"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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30 set 2013

La bellezza sprecata del paesaggio (sta dentro di noi)

Mutuo il concetto dall'amico Franco Arminio: esiste una bellezza sprecata del paesaggio, anche urbana -benchè lui si riferisca alla splendida Irpinia-  che l'allucinazione e il disamore per noi stessi, ci ha annientato alla vista.
E' solo il segno della nostra identità perduta, prima dentro, eppoi anche fuori.
Ovviamente questo disamore è più in generale italiano, ma a Napoli è visibile fisicamente nelle persone e nel rapporto che esse hanno con la metropoli in cui sono nati e vivono.
L’avidità scellerata della mani sulla città, dei progetti della politica dei bacini di voto -penso ai disastri dell’Italsider in cui meno di una generazione ha lavorato per una apocalissi ambientale che ne ha annientate almeno due- l’abbaglio del facile arricchimento, della corsa al consumo di suolo, persone, cose...tutte cause nefaste della irresponsabilità, in cui il conto da pagare veniva posticipato ai figli e ai nipoti.
In questa folle corsa degli ultimi cinquanta anni, la bellezza è andata davvero sprecata per prima ai nostri occhi, permeando di rassegnazione ed apatia le nostre coscienze.
Da fuori -dai palazzi nobiliari, dai musei, dai capolavori-  dalle architetture di una città splendente, affacciata sul mare da terrazze di tufo, a capitale della spazzatura: una generazione dello scuorno, la vergogna come si dice qua, dell’annientamento della dignità.
Napoli ha vissuto decenni di purgatorio visivo: rimbalzata sulle tv con il caos dei sacchetti, come la capitale della camorra e dello spaccio, come un girone perduto in se stesso.
La bellezza sprecata del paesaggio sta in tutte le volte che camminiamo per le strade di quasi tremila anni e non lo comprendiamo: ce ne lamentiamo, e la lamentiamo in litania di compianto sul cadavere del Cristo velato e morto.
Poi tutti pronti a lodarne la “veracità”, con una nostalgia dei bei tempi che mai ci sono stati: è un abbaglio tornare indietro, alla memoria che fu, del come era bella una volta quando siamo inchiodati al presente che ci immobilizza.
Si nota a Napoli, oggi, una certa voglia di radice: innumerevoli le associazioni che lavorano sul territorio per promuovere la conoscenza della città. Una bella cosa: educare i napoletani ad amare il luogo in cui vivono è un primo atto di trasformazione; è un lavoro di coltura lungo che non si può esaurire in una sola generazione, ma parte dalla comprensione che la nostra crisi economica si vince solo vincendo tutti insieme.
Se lavora un operatore della cultura, lavora una pizzeria, un parcheggio, un museo, un bar e così via: lavora un circuito che non abbiamo ancora capito di dover curare per bene in questa città.
Potremmo permetterci una Napoli vivibile e civile, se iniziassimo a capire che questo circuito è la nostra fortuna e che non dobbiamo permettere alla stanchezza, alle logiche poco meritocratiche, alla solita zuppa insomma, di prevalere.
Tutto dipende dalla nostra capacità di creare, immaginare ed agire un futuro virtuoso.
Dalla bellezza sprecata del paesaggio, che esiste e forse è anche fisiologica -ma che agisce in un popolo anche a formare un carattere mite e solare, com’è quello partenopeo- possiamo trarre moltissimo per il futuro: dobbiamo solo avere il coraggio di crederlo, e agire di conseguenza.
Esistono posti più civili è vero, esistono città con meno problemi di questa Napoli, perchè esistono pratiche che la gente, il popolo che le abita, ha deciso di compiere insieme.
Di questo vittimismo di individui abbandonati dalla città che loro stessi concorrono a costruire, dapprima idealmente e poi fisicamente, possiamo farne a meno.
Occorrono sempre grandi cambiamenti e testimoni delle cose; occorre una volontà che superi l’ostacolo e occorre una cultura dell’uomo che dia speranza.
La speranza è sempre un atto fondante e creativo: inizia laddove immaginiamo che possa accadere un cambiamento positivo.
La bellezza sprecata del paesaggio, quella che distrattamente non vediamo, accade comunque fuori e dentro di noi: è la nostra eredità più bella e già seme di quello che verrà poi.
Tocca prendere attrezzi per dissodare un terreno crostoso nel campo collettivo dell'abbandono dell'identità.

