"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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26 nov 2014

Di Mater in Mater : la materia nera e potente della vita (Giovanni Izzo a Capua)


Nel 1845 Carlo Patturelli durante lavori edilizi rinveniva un antico santuario appena fuori le mura a Capua: tutto fu interrato immediatamente o peggio, in parte distrutto per la paura di perdere  terreni. Una storia tragica di avidità collettiva che segnerà ripetutramente e non solo a Capua, l’incapacità del cittadino italiano di comprendere la sua millenaria storia... Fatto sta che nel 1873 la fame antiquaria, suggerì al Patturelli di riprendere la ricerca questa volta per vendere i pezzi migliori: e così le Madri vendute finirono a Copenhagen, Berlino, Villa Giulia, Napoli e Santa Maria Capua Vetere. Nulla di nuovo sotto il sole: tutta l’Europa e l’America e il collezionismo privato, veniva a rifornirsi da noi, e noi ci lasciavamo spolpare per trenta denari. Dopo un secolo di oblio sulla cosa, la cui nota positiva è che il nome di Capua e delle sue madri è conosciuto in tutto il mondo,  nel 1995 finalmente, si riprese l’indagine di un contesto fortemente sconvolto dagli avvenimenti narrati, fino a comprendere che attorno all’antico santuario, c’era una necropoli. Vita, morte e fertilità, comunque si interpreti il luogo, erano indissolubilmente legate attorno a una sorta di Demetra locale; una iovila, ovvero una stele in lingua osca, ci rammenta che il luogo era circondato da un bosco sacro: dal VI secolo a.C al I a.C.,  con tanto di altare a dodici gradini e dovette essere un luogo importante. Oltre 160 matres sono state rinvenute nel fondo Patturelli, scolpite nel grigio tufo del monte Tifata, un tufo nero rispetto al giallo napoletano, e le madri Capuane tengono strette sino a 12 bambini sul loro grembo, ed anzi, li espongono fasciati alla vista dell’osservante. Probabilmente collocate ai lati dei muri del santuario, le madri raffigurano una scena ripetuta, standardizzata e rituale, dunque sacra, di kourotrophìa, ovvero di cura dei figli, e certamente un riferimento allo stadio di puerperio.
Aldilà dell’interpretazione strettamente archeologica, il santuario del fondo Patturelli dovette essere un culto locale fortemente indirizzato da una iconografia di notevole successo tra gli abitanti dell’area, che potrebbe essere anche più vasta della sola antica città: una terra fertile come la Campania, poteva ispirare una simile tradizione, considerando che per l’antichità del santuario, i modelli iconografici fanno riferimento non solo alle terracotte architttoniche da Cuma , ma anche a segni strettamente etruschi e magnogreci.
Un crocevia visivo quello di queste madri, in cui artigiani di diverse mani e a capacità, nonchè generazioni, tentarono di fermare il motivo del culto: siano esse divinità che accolgono disgrazie, o ringrazino la prolificità, dunque probabili ex-voto, o nascondano altre possibilità interpretative, le Matres di Capua restano uno degli episodi scultorei più interessanti della cultura della penisola italiana (un pò di anni orsono grande bellezza destò l’esposizione delle Madri all’interno del Madre di arte contemporanea a Napoli).
E veniamo alla contemporaneità: il nuovo allestimento del Museo Provinciale Campano di Capua, ha reso omaggio al contesto unico delle Madri, sebbene sia scarno di interpretazioni e spiegazioni/ipotesi circa l’intero contesto o anche di mezzi più accattivanti per solleticare, o meglio evocare, l’importanza del contesto; il bel ballatoio-santuario che vuole ricostruire il complesso, resta vuoto delle terracotte e di ipotesi realistiche che meglio aiuterebbero a comprendere l’unicità dei reperti e della loro storia.
Ma comunque, questo di Capua resta un allestimento architettonico speciale che la mostra fotografica di Giovanni Izzo “Matres le donne dell’esodo” scaraventa violentemente nell’attualità.
Le madri nere, come nero è il tufo del monte Tifata, Giovanni le ha incontrate sulle case della Domiziana, dove l’esodo si è spostato: non lontano da Capua, da questo crocevia antico, dove la terra era l’unica risorsa per le genti che vi si insediavano in antico. Una terra di mescolanze etrusche e magno-greche alle locali, un’amalgama di cerniera storica unica dove le conoscenze si legavano ai popoli che passavano o decidevano di stabilirsi qui.
Le donne nere, le madri alter-capuane allattano, kurotrofe anch’esse; madri che vivono nell’ombra e ci si confondono, sopravvivono in una disperazione che abbiamo rimosso dalla coscienza ma che parla chiaro, di vita alla vita: è singolare come i primi piani di Giovanni Izzo portino all’occhio le teste di madri e figli, proprio quelle teste che mancano alle mater capuane antiche, molto spesso acefale. Quasi, danno loro un volto, fondendosi e ricostruendo una “solita” storia millenaria di emigrazioni e tentativi di tessuti e trame sociali.
Nell’opera nera su nero di Giovanni, emerge una denuncia rarefatta, poetica, in cui l’elemento tragico quasi scompare per fare spazio all’emergere dal fondo della vita e della volontà disperata di queste madri di prendersi cura dei loro figli nati in terra straniera. Molte altre potrebbero essere le riflessioni di questa mostra, appena accennate alla conferenza di presentazione (presente l’ex-ministro Bray) la cui nota positiva saliente è quella di aver suggerito una mostra permanente delle opere di Giovanni Izzo. Non ultima la doverosa citazione della collaborazione di Giovanni con le giovani donne di CaserTerrae, che molto defilatamente si sono sedute tra il pubblico, fuori dal corteo cerimoniale. L’aspetto sociale di questa mostra, la sua potenza visiva, dove l’allestimento curato personalmente da Giovanni, non invade mai volutamente lo spazio visivo delle madri, ed anzi , quasi si trova in disparte e in soggezione, velatamente rammenta che difronte all’arte eterna, i tentativi contemporanei possono e devono chinare la testa, ma non per mancanza di contenuto, ma piuttosto come doveroso omaggio.
E’ una di quelle mostre che ha dell’eccezionale, e che merita non solo una visita, ma anche una giornata intera alla splendida Capua e al suo museo nel bel palazzo rinascimentale della famiglia Antignano.  Grazie alla collaborazione della attivissime giovani donne dell’associazione CaserTerrae e del Museo Provinciale Campano, così fortemente legate al loro territorio, e all’architetto Marinella Giuliano che ha immediatamente accolto il mio entusiasmo sposandolo col proprio, Focus-Art Napoli ha la possibilità di mostrare una delle iniziative più violentemente poetiche della Campania: di mater in mater, la materia della vita millenaria nella splendida Campania Felix.

