"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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20 giu 2014

Ossi di cozza 'mbuttunata, ricetta stabiese.

Mi sono concessa uno spaghetto alle vongole stabiesi, e il proprietario di Miseria e Nobiltà è Salvatore, ma vi serve la figlia mentre cucinano la moglie e la madre. 
Classe 1951, a quindici anni Salvatore lavorava già nei gloriosi cantieri navali di Castellammare di Stabia; quei regi arsenali del 1783 che Giovanni Edoardo Acton pensò per re Ferdinando IV.
"Esso fu qui stabilito da Re Ferdinando IV, fin da' primi anni del suo regno, occupandovi un vasto spazio di terreno, nonché l'abolito monasterio de' Padri Carmelitani. Di buone fabbriche il sussidiò quel principe e di utensili e macchine necessarie quali a quei tempi poteansi desiderare. Oggidì è il primo arsenale del regno, e tale che fa invidia a quelli di parecchie regioni d'Europa. Sonovi in esso vari magazzini di deposito, e conserve d'acqua per mettere a mollo il legname, e sale per i lavori, e ferriere, e macchine ed argani, secondo che dagli ultimi progressi della scienza sono addimantati..." (Achille Gigante, "Viaggi artistici per le Due Sicilie", Napoli, 1845)

Salvatore è un uomo longilineo in formissima per la sua età, la voce è una specie di cavernoso rimbombo di cartavetra, e il suo un dialetto stretto, chiuso e strascicato come lo è da queste parti: di là dal Monte Somma. Fa parte di una generazione che aveva lavoro, prospettive, famiglie da campare faticando sui cantieri che facevano grandiose navi e poi in mare in ogni modo, e con ogni mezzo. 
Allora, c'era lavoro per tutti: Salvatore raccontava del varo dell'incrociatore Vittorio Veneto che il 5 Febbraio 1967, nei Cantieri navali della Navalmeccanica di Castellammare di Stabia venne calato in acqua dalla madrina Ernestina Santacaterina Saragat, figlia del presidente Giuseppe Saragat. 
il varo della Vittorio Veneto a Castellammare
Ma in quel periodo, ci furono le prove della nave a largo e nel golfo, e così Salvatore racconta la soddisfazione di aver partecipato all'impresa di costruzione e verifica di quello che un tempo era il risultato tecnologico più avanzato tra difesa antiaerea e sommergibile.
La nave dismessa nel 2003 doveva diventare dopo la sua lunga e gloriosa carriera, un museo; ma ad oggi giace abbandonata nei cantieri di Taranto, poichè il costo dell'operazione è altissimo.
Probabilmente non se ne farà mai niente, oppure si affonderà il relitto per popolare qualche colonia di pesci...chissà.
Sta di fatto che il Nostro racconta che all'altezza dei bagni della Regina Giovanna la nave provò le sue prime manovre, ed era uno spettacolo a vedersi e tanta l'onda che i bagnanti erano terrorizzati.
Racconta tutto entusiasta che durante le esercitazioni di prova, sparirono due obici di salve provati ormai vuoti, e che nessuno li ritrovò mai più : "mezza Roma venne giù a fare una verifica ispettiva". 
Giacevano in un punto preciso del porto di Castellammare, e che furono recuperati naturalmente, da chi ce li aveva poggiati...
I suoi racconti stanano a conti rapidi fatti, l'incosciente ragazzo che era allora: aveva 16 anni e lavorava 14 ore, per cui quel varo, fu un gioco incosciente ed eccitante. Faceva il saldatore, la maschera tra le ginocchia e la sigaretta in bocca eternamente; i fazzoletti di cotone in cui soffiava il naso, diventavano neri. Ovviamente Salvatore ha avuto un tumore alle corde vocali: amianto. 
Tutta la nave è piena di amianto, la ragione principale per cui oggi per farne museo o affondarla si dovrebbe bonificare. Lui comunque ce l'ha fatta, forse perchè la passione per le bombe e la pesca di frodo, gli ha dato sempre quella "verve" che gli ha permesso di sopravvivere anche alla caccia alle mine a cui si dedicava a tempo perso col fratello per recuperare la polvere pirica e il tritolo di cui il Golfo, dopo la seconda guerra mondiale, era miniera: "Signò, la vita è  'n'episodio".
E'un pezzo di storia italica Salvatore e oggi fa anche il "cozzecaro" e ha la concessione di un pezzetto di mare. Racconta della nonna che frullava il pesce crudo con cui li ha cresciuti tutti e parla di una Stabia che non c'è più e del tempo che ci vuole d'inverno a far prendere aria alle cozze per evitare i denti di cane sulle valve. 
Alcuna condanna morale alla sua vita di eccessi e illegalità: Salvatore è un buon nonno ora, in balia della sua piccola nipote, è un figlio della sua epoca, e un pezzo da novanta d'artiglieria come la Vittorio Veneto. Ha imparato a cucire, e da qualche parola si capisce che in galera c'è stato, magari per sbaglio. Ha qualcosa di glorioso e di  proibito, tenuto insieme dalla sapienza del mare, oppure è il filo di quelle cozze "mbuttunate" nella salsa che solo la mamma riusciva a fargli di mattina alle cinque: "Ma come faceva mammà a tenerle insieme quelle cozzeche?"
Come ogni uomo di mare che si rispetti, Salvatore ne conosce i segreti e quando il maestrale si alza improvviso in un punto precisio del golfo,  allora è tempo di uscire in mare; e rimane incantanto e indignato a raccontarti di come l'orata succhia la cozza spaccandone il guscio e quindi, bisogna lottarci contro, sennò addio lavoro.
Io penso sorridendo tra me a Lucius Sergio Orata, che le orate pare le adorasse: quell'ingegnere romano del I secolo avanti Cristo che dall'altro lato del golfo, a Baia, inventò le terme e la pescicoltura.
Forse per capire questa Italia di compromessi dovremmo partire da qui, da questi racconti di vita reale, non edulcorata: dalla piccola storia che è passata sulla pelle degli Italiani.
C'è una bottiglia di Acetosella sulla sedia, l'acqua bella di Castellammare, e un pò di pane. Le alici fritte erano spettacolari, il vinello passabile, l'impepata di cozze superba.
Salvatore si odora un braccio, lo lecca, ci guarda e ride: "è sale, 'so tutt' spugnat 'e sale".