27 set 2013

Quattro Giornate di consapevolezza (le discariche abusive della coscienza)

Le Quattro Giornate, di Nanni Loy
A che serve la storia se non insegna a leggere il presente?
Tra il 27 e il 30 agosto 1943 i Napoletani stanchi della città devastata dalle bombe, delle morti atroci e dei martirii di uomini e ragazzi che si volevano rastrellare, non ne poterono più. Si alzarono vicolo per vicolo, strada per strada, quartiere per quartiere e dalla masseria del Pagliarone, vicino lo Stadio Collana dove si rischiava un eccidio, dimostrarono che senza organizzazione, ma con la determinazione di ogni singolo cittadino, poteva mettere un punto alla distruzione.
Così Napoli senza testa e senza coda, si armò di qualunque cosa: alzò barricate che la sua memoria storica non aveva dimenticato, i bambini incoscientemente vennero armati o si armarono, e ci fu un caos buono. Maddalena Cerasuolo portava le staffette e gridava alla Sanità, e in ogni parte della città , ciascuno il suo, chi una lastra di marmo lanciata dall’alto, chi da una barricata diceva un salmo, chi lanciava la sua piccola intifada di basalto divelto da terra -tutti, uno nessuno e centomila- e l’esercito invasore fu cacciato.
Medaglia d’oro alla città e ai suoi cittadini, nel 1944 il Vesuvio dette segno che anche lui non ne poteva più, e così fu la storia che oggi giova ricordare.
La guerra oggi non c’è, o almeno così sembra: i tempi moderni l’hanno fatta diventare una guerra della distruzione del singolo. Il libero mercato, l’avidità non fanno forse morti? Apparentemente nessuno uccide nessuno; ma questo è solo un apparente passaggio come la guerra omerica risolveva uno ad uno, eroe contro eroe, le sue dispute. Poi ci furono gli eserciti: oggi le guerre si sono spostate dove è più comodo farle.nei paesi che guardacaso, sono sempre degli altri.
A noi restano guerre più subdole, perchè non sanguinano nè menano bombe dal cielo, ma non solo non sono meno cruente, ma fatichiamo da orbi a riconoscerle.
Sono le bombe messe sottoterra dalla camorra, sono i roghi della “terra dei fuochi”, sono le complicità di politici, industriali, contadini, interi comuni e comune gente che ha taciuto, e che si è arricchita, o forse ha solo sopravvissuto a quella guerra silente che l’avidità della ricchezza ha innescato.
Comunque sia, per chi pensasse al proprio piccolo orticello, sappia che sotto può esserci un bidone che viene da Nord, ma anche da Sud: la nostra terra è inquinata dalle discariche della coscienza collettiva.
Persino abusive sono quelle discariche della coscienza: sotto terra sono finiti i nostri disastri di paese avanzato; un paese talmente avanzato che si è tirato con la zappa sui piedi anche i fanghi tossici, le radioattività, l’aria compromessa.
E ci siamo cresciuti tutti in questa guerra civile, tutti abbiamo mangiato qualcosa da questa terra amara bombardata da sotto. Tutti siamo complici di questa mafia perchè non ci alziamo e facciamo qualcosa, fosse anche un gesto di pietà verso queste martoriate terre: da noi, martoriate, non da nemici esteri.
E’ cosa buona e giusta non pensare ai mea culpa, me ne rendo conto. Ma cosa scuote le nostre coscienze ottuse da discorsi inumani, senza compassione, senza partecipazione, senza infamia nè lode, di Ponzii dalle mani manco tanto pulite?
Ci vorrebbero ancora Quattro Giornate di coscienza, che smuovessero ciascuno in ogni piccolo e grande quartiere: un’azione semplice, non tanto. Rimproverare qualcuno che butta la carta, pulire quell’angolo dove lo spazzino non ci passa, fare attenzione se parcheggiamo sulle strisce pedonali o sugli spazi dei disabili, e così via.
Iniziare a pretendere che ognuno faccia il proprio dovere, facendo anzitutto il proprio.
Una piccola rivoluzione che ci faccia sentire meno soli, sapendo che quello accanto sta facendo la stessa cosa, e non la solita rassegnazione: la speranza si costruisce facendo.Sperare vuol dire puntare verso una meta.
Quelle persone delle Quattro Giornate, quei gloriosi cittadini ebbero una meta comune: si dissero ora basta, e lo dissero insieme. Lasciateci a casa, andate via, alla vostra: e insieme sconfissero un esercito in vantaggio su tutto. Così dovremmo imparare ad essere popolo, da quelle persone comuni disperate che si guardarono in fretta, senza nemmeno parlare, in una Napoli solitamente chiassosa, e senza accordo e un pò allo sbando, a pariglia sparsa, capirono che insieme avrebbero potuto farcela e si fecero coraggio.
Loro sono l’esempio da seguire. Riprendiamoci la nostra coscienza, e la nostra terra avvelenata, riprendiamoci la storia e facciamocene protagonisti, come abbiamo dimostrato in periodi difficili.Non meno di questi.