18 nov 2014

Limatola, l'esperimento del castello incantato e dei suoi cadeaux


“Cadeaux al castello” è ormai alla quinta edizione: si svolge dentro al castello di Limatola  restaurato e inaugurato dal 2010. L’antico maniero della città del “limo” lungo il percorso del Volturno,  si presenta come una manifestazione sempre più articolata e complessa: il luogo ideale per fare un regalo natalizio di qualità. Restaurato con fondi privati da Stefano Sgueglia e famiglia, la struttura è stata pensata come una dimora storica di alto charme per matrimoni, cerimonie, meeting, hotel con 15 stanze deluxe e ovviamente eventi. In particolare Cadeaux al castello, con le 100.000 presenze dell’anno scorso può fregiarsi di essere tra le più grandi e importanti manifestazioni natalizie in Campania. La presenza di settori di alto artigianato italiano e campano, è divisa in : scultura,  pittura, sete di San Leucio, mestieri ed arti medievali, antiquariato e restauro, oggettistica e addobbi natalizi artigianali, infine immancabile, l’enogastronomia. E’ dunque una manifestazione concepita come una fiera antica in un contesto unico: anche la mostra presepiale può fregiarsi di essere esposta nella cappella del castello, accanto alle opere più recenti e al presepe di riuso di Riccardo Dalisi. Non mancano i punti di ristoro oltre ai singoli stands, dove è possibile rifocillarsi, a prezzi accettabili.
Il biglietto di ingresso garantisce il diritto di consumare un vin brulè caldo e profumato o un succo di frutta ( con il caldarrostaio del Matese proprio accanto è una delle delizie dell’occasione). Sostantazialmente se se ha pazienza di parcheggiare discosto dal nucleo del castello, e passeggiare un poco con calma e godersi l’abitato e l’entrata al castello in orari diversi da quelli di punta del sabato e della domenica, Cadeaux al Castello è un’ottima occasione per riflettere sul potenziale del nostro patrimonio e di come, imprenditori accorti, abbiamo saputo trasformare un diroccato e nobile maniero in una macchina da soldi di qualità.

La rocca vanta secoli di storia, e il passaggio di numerose castellane d'eccezione a partire da quella cugina carissima di Carlo d'Angiò primo re di Napoli, 
 Margherita de Tucziaco, ovvero l'italianizzato de Taucy che verso il 1277-78 ne ebbe un restauro con decreto regio unitamente alla custodia del castello di Lauro pro habiliora mora. Si susseguono moltissime famiglie nella storia del castello, come quella di Giovanni Andrea Gambacorta, discendente di quella Donna Cateriana della Ratta, de la Rat, che vi fu castellana e signora: Giovanni Andrea Gambacorta fu trai fondatori mitici dell'opera delle Sette Misercordie Corporali, il Pio Monte, che a Napoli chiamò Caravaggio a dipingere quella Madonna dagli angeli roteanti che tutti amiamo. E ancora per una storia delle donne dimenticata, Aurelia d'Este, duchessa di Limatola (San Martino in Rio 1683 - Napoli 1719) insigne accademica e poetessa che aveva un suo salotto al castello ("Concentrata" è il nome "in codice" dell'Accademia di Bra a cui fu ammessa) e che ispirò all'amico genovese Paolo Mattia Doria, I Ragionamenti ne i quali si dimostra che la donna, in quasi tutte le virtù più grandi, non essere inferiore all’uomo (1716). Dunque il contesto si presta a numerose possibilità di lettura: da quelle storico-artistiche a quelle del semplice svago, coniugando la possibilità di conoscere a quella emotiva di rilassarsi e stare insieme.


