"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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17 nov 2011

Il giardino del poeta fiorisce in pieno inverno: giovedì 1 dicembre

Il Giardino del Poeta,V.Van Gogh 1888
Speriamo di seminare bene, perchè questo è l'intento e parte d'inverno inoltrato. Il poeta come il giardiniere possiede e attuala manutenzione delle parole che assomigliano ai semi. Il Giardino del Poeta è un'associazione culturale che ha sede nella bellissima Villa Casciaro, già proprietà del pittore Giuseppe  Casciaro (via Solimena 92) e cerca di mettere in relazione quante più possibili realtà napoletane. Voluta fortemente dalla professoressa Giuseppina Girosi, l'associazione ha lo scopo di osservare e diffondere: "le nuove discipline e  di condividerle con altri, l'associazione continua la propria attività nell'ottica della diffusione, dell'approfondimento e dello scambio di saperi al fine di contribuire costruttivamente all'accrescimento delle consapevolezze individuali" (www.ilgiardinodelpoeta.it)
Villa Casciaro, sede dell'Associazione
All'interno del già corposo programma di attività, si è dunque pensato di aggiungere anche un incontro quindicinale di divulgazione letteraria: gli autori napoletani e non, possono gratuitamente proporre le loro opere e presentarle ai soci. E' un modo nuovo per inaugurare l'anno che verrà, in cui le forze creative del paese, faranno la vera differenza. Per contatti e presentazioni scrivere a: rossanadipoce@hotmai.com
La proposta di presentazione è gratuita, come gratuita la sua divulgazione. Ora aspettiamo i libri, come il germogliare dei semi.


                                Giovedì 1 dicembre, ore 18.30
  
L'associazione culturale 
                     IL GIARDINO DEL POETA 

                   è lieta di invitarvi alla presentazione di: 

      "101 DONNE CHE HANNO FATTO GRANDE NAPOLI"
                     
di AGNESE PALUMBO (Newton Compton 2010)

Agnese Palumbo è una giovane giornalista e studiosa di costume, ha messo insieme per la Newton Compton 101 profili di donne tra l'ironico e il bibliografico -anche non autorizzato- che hanno percorso la storia di Napoli e la sua essenza.
Da Partenope, sirena fondatrice a Matilde Serao che rinnegava il mare, ma anche sante, regine, madonne, prostitute, politiche...
Insomma tutto quel che c'è da sapere sulla "Città dei Ventri", che è per definizione donna e femmina.
L'attrice Diana Di Paolo interpreterà alcuni personaggi scelti, ed è il nostro modo per iniziare la metamorfosi che ci attende nel 2012 ed in cui le energie femminili, saranno protagoniste. L'avv. Simona Molisso ci illustrerà le realtà comunali e non, politiche  e non, della rinascita e partecipazione femminile napoletana di questo nostro periodo storico.

Vi aspettiamo!
in sala:
                                                            Agnese Palumbo (giornalista, autrice)
                                                             Diana Di Poalo ( attrice)
                                                             Avv. Simona Molisso ( Consigliere Comunale e Presidente della Consulta delle Elette)
                                                             Presenta Rossana Di Poce

                                                             Aperitivo-buffet

IL GIARDINO DEL POETA , via Solimena 92
www.ilgiardinodelpoeta.it
http://ilgiardinodelpoeta.blogspot.com/
tel. 081 5568976
335 8367515

11 nov 2011

Francesca Di Martino e l' omicidio figurativo (Uccidi il tuo maestro)

Francesca Di Martino tra le sue opere
Francesca Di Martino è in mostra con Uccidi il tuo maestro al Caffè dell'Epoca in Piazza Bellini fino al 30 novembre.
E se una mostra riesce a darti fiato a Napoli mentre prendi un caffè, vuol dire che funziona davvero: "Ho ritratto il volto
del mio padre-maestro
per possederlo un'ultima volta
Ho sventrato la materia 
per trovare il suo sguardo.
L'ho amato e l'ho temuto
l'ho riverito e l'ho tradito.
La simbiotica relazione
tra allievo e maestro
è compiuta".