23 set 2013

Colazione da Sisifo

di Sam3, 2009 http://imageshack.us/photo/my-images/406/43sisifo.jpg/
Sono esattamente del parere opposto di Albert Camus: la bellezza fa rivoluzione ogni giorno, anzi ogni istante. Persino in un dettaglio che diventa chiodo fisso, ossessione.
("La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei" -Albert Camus, L'uomo in rivolta, 1951).
Sono sicura: le parole non mentono la bellezza -quando il loro potere è intatto.
Ma tra la parola e l'azione deve esserci un filo, un respiro di cosa materiale: la parola della poesia che è arte del fare intercetta il mondo intorno e lo rende plasmabile alle nostre ragioni. Plasmabile come un macigno che fa una montagna che rotola in basso.
Questo potere di costruzione del presente appartiene a tutti, o almeno a tutti quelli che lo vogliono esercitare: è il potere del fabbro che forgia il proprio destino o della consapevolezza.
E' il potere di Sisifo.
Rimettere il destino nelle mani di uno o più divinità non serve a molto: solo a perdere potere, che verrà raccolto da preti, o laici o politici. Fedi anche queste, ma della altrui volontà.
Seppoi la filosofia serva come dice Camus a rispondere ad un unico problema -la decisione della sopravvivenza- forse si: tutto ciò che facciamo, la cultura in genere negli atti materiali e mentali, non è forse opera della vita, della materia (sebbene inafferabile del pensiero) contro la stasi?
Immaginarla come una fatica allora è facile; la stasi è immobile:  "istemi" in greco (= io sto, io mi fermo), a cui tolto il pronome mi, resta ben poco non a caso.
Heraion del Sele: Sisifo e il suo daimon
Tutto in eterna trasformazione, con una fatica quotidiana che Sisifo rammenta: il suo daimon, il demone di se stesso, è sull'iconografia della metopa dell'Heraion del Sele, gli pesa sui polpacci e lo aggrappa dalle spalle.
Il masso eterno è più pesante con la cosapevolezza del suo peso di ogni giorno:
la condizione umana sua gli rammenta.
E Nessuno elude questa umana sua condizione, caro Sisisfo, tu che volesti tentare d'ingannare l'umana sorte della fine: della stasi.
 E più della roccia in cima ad un monte non ti fu dato da portare in eterno, a noi di rotolare pensieri a te appresso.
Ma almeno fu tondo davvero quel sasso?
La mia è una riflessione breve stamane; sulla fatica di vivere e sulla scelta di vivere in fatica quotidiana:  bisogna immaginare Sisisfo felice.
« Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice. » 
 (Il mito di Sisifo, A.Camus, 1947 p.121)


08 set 2013

Una noce non fa rumore, ma un sacco intero può (Sant’Agostino degli Scalzi)