19 giu 2014

Salvator Rosa: cose migliori del silenzio.

Salvator Rosa incarnò il suo complesso secolo, il ‘600  di uomini e ombre.
Del resto uomo ed ombra fu Caravaggio che era passato a Napoli nel 1606 e poi nel 1610, dando propulsione a pittori decisivi come il Caracciolo e il Ribera.
Lo Spagnoletto certamente Rosa ebbe modo di conoscerlo bene, mentre pare si scontrasse col Corenzio che dominava a modo suo la scena delle committenze partenopee.
Iniziò la pittura dalle scene di paesaggio napoletano, dopo aver studiato dagli Scolopi e aver anche avuto una crisi religiosa: nel 1630 era entrato in noviziato con il nome di Salvator di San Pietro, e dopo la rinuncia ai voti, decise un primo passaggio a Roma con relativa polemica col Bernini, per ritrovarsi a Firenze con un committente e una corte disposta ad ospitarlo.
Nel frattempo, ebbe a Napoli come cognato e amico Francesco Fracanzano, che sposò sua sorella Rosa nel 1632 (una Rosa è una Rosa...), ed anche Aniello Falcone, il cosiddetto pittore delle battaglie da cui mutò il genere. Conobbe bene gomito a gomito di bottega, Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, con cui collaborerà anche per alcuni lavori.
Al trasferimento a Firenze dal 1640, risalgono le sue opere stregonesche: Scena di stregoneria (Firenze, Galleria Corsini), Streghe e incantesimi (Althorp House, Spencer Collection), La strega (Roma, Pinacoteca Capitolina) e “Le tentazioni di Sant’Antonio” (Firenze, Palazzo Pitti).
Da Napoli portò con sè il gusto chiaroscurale e pigiato dei corpi, tipico dell’epoca dell'inurbamento vicereale; tra un terremoto del 1631, e una rivolta che sedimentava dal basso, ed anche una certa influenza tematica dei pittori fiamminghi che non mancavano affatto in città e nè mai erano mancati. Risalgono infatti al periodo più scuro della caccia alle streghe tra Napoli e Roma, consumatosi nella prima metà del secolo (basti pensare all’episodio di “carità carnale” di Suor Giulia de Marco)tutte le tracce  il Rosa riversò sulle “pitture da camerino” commissionategli dall’orbita della corte medicea.
Erano del resto pitture da mostrarsi solo in privato, ad amici, e dunque al riparo da qualsiasi ritorsione, e così Salvatore, potè lasciarsi andare a temi tra magherie e incantesimi piuttosto cupi.
Nascono i 4 tondi oggi a Cleveland, originariamente del marchese Filippo Niccolini; mentre al marchese Corsini va la cosiddetta Stregoneria Corsini e infine, al suo mentore-mercante, il banchiere Carlo de Rossi,  quella più famosa e complessa scena oggi al National Gallery.
Di ritorno a Napoli, dopo ancora un soggiorno romano, non volle più accettare commissioni per nessuno, riuscendo ancora a contare sull’appoggio economico di Carlo de Rossi, e continuò a vendere e viver di battaglie e paesaggi ancora, ma anche incisioni più facilmente smerciabili.
La prima e tardiva fama storico-artistica di Salvator Rosa, come tarda fu per gran parte dei pittori del Seicento napoletano, si deve allo studio del 1963 di Luigi Salerno, intorno a quelli che conosciamo come pittori del dissenso; ben più celebrità ebbero invece le sue vicende biografiche.