i ritratti di F.Di Martino
Con una simile premessa, è chiaro che Francesca nel ritrarre i suoi maestri d'Accademia, ha provocato il caos. Ma com'è lineare il suo sguardo, come ti dà una sensazione di tranquillità parlarci di questo omicidio di massa. Nessun artista è mai compiuto se non passa per questa fase omicida; e la sua non è affatto crudele, perchè è la materia e la sostanza di ciascuno dei maestri ad essere stata presa di mira e senza crudeltà. In ciascuno dei ritratti composto da pastose linee di colore, c'è una frase che Francesca avrà pensato, meditato e poi immesso. C'è l'amore e c'è l'odio, la parola e il silenzio. 
C'è l'umiltà di chiedere se è peccato il fare figurativo, quando ogni artista esprime il proprio solipsismo interiore: ovviamente ho risposto che non c'è alcun rimorso nell'ammazzare le vecchie questioni stantie dell'arte. 
E che questi ritratti sono un passo, anzi una camminata preliminare, di un lungo discorso di vita. 
E perchè poi dovrebbe avere meno valore il rappresentare volti ed espressioni piuttosto che le ansie imperturbabili e labili di un io egotico? 
E chi lo dice dove porterà questo olocausto magistrale? Ciascuno di questi volti racconta una storia personale che si intreccia con l'esperienza di Francesca, e mi piace l'idea di aver incontrato Francesca mentre ancora scorre il sangue, mentre riceve critiche feroci per il suo "gesto insano"... mentre tutto inizia a vorticarle intorno e anche i pescecani fiutano la scia. 
E' il migliore dei mari che si naviga ad un certo punto, quando la membrana dell'esercizio artistico è lacerata, quando da una presunta verginità  protettiva del proprio studio si compie il parto verso l'esterno. Certo il cammino è lungo, la crescita è lunga e non sappiamo cosa riserva il futuro a chi compie omicidi magistrali e ha il coraggio di esporli in un illuminato bar, ma di certo c'è umiltà e sicurezza in fondo agli occhi di Francesca. Uccidere è un atto d'amore, lacerare è un atto d'amore, rappresentare la realtà per come è per se stessi, è un atto d'amore e mai uguale alla realtà stessa. Nella caverna di Platone giace il segreto dell'illusione: ciò che danza sono le ombre proiettate dal fuoco, e non le persone stesse. Dunque è necessario non svilire chi vuole rappresentare la realtà così com'è, specialmente se è consapevole che la realtà così com'è, è una pura illusione organica della propria anima, e perchè, diciamocelo finalmente, è tempo di scrollarsi di dosso le presunte ribellioni del '900. 
In questo fiume di sangue-colori io ci vedo finalmente una ripresa meno violenta di certe problematiche: quando è passata la rabbia, si uccide meglio e con più lucidità non solo il maestro, come in magico rito di passaggio, ma si possiede la forza per reggere agli urti inevitabili dei detrattori. 
Mentre scorre il sangue della rottura simbolica dell'imene-cordone ombelicale, tra genitori e figli, tra maestri e allievi,  inizia la vita vera e non solo degli artisti.

10 nov 2011

I am a visual artist who believes in art ( Rana Bishara a Napoli )

Cioccolato e ghiaccio di Rana Bishara
Keep in touch!
Ci siamo dette martedì a Città della Scienza per la sua mostra ( Colori, fragranze e realtà di una città occupata: riflessioni della vita di una donna a Gerusalemme Est ) e ieri sera Rana Bishara, visual artist palestinese, è venuta in Galleria su mio invito. C'era un black out, ma per fortuna la serata è andata benissimo.Giusto in tempo: keep in touch now!