Napoletani Noci di buona volontà
Una chiesa che rischia di chiudere per sempre è quasi la normalità a Napoli: delle 600 presenti in città solo 200 sono visitabili. Un rapporto uno a tre di perdita di capolavori, restauri mai iniziati e oblio come una spada di Damocle piantata già sulla testa.
E non è tanto l’iniziativa di ieri 7 settembre con l’apertura straordinaria di Sant’Agostino a dover esser rammentata, ma la possibilità che tutti i partecipanti siano da buon esempio per i concittadini: “mi appartiene”, anche se sono di altri rioni o quartieri, essi ci dicono con la loro muta presenza.
E’ questo sacco di noci che ottiene un articolo sul Mattino del giorno dopo, un video web, un blog, innumerevoli fotografie del complesso e dei singoli capolavori che ci deve far riflettere: è l’identità napoletana vera che striscia con forza sotto queste azioni e lavora sedimentando piano...questo ci deve colpire davvero.
Ci sono centinaia di chiese, strade, piazze, vicoli, e soprattutto persone, che dobbiamo far risuonare: milioni di noci che possono far rumore e trasformare le cose, lontani dalla rassegnazione, dal pessimismo, dall’apatia della crisi, dal “nulla cambia”.
Insomma, deve iniziare una nuova musica, una musica di noci nel sacco e fuori.
‘Na noce dint o sacc nun fa rummore, ma qual è poi il rumore delle noci: non è forse il frutto che meglio assomiglia al cervello?
Una noce è contenuta in una drupa: una scorza verde che poi la lascia andare.
Ma la noce non si apre da sola: bisogna schiacciarla per arrivare al seme più interno: e quel seme noi ce lo mangiamo (non è come una pesca insomma che pure drupa è, e che risparmiata può dare vita ad un nuovo pesco).
La drupa della noce è indeiscente, ovvero non si apre spontaneamente per far apparire il seme, quella polpa a forma di cervello protetta da una pellicola nerastra amarostica: qualcuno la toglie, altri no.Dipende dal gusto. Quella polpa che è il seme, noi ce lo mangiamo e non diventa noce: diventa noi.
Così la noce è una bella metafora: se ognuno è noce, diventa noce, lo fa aldilà della scorza e della durezza della corazza legnosa.
A me l’amaro piace, dà sapore alla vita; pare che le papille dell’amaro stiano nella parte posteriore della lingua; insomma bisogna aver già introdotto una parte del cibo per capire se amara è, e quanto, lo possiamo sapere solo dopo che sta già in bocca.
Per l’amaro, potendo una sostanza essere potenzialmente tossica, siamo particolarmente sensibili; ma come ogni tossico che si rispetti, esso può semplicemente celare l’antidoto.
E così, a me quella pellicina amarostica delle noci, specialmente delle noci fresche, piace assai perchè varia di tossico in tossico e mi rende gradevole la successiva noce.
Ora non dico che tutti debbano approvare l’amaro, ma certamente la noce è una bella metafora che il proverbio cela: una sola fa rumore sordo persino a se stesso.Un insieme di noci possono schiacciare.
E dunque una battaglia non è certo la guerra, ma sentirsi un esercito ha dato la vittoria a molti soldati numericamente svantaggiati,e ad uno, che doveva correre per avvisare Sparta che intervenisse per una volta a favore di Atene: Filippide corse a lungo, corse da Maratona, e dette l’annuncio: i Persiani, i barbari, erano vinti definitivamente grazie alla forza delle noci di Sparta ed Atene.
"Νενικήκαμεν" (Nenikékamen: "abbiamo vinto") gridò prima di stramazzare morto al suolo Filippide inviato da Milziade ad Atene a dare l’annuncio della vittoria, compiendo fino in fondo il suo dovere di ambasciatore che paga pena. A noi ovviamente basta meno.
Così, mi auguro che tra noci e maratone, un pò della nostra dignità napoletana ed europea ci faccia orgogliosi di una città che non può dimenticare i suoi monumenti importanti e soprattutto le sue stesse persone : questo fa la differenza nell’essere cittadini (e uomini, caporali e quaquaracquà) .
Per questa Napoli, per queste persone vale la gioia di sentirsi noce, velata di leggero amarostico.



-per il suggerimento del proverbio napoletano grazie a Stefano Manferlotti e Francesca Riccio.

03 set 2013

I beni culturali di Napoli per futuro.Magari...