Poeta e musico di animo inquieto e burrascoso, Salvatore non scelse mai un genere  d’arte solo, e prima della sua fama d’arte, ne venne fama di pittore romantico:  è del 1824 la biografia romanzata pubblicata in inglese da Lady Sidney Morgan che fece gran scalpore all’estero; mentre al 1789 risale il saggio poetico-musicale dello storico della musica e viaggiatore inglese Charles Burney.
Ai tempi del soggiorno fiorentino cominciò a scrivere le sue Satire, pubblicate postume ma già circolanti, che gli costarono non poche maldicenze e molti sospetti e, per quanto ne sappiamo che sia vero, partecipò a Napoli anche alla rivolta di Masaniello.
Col Falcone, Paolo Porpora e Domenico Antonio Vaccaro partecipò alla "Compagnia della Morte" che si dava all’omicidio degli Spagnoli, ma il Dominici talvolta chissà se è davvero attendibile; ma, quando gli Spagnoli ripresero il controllo della città, il Rosa dovette nuovamente scappare a Roma, dove morì nel 1673.
Nella mostra del 2008 dedicatagli a Napoli, la sua prima: “Salvator Rosa apre la strada a Goya, che sicuramente vide le sue incisioni di streghe. Per il napoletano come per il genio spagnolo quei corpi laidi di vecchie dai seni penduli, che trafficano con pentolini, ossa, teschi, mani di cadavere, bimbi morti, sono mostri, i mostri partoriti dal sonno della ragione”  (Spinosa).
Solo che Goya cadaveri e morti li vide nella crudeltà reale dell’Inquisizione spagnola e nelle coeve stragi francesi, e Salvator Rosa li pensò ed agì poco prima degli anni della rivolta di piazza Mercato e delle sue atrocità.
“Se potesse aver corso nella grammatica degli studi, l'epiteto di antipatico; Salvator Rosa, nato a Napoli nel 1615, morto a Roma nel '73, è uno degli artisti più antipatici che esista. Egli è tante cose: disegnatore e incisore; pittore di paesi e di storie, lettore di testi rari, poeta e poligrafo accigliato, nato sotto Saturno; guitto d'occasione e gran viaggiatore. Il ricco carteggio che si è conservato lo qualifica come un ingegno plurimo, a rischio di dissipazione. In breve: bisogna fare i conti con un personaggio ingombrante. Nell'autoritratto della National Gallery di Londra, egli si presenta come un intellettuale antico: barba incolta, capelli lunghi e cappello floscio, sagomato contro uno sfondo di cielo, fosco come la sua espressione. Nulla rivela il mestiere principale di pittore; le sole informazioni, volutamente spiazzanti, provengono dalle scritta in latino sulla cartella su cui si appoggia: “aut tace aut loquere meliora silentio”. O taci o dici cose migliori del silenzio." (Stefano Causa)
Insomma, fu un personaggio piuttosto irrequieto, scomodo e antipatico, difficile da decifrare e catalogare in una sola corrente, e certamente non solamente pittore: di qui la fama di esser fin troppo moderno.Irregolare.
E moderno lo fu certo, essendo anche poeta, musicista, e politico di parte; anch’egli di cappa e spada, con più lettere e ombre, più cose, del suo immenso predecessore.