nemmeno in quella Baratta): e i nuovi “nobili” come Giovanni Zevallos, arrivista con affari loschi e un vero tiranno a Ostuni, preferirono questa nuova zona. Giovanni mise da parte una cospicua fortuna per la sua signorile dimora: nel 1647 coi tumulti di Masaniello il palazzo venne assaltato senza pietà e i conti saldati col popolo; “Dopo la morte di Giovanni Zevallos, avvenuta durante la peste del 1656, la moglie “donna di poco, o niun talento”, e il figlio Francesco dispersero in breve gran parte dei beni ricevuti, tanto da essere costretti a vendere anche il palazzo di famiglia a Jan Vandeneynden( dal sito della Banca Intesa).
Jan Vandeneynden mercante anche egli di Anversa, e già procuratore dello Zevallos, nonchè socio di un altro mercante in fiera dell’epoca, Gaspare Roomer forse il più illuminato e amante dell’arte, rileva il Palazzo dallo Zevallos e vi riesce a portare  anche La cena di Erode di Rubens (oggi a Edimburgo). L'amico Roomer intanto, ricordiamolo, fu il primo mecenate di Luca Giordano: lui abile commercianti col fitto dei vascelli, preferiva la seta al grano. Nel 1633 Jan decide di ampliare il palazzo ex Zevallos, e vi lavorano appunto Luca Giordano, Giacomo del Pò e Piero de Matteis (ma non ne abbiamo più alcuna traccia). Comunque Jan, era diventato straricco tanto da comprare il titolo di Marchese di Castelnuovo per il figlio Ferdinand, e chiama così nella sua piccola corte di via Toledo, l’architetto certosino Bonaventura Presti a ristrutturare la dimora (1633) e alla sua morte, lascia il patrimonio alle figlie che sposano un Giuliano Colonna e un Carlo Carafa. A Giovanna Vandeneynden,  la primogenita, arrivano in questo modo un’ottantina di opere d’arte in eredità con tutto il palazzo di via Toledo: il primo nucleo di cui abbiamo traccia della ricca collezione Zevallos-Vandeneynden-Roomer. La nostra storia per ora si chiude qua, in concomitanza coi fatti economici del  ‘600, che è anche il secolo d’oro della pittura napoletana.
Senza il grande clima della Riforma, e questo tessuto economico di mercanti - finanzieri e banchieri dai titoli aristocratici comprati, prestiti, interessi e nobili dai titoli acquisiti ai vertici d'ascesa orbitante, non ci sarebbe stato nessun Seicento Napoletano, e quella pazza voglia di legittimazione che spingeva follemente gli investimenti morali ed economici dapprima in chiese e nei palazzi sontuosi, e più raramente nelle collezioni d’arte.
La presenza dei quadri di Tanzio da Varallo, che venne a Napoli agli inizi del ‘600 a imparare la maniera e lavorare, scoprire Caravaggio e a trovar moglie nella numerosa colonia tedesca partenopea, e che le carte degli Archivi hanno resuscitato dal silenzio, nella bella mostra a lui dedicata  nelle sale dell’antico Palazzo Zevallos  con i confronti coi pittori coevi napoletani e non, ci rammenta che stavolta a Napoli c’è una esposizione per cui vale la pena di prendere il treno, l’aereo, l’autobus o il tram, e respirare il clima internazionale che in quegli anni la città respirava, nell'antico palazzo di uno speculatore accorto e dei suoi eredi. La collezione Zevallos-Colonna, tra le più belle di Napoli, ospita oggi, in quel sontuoso palazzo la cui storia ho appena accennata, un intero clima d'epoca: un clima in cui Tanzio e Caravaggio si incontrano almeno virtualemente trai vicoli. Vale la pena di pensarci quando si attraversano le stanze della vecchia Banca, nel cortile chiuso di vecchi affaristi.

4 nov 2014

Nostra Signora della Dragonara: architetture religiose spontanee


E' tutto pronto. Manca solo l'apparizione, ma certamente non tarderà.
Lungo l'ultimo lembo che dalla spiaggia di Miliscola (militum schola o scuola militare) termina proprio sotto Capo Miseno, sono anni che si assiste ad un graduale aumento di oggetti di culto, specialmente mariani, poggiati lungo il tenero scoglio di tufo. 
Là dove il "trombettiere" di Enea ebbe la sua sepoltura affogato dalla impari lotta con Tritone (animale mitico che molto ricorda tracon, vedi più avanti) al suono della buccina...
Il sito è costellato di resti di antiche opere romane pertinenziali quasi certamente a sontuose ville patrizie, come quella che qui si vuole attribuire a Lucullo dove pure morì nientemeno che l'imperatore Tiberio, o come quella di Plinio il Vecchio ad esempio, che da qui partì alla volta dei soccorsi di Pompei poichè era comandante della flotta misenensis, ovvero quella squadriglia navale che Augusto aveva voluto a guardia del Tirreno e che partì tosto a guisa di protezione civile quando Rectina, alcuni ne dicon l'amante, gli chiese aiuto.
Sotto quello che si vede dei resti, l'imponente cisterna romana della Dragonara conserva le tracce di un'opera che raccoglieva le acque; discordi i pareri sull'uso privato o pubblico della struttura ma una cosa è certa: è acqua dolce. Abbiamo dunque anche una fonte sacra e ovviamente una sacra grotta.
Una serie di resti su cui l'edilizia da quattro soldi ha fatto scempio, senza che se ne sia potuti venire a capo (di demolizioni neanche a parlarne , dove nella sola Pozzuoli gli abusi su resti archeologici sono decine di migliaia, si parla di caso politico cioè da rimandare alle alte sfere che ovviamente se ne impipano di intervenire inimicandosi una popolazione orba).
Fato sta, che sul limitare della spiaggia che guarda Ischia, Procida e l'estremo lembo occidentale di Capo Miseno, c'è un piccolo santuario spontaneo.
Fino a non molto tempo fa, c'era solo qualche solitario rosario, ma oggi si contano a decine,  impizzati nei resti di chiodi, piccoli anfratti e rifugio di tenero tufo, comprese installazioni improvvisate, conchiglie e quadri sacri a tema "Ave Maria".
Siamo dunque, è fuori dubbio discuterne, su un luogo sacro : di quella spontanea religiosità che da queste parti e lungo tutto il golfo non manca mai da millenni, pronta a rifiorire lungo punti di passaggio che hanno storie millenarie.
L'area della Dragonara, da Traconiaria o Traconara (greco tracon: un giro tortuoso di acque sotterranee), ha dunque tutte le carte in regola per un'architettura della religiosità spontanea che nei fatti esiste già da tempo. Qui, proprio qui, dove Cesare, Antonio e Sesto Pompeo tennero come racconta Dione Cassio, il loro "abboccamento" (una riunione informale) per decidere le sorti della politica romana.
Ci sono i ristoranti direttamente sulle rovine già pronti al flusso dei pellegrini: la Madonna della Dragonara (con ovvio riferimento all'uccisione del Drago Mistico) è pronta.
Vorrei si ricordasse questo articolo quando i posteri cercaranno nella storia, il primo presagio di un grande culto.