C’è un pessimismo cosmico in alcune pubblicazioni partenopee da scoraggiare qualsiasi lettore.
Eppure a leggere il titolo questo libro sembrerebbe dire il contrario “I beni culturali per il futuro di Napoli”: l’auspicio forse che i grandi nomi che vi compaiono (Gambardella e Spinosa tra gli altri) tentavano di lanciare come uno scongiuro.
Non sono passati moltissimi anni dalla sua pubblicazione (1990) diciamo però una intera epoca, nella accelerazione dei tempi contemporanei e il testamento visivo delle architetture firmato da Mimmo Jodice, fa davvero impressione.
Il muro di mattoni posto da Spinosa innanzi alla Cappella Pappacoda, allora restaurata ma priva di difese, oggi non c’è più, sebbene siamo lontani dalla valorizzazione del luogo e della piazza (vedi il recente taglio del centenario cedro del Libano). E molti complessi, come il chiostro dei Santi Festo e Marcellino oggi sono aperti al pubblico, o, il bel Monacone alla Sanità e il relativo campanile di Frà Nuvolo restaurato da pochissimo, appena qualche mese, brillano di bellezza restituiti alla città.
Restano ferite insanabili: il Real Albergo dei Poveri, che dalle foto sembra uscito da un bombardamento senza guerra, e sta ancora mezzo di là e di qua, al suo purgatorio.
Belli i saggi contenuti, con una sintesi mirabile dell’architettura napoletana e delle sue tendenze nel corso della storia, e le sintesi, non sono mai facili.
Testi come questo, fanno rimpiangere i fondi con cui si stampavano libri anche per la visita in città del papa -così come dice l’intestazione interna.
Qualunque fosse la politica, almeno lasciava tracce da parte degli studiosi, gli unici che potevano accedere alla scrittura di simili compendi, denunciando in parte già una crisi all’interno della produzione scientifica delle università. 
Comunque sia, nell’auspicio sgonfio del titolo, più un disperato grido che torna nei vari articoli sul degrado inarrestabile del centro storico-antico di Napoli, la sintesi visiva oggi è davvero un documento di grandissimo interesse.
Tra le mille foto ho scelto quella del chiostro degli Aranci dei Girolamini, che quest’anno, nonostante le brutte vicende della biblioteca Nome della Rosa, è stato aperto fino a tarda ora per la notte dei Musei. La presenza record dei visitatori, tra gli ottocento e i mille con il Museo del Tesoro di San Gennaro -con cui mi fregio di collaborare- e il complesso della biblioteca vichiana, testimonia la grande voglia di riscoperta del nostro immenso patrimonio.
Ma anche un’epoca nuova, in cui tutte le forme che sapevamo della conoscenza e della sua diffusione si stanno rimodulando, in cui è possibile apprendere notizie da molteplici fonti e non solo da quelle ufficiali.
 Il lavoro che apparteneva alle categorie degli studiosi, dei giornalisti, oggi appartiene alla gente comune tra cui mi annovero; magari titolata, magari free, in ogni senso.
Magari, è anche quello che sembra di leggere come sottotitolo al citato catalogo “Electa Napoli”.

02 set 2013

Il Cielo sopra Napoli. Senza tema di ritorno.

Non mi ritengo una fotografa, mi spiacciono le definizioni. Restano pur sempre suntive.
Utili, ma suntive.
E penso che nell'epoca della riproducibilità massima dell'immagine,annunciata da Barthes in tempi ancora sospetti ma non acclarati, possiamo solo allenarci alla vista interiore:  tutti possono far foto, ma cosa si vede dopo che si è guardato, quello no, non lo si può contraffare.
-Shot a picture, direbbe Wenders. 
Sparate un'immagine fuori che sia uguale a ciò che siete dentro. 