Poche parole,  ma so ascoltare e quel poco mi basta a capire le intenzioni del cuore. Rana nella sua performance a Città della Scienza ha intinto nell'origano (che i Palestinesi non possono raccogliere sulle loro colline, pena una salatissima multa ) e ha simbolicamente spezzato il pane e ci ha imboccato: questo è il corpo di una donna per le donne palestinesi, fate questo in memoria di ciò.
Poco prima, si era vestita dei braccialetti con cui chiudono i polsi ai Palestinesi ai checkpoints: una cotta di plastica inframmezzata di friselle (omaggio a Napoli) e si era portato apprezzo la dolorosa tunica. Se questa è una donna libera.Perdonali, non sanno ciò che fanno.
Araba, cristiana, palestinese, donna: quante parole ci servono per descrivere una artista? Era commossa davanti alla scultura "Luce" di Sergio Capellini, e quando le ho detto che  è dedicata ad Hiroshima, all'attimo in cui una bomba ha spento in un flash di morte migliaia di vite.
Palestine Road Map
Eppoi le foto dei bambini suoi allievi, e quegli acquerelli delle donne anziane di Gerusalemme che mai prima avevano preso in mano un pennello.
E una frase sul cartellone della mostra: "I am a visual artist who belivies that art can produce positive social and political change".
Io credo, come un atto di fede, nella potenza dell'arte. Credo in una sola signoria, una, santa, ecumenica fede nella bellezza.
1967: l'inizio dell'incubo per due popoli.
Guardatele le foto delle case occupate: bambini israeliani dentro i cancelli impauriti dagli adulti che guardano bambini palestinesi che rivorrebbero le loro case, i loro cancelli. Una anziana prende un limone della sua casa occupata: calice amaro di un tempo che fu.  Mi ha quasi commossa quando a commento dei suoi scatti esposti a Città della Scienza, ha aggiunto "sono tutti bambini, noi facciamo loro questo, a TUTTI questi bambini".
Lasciate che i bambini vengano a me, dice Rana con le sue foto.
Una tragedia vista dagli occhi di una donna: una sacra rappresentazione del sangue che è scorso per una terra, vecchia come il mondo. 5000 anni di complessità in un'opera: 5 pigiami appesi coi documenti falsificati per giusticare la presa dei territori, e un monito.
Di notte non si dorme: il Getsemani è una lunga veglia traditrice.
Keep in touch Rana, grazie per essere venuta anche al buio. Per non avere mai parlato di torti o ragioni, ma di dolore. Quel Cristo, come ci ammonisce Emma Dante nella sua censurata versione della Scimia, è sempre e solo un essere umano.
Keep in touch Rana, forse il mondo ha bisogno delle donne per guardare le sue tragedie.


"صرخه الامعاء الخاويه" 
(  Dal 7 al 13 lugliosi si è svolta a Napoli un’attività di formazione destinata ad una delegazione del CAC- Community Action Centre, dell’Università Al-Quds di Gerusalemme, nell’ambito del progetto «Support the Palestinian Community in East Jerusalem: Actions in the field of education, women, youth and cultural heritage» (Programma Le Ali della Colomba-PMSP), finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Italiano e promosso dalle Province di Napoli, Roma e Milano, in collaborazione con la Fondazione Idis-Città della Scienza, con la ONG CISS-Cooperazione Internazionale Sud e la Comunità Palestinese di Napoli.  Obiettivo generale del progetto è promuovere l’empowerment femminile nella società palestinese, ed in particolare nell’area di Gerusalemme Est, colpita dall’occupazione militare israeliana sin dal 1967 e attualmente isolata dal resto della Cisgiordania (West Bank) a causa del muro costruito dallo Stato d’Israele) .Grazie a Sara Borriello per la sua presenza e il supporto umano-logistico.

8 nov 2011

Non son barbari i Briganti, forse mugnai ( il sortilegio del paesaggio )

"Perché voi, iscritti e dirigenti del Partito del Cemento, siete i veri estremisti di questo paese.
Le lacrime del Sarno
Siete i veri barbari di questo nostro paese. Siete la vera causa del degrado ambientale, della violenza al paesaggio e dello sprofondamento del paese nel fango. No. Non avete nessun diritto di piangere. E gli italiani dovrebbero cominciare a fischiarvi e cacciarvi dai funerali. E gli italiani dovrebbero smettere di pregare davanti alle vostre altissime gru, totem di un modello di sviluppo decotto e decadente, che prima di collassare, rischia di annientare i beni comuni di questi Paese, di questo pianeta."
(Domenico Finiguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano,Mi)