La manifestazione che può portar via una intera giornata, è tendenzialmente tra le più importanti della Campania, per la location storica in cui è situata, l'autonomia funzionale, e per numero di visitatori. L'idea degli imprenditori Sgueglia, di investire su un castello antico, si è rivelata vincente ben oltre l'ambientazione dei soliti matrimoni o cerimonie; la manifestazione Cadeaux al Castello, gode al suo quinto compleanno di ottima salute e di un trend in ascesa: vale la pena di andarci, per capire come sia possibile pensare e realizzare l'idea imprenditoriale del nostro patrimonio.
Focus-Art il 22 novembre sarà presente, dopo aver partecipato già alla serata inaugurale.



Per una più completa disamina storica del maniero:  http://www.terredeigambacorta.org/modules/smartsection/item.php?itemid=149

4 nov 2014

Nostra Signora della Dragonara: architetture religiose spontanee


E' tutto pronto. Manca solo l'apparizione, ma certamente non tarderà.
Lungo l'ultimo lembo che dalla spiaggia di Miliscola (militum schola o scuola militare) termina proprio sotto Capo Miseno, sono anni che si assiste ad un graduale aumento di oggetti di culto, specialmente mariani, poggiati lungo il tenero scoglio di tufo. 
Là dove il "trombettiere" di Enea ebbe la sua sepoltura affogato dalla impari lotta con Tritone (animale mitico che molto ricorda tracon, vedi più avanti) al suono della buccina...
Il sito è costellato di resti di antiche opere romane pertinenziali quasi certamente a sontuose ville patrizie, come quella che qui si vuole attribuire a Lucullo dove pure morì nientemeno che l'imperatore Tiberio, o come quella di Plinio il Vecchio ad esempio, che da qui partì alla volta dei soccorsi di Pompei poichè era comandante della flotta misenensis, ovvero quella squadriglia navale che Augusto aveva voluto a guardia del Tirreno e che partì tosto a guisa di protezione civile quando Rectina, alcuni ne dicon l'amante, gli chiese aiuto.
Sotto quello che si vede dei resti, l'imponente cisterna romana della Dragonara conserva le tracce di un'opera che raccoglieva le acque; discordi i pareri sull'uso privato o pubblico della struttura ma una cosa è certa: è acqua dolce. Abbiamo dunque anche una fonte sacra e ovviamente una sacra grotta.
Una serie di resti su cui l'edilizia da quattro soldi ha fatto scempio, senza che se ne sia potuti venire a capo (di demolizioni neanche a parlarne , dove nella sola Pozzuoli gli abusi su resti archeologici sono decine di migliaia, si parla di caso politico cioè da rimandare alle alte sfere che ovviamente se ne impipano di intervenire inimicandosi una popolazione orba).
Fato sta, che sul limitare della spiaggia che guarda Ischia, Procida e l'estremo lembo occidentale di Capo Miseno, c'è un piccolo santuario spontaneo.
Fino a non molto tempo fa, c'era solo qualche solitario rosario, ma oggi si contano a decine,  impizzati nei resti di chiodi, piccoli anfratti e rifugio di tenero tufo, comprese installazioni improvvisate, conchiglie e quadri sacri a tema "Ave Maria".
Siamo dunque, è fuori dubbio discuterne, su un luogo sacro : di quella spontanea religiosità che da queste parti e lungo tutto il golfo non manca mai da millenni, pronta a rifiorire lungo punti di passaggio che hanno storie millenarie.
L'area della Dragonara, da Traconiaria o Traconara (greco tracon: un giro tortuoso di acque sotterranee), ha dunque tutte le carte in regola per un'architettura della religiosità spontanea che nei fatti esiste già da tempo. Qui, proprio qui, dove Cesare, Antonio e Sesto Pompeo tennero come racconta Dione Cassio, il loro "abboccamento" (una riunione informale) per decidere le sorti della politica romana.
Ci sono i ristoranti direttamente sulle rovine già pronti al flusso dei pellegrini: la Madonna della Dragonara (con ovvio riferimento all'uccisione del Drago Mistico) è pronta.
Vorrei si ricordasse questo articolo quando i posteri cercaranno nella storia, il primo presagio di un grande culto.