Ci vorrebbe un allenamento serio all'immagine, una educazione visiva, come si chiamava ai tempi miei -e nemmeno troppi fa- una materia a scuola.
Si leggeva una immagine, ci si rifletteva sopra, si guardavano le linee e si disegnavano le forze visive delle linee. Il tempo nell'immagine è tutto, aldilà dei tecnicismi che a meno che non si scelga una professione, restano piccoli segreti dell'anima.
E per l'anima ci vuole allenamento: chi tanto osserva, non è detto che veda. Diceva Leonardo da Vinci.
www.lorenzolotto.info
Leggo il moltiplicarsi di concorsi, esposizioni,workshop, corsi e ricorsi di fotografia; segno che a tutti ci interessa questo preponderare dell'immagine. Ma,per una peripatetica come me, l'immagine si forma dentro prima di fermarla; qualche volta, e mi capita spesso a Napoli, mi ci vuole una speciale predisposizione interiore. Altrimenti tutto mi sfugge.
Non c'è eccezionalità di una foto che non rammenti chi la spara: il fucile da cui è partito il colpo, come scrive il regista de "Il cielo sopra Berlino".
E questo converrete, non si può insegnare.
L'aspetto psicologico della visione, così indagato dalla pubblicità; le leve dell'immagine, sono un esercizio senza tempo e fine. Dalle grotte di Lascaux, alle immagini quotidiane.Io penso che Napoli conti il più alto numero di fotografi sulla terra: ecco perchè da questo immenso tessuto connettivo, come scrive Ranuccio Bianchi Bandinelli, possano nascere gli artisti della fotografia. Quelli veri, quelli internazionale. Sono loro gli artigiani veri di quello che hanno dentro e negli occhi.
Io mi sento per conto mio, un umile occhio della mia interiorità che va passando d'alambicchi, nella bottega chimica più importante della terra: Napoli.
Questa città mi obbliga ad un esercizio visivo che discrimina il brutto a favore del bello, il buono a favore del cattivo: l'anima greca della città.
Per cui non posso che felicitarmi degli altri tessuti connettivi di questo immenso corpo, perchè essi mi forniscono riflessioni e visioni che non avrei. 
Il tutto, dovrebbe portarci a non desiderare un unico occhio, l'occhio per antonomasia. Eppure Napoli, per come è, si presta ad un occhio egotico: cerca l'attimo fuggente il fotografo di Napoli. Il paesaggio dei paesaggi di questa città invisibile.
Ricerca vana. Sparate pure un colpo, apprenderete di Napoli una immagine temporanea, la fermerete un attimo, come voi mille. Eppure di queste immagini belle e non lamentevoli, Napoli ha più bisogno di qualunque città sulla terra.
Se vedeste una Sirena, anche senza appellarvi fotografi, vorreste fissare la sua immagine; e come Ulisse passare oltre, senza tema di ritorno.  

01 set 2013

Impossibile di stasi (Ederlezi a Napoli)