Il sortilegio del paesaggio

I briganti non sono barbari.Gli alberi li nascondono.
La macchia li protegge da colpe più gravi.
E gli Italiani dovrebbero capirlo, è tempo.
Dovrebbero abbandonare le sicure città e combattere torrenti di sangue
per le loro montagne assassinate che si rivoltano a valle
e rigano i paesi di lacrime scie di fango.
E i fiumi,
i fiumi detonano di rabbia d' acqua che allaga.

Dovrebbero maledirci i paesaggi di Leonardo e le colline di Vinci,
persino i vicoli di Napoli del Caravaggio.
Tutti cadaveri che non si possono piangere.
Per chi vive nascosto in agguato di selva, non son morti:
il paesaggio ha gettato da tempo il suo lungo sortilegio
 e non ci sarà condono.
Il dolo che gli abbiamo arrecato è troppo grave:
l'offesa all'ordine del mondo si paga con il caos.


L'antico mulino sul fiume Liri di Sora (Fr)
A Mammone,  Gaetano Coletta (1756-1802) famoso brigante mugnaio di Sora, anche soprannominato il Sanguinario di Sora, che combatté per il re Ferdinando IV.

L'articolo di Domenico Finiguerra è tratto da "Voi barbari del cemento non avete nessun diritto di piangere":
http://www.libreidee.org/2011/11