Non è possibile che Napoli sia immobile.
Non è nella sua indole irrequieta, ma qualche volta può apparire più ferma del mare in bonaccia, quando è liscio come un olio e la luce acceca di riverbero.
Succede più o meno quando in un vicolo, o sotto un portico come mi è capitato di vedere, per una specie di accordo sotterraneo, le persone decidono di riflettere insieme senza dirselo, forse sui propri guai.
Allora tu vedi sguardi che si perdono senza tempo, corrucciamenti e linee di visi che cercano di aggrapparsi attorno, ai muri scrostati millenari -sarà per questo che Napoli ha l’aria di eterna consunzione?
Questa aria di afflizione ti dà il tempo di scattare un dagherrotipo mentale che è l’antenato della fotografia: ci vuole una lastra di rame interiore pronta, uno strato d’argento che si applica per elettrolisi -e quindi una vostra personale energia- una luce ai vapori di iodio che non è facile da cogliere, e un’esposizione lunghissima; almeno dieci-quindici minuti per fissare l’immagine.
Raramente si possono fissare dagherrotipi interiori a Napoli, visto il lungo processo e l’immobilità richiesta dei soggetti, ma, qualora capiti, se ne colgono faccende rilevanti, come l’identità di muri e facce, e forse la stessa ragione per cui non vale la pena mettere mano a restailing di grandi portate degli edifici.
Capita che l’aria allora sembri immobile, come eterna, millenaria nell’istante: è colto davvero l’attimo presente, notoriamente assente nel pensiero filosofico partenopeo, perchè non è vero che Napoli tende a scordare il passato a favore di un presente epicureo -pace al bel pensiero di Bellavista- ma piuttosto a lanciarcisi capo e corpo ogni secondo. Non sono gaudenti i napoletani, non tendono a cancellare i guai: sono malinconici, serafici, nostalgici. Sono proiettati per DNA nel passato, e fanno di loro stessi e della loro città una eterna proiezione all’indietro.
Non a caso San Gennaro è il santo patrono: il santo bifronte che guarda indietro e avanti, e non in faccia: solo quando lo si insulta, la faccia ‘ngialluta deve guardarvi in viso, possibilmente in Cappella del Tesoro.
E dunque, se non può stare ferma, Napoli non può cogliere l’istante.
Certo, come ho scritto, può capitare. Ma è un’anomalia che richiede una formula magica, una predisposizione degli eventi, una quiete che raramente si respira nelle strade e per i vicoli: più facile a cogliersi nelle sole architetture che nella interazione tra esseri umani -Napoletani- e la loro città.
Se fosse davvero epicurea, Napoli non avrebbe una sirena per mito, nè il nome che porta e che indica un eterno divenire, una mobilità infinita e, poichè si chiamò anche Palepolis, vale lo stesso discorso del suo santo: non conosce nome al presente, ma sempre proiezioni violente in avanti e indietro.
Con questi corrugamenti del tempo, veri e propri buchi neri dello spazio-temporale per le altre normali città, Napoli è impossibile di stasi. L’ammuina interiore, l’eterna frenesia, l’andare di pressa, il fuire, l’arteteca, e mille altre sinonimi le si confanno più che una epicurea ricerca di felicità nell’attimo; pare che la città e i suoi abitanti siano già proiettati al superamento del problema: la nottata che addà passà, che più scura della mezzanotte non si può fare, che cosa è mai se non il segno del divenire senza istante?
Passando sotto i Portici d’Angiò, l’altro giorno, mi è parso di cogliere un momento decisivo per i miei pensieri: due anziani sedevano ognuno distante per fatti suoi dall’altro. Il primo stava a fumare una stanca sigaretta sotto al Pulcinella che anima il cartello e la sua recente nuova definizione : “Via del Fico al Purgatorio/Via d’Arte. L’altro un pò rilasciato sulla sedia, difronte alla colonna centinata: ma proprio dirimpetto alla colonna, nel senso che essa era il suo  unico panorama visivo. E la guardava con aria assorta, e diventava nel guardarla colonna stessa: eccola, l’interazione naturale tra gli abitanti e la città, quando i Napoletani si fanno vecchi come lei di millenni, quando diventano architettura di carne in riflessione molle.
Eccolo l’attimo presente, carpito che fugge avanti o indietro, col peso millenario un pò obbliquo, un pò da centinare come la colonna.
Nel dagherrotipo di una città Rom, ci sono cinque passi fondamentali: pulire bene la lamina di rame affinchè riceva lo strato d’argento che viene applicato con cura, un passaggio in camera oscura di dentro per prepararla a ricevere la luce di ciò che volete fermare, e quindi al tempo giusto d’esposizione, quello dell’attimo che non può più fuggire, eppoi togliere delicatamente lo strato che è diventato immagine.
Capirete bene che è un’opera delicatissima e fragile di risultato.


Il semplice stare del tempo a Napoli (S.Giovanni a Carbonara)

Per chi non conosca Napoli, faticherà comunque ben poco a riconoscerla da questa prospettiva.
Dalle scale di San Giovanni a Carbonara, Napoli può diventare familiare come la vista della casa materna o della nonna la domenica di pranzo familiare.
Lo scalone sanfeliciano a doppia clessidra, come uno strano e aggraziato uccello con due paia d'ali, ha tre piani di riposo: tre prospettive di fiato e di ascesa alla collina che un tempo fu la discarica della città: ad carbonetum.
Un fiato, uno sguardo e la ripresa a salire per ogni gradino di piperno nero, fermato dall'ocra perennemente scolorito dei bassi muretti laterali: essi non sono parapetti, nè corrimano. Sono come i punti che delimitano un segmento, l’alfa e l’omega del gradino; i limiti in cui l’occhio si arresta ad ogni pedata. Quello che si vede da San Giovanni a Carbonara va contenuto e decantato.Trattenuto un poco in mente; possiamo dire che abbisogna di dighe e chiuse, quello che si può vedere da ogni gradino di piperno.
San Giovanni a Carbonara nasconde tre chiese e tre chiostri; Santa Sofia come un sottoscala sacro è la parrocchia dove altrove ci sarebbe cripta.
La "Pietatella"si incastra di lato, appena a sinistra di chi si accinga a salire sulle ali della doppia clessidra: ex-ospedale militare, non può non rammentarci le giostre e i tornei feroci che mettevano famiglie ed eroi l'uno con l'altro armati.
In fondo questa è una strada di sangue, larga ancora quanto lo spiazzo che accoglieva le faide e chiudeva in alto il limite estremo della città, verso quello che fu il bel campanile dei SS.Apostoli prima di cadere sotto lo scrollone tellurico d’Irpinia.
San Giovanni a Carbonara, con i suoi alberi e gli ulivi messi da poco davanti all’entrata, appare sempre una chiesa da poco, almeno all’occhio più inesperto: chi potrebbe mai pensare che dietro quel cancello e verso la scala che anche poco si vede, giace, su una montagnella di quelli che furono rifiuti da incenerire, uno del capolavori di pieno Umanesimo e Rinascimento?
La meno vistosa delle chiese napoletane, la più laterale o di sbieco; la chiesa dimentica al margine del capolavoro assoluto.
Narrare i volumi cubici delle forme rinascimentali, la cappella abside con le sue statue sospese, il portale quattrocentesco di Santa Monica, o la Cappella Seripando in cui il Vasari ha fissato la sua crocifissione, è un esercizio di stile: ma basterebbero queste due righe a dire molto di questa chiesa, eppure altro sovrasta la narrazione; il mausoleo di re Ladislao Durazzo-d’Angiò.
Questo re, l’ultimo della dinastia angioina, re Ladislao il Magnanimo, sta a cavallo a spada sguainata a condurre un fantastico esercito verso la sua idea di Italia Unita: nel 1408-9 mosse al papato, in piena crisi avignonese, una guerra che fece tremare le sorti di Firenze e Siena. Le due città pensarono ad allearsi contro il re angioino pur di salvarsi, e Bologna pensò di unirsi contro il pericolo.
Come Guidoriccio da Fogliano ma di pietra, il mantello e le decorazioni angioine su sfondo blu e gigli d’oro di Francia, Ladislao conduce la memoria e se ne sta assiso in gloria di potenza, poco più in basso accanto alla sorella che ne volle il monumento: gli ultimi sovrani di quasi due secoli francesi di dominio, fratello e sorella, se ne stanno a guardarci immobili.
Le Virtù scolpite, allegorie dell’epoca (1428) hanno la pretesa di sostenere il casato e il feretro del re dormiente al terzo registro, sotto un benedicente vescovo: Ladislao fu anche scomunicato, ragion per cui, appena poterono, gli restituirono la santità della missione, visto che il funerale dal Castel Capuano fu fatto in fretta e furia in una notte agostana di mezzaestate.
Il polittico-mausoleo di pietra di Re Ladislao, opera scultorea e pittorica che non poteva rappresentare meglio l’ambiente napoletano nel corso del pieno Umanesimo, sta davanti la cappella dell’amante Sergianni, il Caracciolo coraggioso che comandò per molti anni le decisioni della regina Giovanna II, ingiustamente appellata Regina di Paglia, in un’epoca spietata e crudele di baronie e e congiure ducali. Prendeva fuoco questa Paglia troppo spesso per i detrattori, ma pure, governare in quel momento, era più difficile che a cercare il proverbiale ago.
Ma, io non desidero parlare dei capolavori che la chiesa-mausoleo contiene; impossibile rendere l’azzurro-blu delle maioliche del 1440, o i colori e le prospettive del Perrinetto e del Besozzo, la cappella Somma che chiuse l’ingresso principale per sempre, o la bellissima cappella Caracciolo da Vico. Dovete andarci voi stessi a immergere gli occhi dentro la città ideale napoletana: quello che di meglio facemmo nel corso del 1400, più o meno sta tutto qua dentro. Con l’aggiunta che poi proseguimmo a fare, come è prassi a Napoli, per cui San Giovanni è si, una chiesa Trecentesca, ma anche tutto il resto delle epoche.
Così quando salite le scale di piperno chiuse da un abbraccio di alto muro color ocra, e più sopra ancora vedete una strana facciata che non può essere l’ingresso -penserete immediatamente- allora lanciate un occhio al panorama di fuori: Napoli di palazzi e sali-e-scendi, di scale geniali che fanno riposare la vista al troppo, Napoli termitaio e folla compressa; Napoli di soluzioni architettoniche che risolvono non l’orizzonte, nè gli elevati, ma lo stare, il semplice stare del tempo.