7 nov 2011

Deflagrazione di colori e forme, Luigi Castiglione e la teoria dei buchi neri


Il nero è la quinta teatrale e dimensionale su cui esplodono le passioni del Maestro Luigi Castiglione.
Scoppiano di colore da uno sfondo apparentemente neutro, si ritagliano e corrono, prendono il volo, si baciano o slanciano; vivono insomma dello spazio esiguo che occupano cromaticamente sulla tela nera e delle azioni che vi operano sopra.
Il Maestro Castiglione ritratto da U.T.Vocaturo
Della mattinata con Luigi, delle chiacchierate tra passato e presente della sua pittura, mi è rimasto impresso un concetto: l’apparente abbandono dell’arte figurativa.
Quando nessuna luce raggiunge l’occhio, quello è il momento del nero: l’attimo cromatico particolare che in Occidente ha un significato troppo spesso negativo.
Ma a me quel nero trascina lontano, fino al concetto di buco nero: nella teoria della relatività generale, tecnicamente, un buco nero è una regione dello spazio da cui non può sfuggire nulla, neppure la luce.
Secondo la definizione scientifica più accreditata infatti, un buco nero è un corpo dotato di un'attrazione gravitazionale talmente elevata da non permettere l'allontanamento di alcunché dalla propria superficie e questa speciale condizione, si ottiene quando la velocità della fuga della sua superficie è superiore alla velocità della luce.
Così la velocità della massa che si genera dalle infinite rotazioni della superficie fino a coinvolgere il profondo della materia, attrae ogni cosa verso sé ma, sfortunatamente, a causa dell’elevata velocità del fenomeno, un buco nero nessuno lo ha mai visto davvero, tanto che se ne mette addirittura in discussione la reale esistenza…
La pittura di Luigi da questo profondo e universale nero, mi piace pensarla come il risultato visivo di certi buchi neri della coscienza, dove la massa delle passioni e degli eventi, orbita  tanto velocemente da non poter essere osservata direttamente, ma, guardata nel profondo, può essere carpita di sfuggita dalle scie cromatiche che lascia sulla superficie della tela: ecco il perché delle figure-sagome colorate nell’apparente vuoto nero.
La vita e le esperienze di Luigi, perdono nei suoi quadri la massa: è solo il primo dei fenomeni che accade ad una stella che si avvia a diventare buco nero, e grazie alle continue fusioni nucleari che la interessano, la stella cambiando massa e densità, entra in un campo gravitazionale talmente intenso, da non permettere a nulla di sfuggire alla sua attrazione, neppure la luce.
La pittura di queste opere è per me il risultato di una rotazione vorticosa di cromie e forme che altera tutti i concetti di massa, densità, tempo e spazio, per lasciarci vedere una supernova sulla superficie della tela: lo stadio intermedio del buco nero è appunto la supernova, un’esplosione stellare estremamente energetica caratterizzata da un’emissione luminosa che può uguagliare per un periodo di tempo limitato, la luminosità della galassia che la ospita.
E mentre si forma un buco nero e una supernova, si può ottenere nell'universo, secondo la teoria scientifica, una curvatura infinita dello spaziotempo che può far nascere dei cunicoli all'interno delle rotazioni...per alcuni scienziati, almeno in linea teorica, per questi cunicoli è possibile viaggiare nel tempo.
Luigi, la tua pittura luminosa eguaglia la vita-galassia che vivi, perché la racconta secondo la tua prospettiva interiore, per viaggi intensi che modificano i concetti di passato e presente, massa e densità, e poi, dopo vorticose rotazioni e stadi intermedi, la fissa nuovamente sulla superficie della tela.
Tutte le cose che sulla terra non si possono alterare, nelle tele del Maestro Castiglione sono implose proprio dall’ordine terreno, creando un nuovo assetto visivo a metà tra la coscienza individuale e un grande viaggio in un nuovo universo di regole. 
Per questo ho parlato di apparente abbandono del linguaggio figurativo a favore di un presunto simbolico: Luigi per me,  ha “solo” cambiato dimensione, è andato a dipingere più in là, nel suo cosmo interiore dove ogni tanto emerge una tela/buco nero.
E’ come raccontare ancora i paesaggi e ritratti, non per come sono i parametri del vero e del reale, ma spostandosi di fuoco, in una prospettiva stellare che va generandosi ancora, dove tutto si altera e la materia e la forma non sono più quelli che conosciamo.
L.Castiglione foto di U.T.Vocaturo
Spiare l’infinito da un buco nero è dunque possibile, possibile acchiappare la scia colorata delle proprie passioni ed emozioni.  Grazie a Luigi Castiglione, possiamo definitivamente affermare che esistono eccome i buchi neri, anche qui sulla terra e, attraverso essi,  si può guardare oltre la materia e passare per cunicoli improbabili del tempo e detonare, attraverso un nuovo codice visuale, meravigliose deflagrazioni di colore e silhouette di forme. 
Si può sempre parlare di arte figurativa, semplicemente immergendosi nell'universo infinito della materia in vorticosa espansione interiore.


6 nov 2011

Cinta dalla memoria (L'Italia dell'acqua e della pietra)

Panorama da Alatri (Fr)
L'infanzia è la cassettiera dei ricordi, delle favole e della memoria più bella. Mentre diluvia, e l'Italia affoga insieme agli innocenti, mi torna in mente Alatri (Fr). E' un paese foderato di pietra, monoliti poggiati al fianco di una collina, diagonali decise d'appoggio della mia memoria. Io penso indietro di pietra, di tagli e di perizia antica nel lavoro. Come degli orafi, gli artigiani poggiarono i sassi nel castone di terra della collina.  Ne ebbero cura millenaria, e certo, gli Etruschi che là sotto passarono per andare in Campania, ne rimasero intimoriti: è una storia che non conosciamo, che non ci insegnano sui banchi di scuola perchè è lontana, seppur gloriosa. E' la storia dei paesi dei briganti,e delle loro montagne vette lontane. E' una storia di pietra che resiste poggiata senza la malta delle parole, è la storia della mia infanzia.
Cinta megalitica di Alatri
Oppongo alla alluvione che forse ci sarà anche da me, a Sora, per l'incuria degli amministratori e l'incoscienza di molti, i ricordi di pietra millenaria; oppongo la roccia all'acqua furente. Mi oppongo di massi all'inedia, la mia è un' Intifada cardiaca: dal cuore parte la rivolta dell'era della pietra contro quella della betoniera.
Ricostruzione acropoli di Alatri
Io vado dicendo che solo dalle rovine rinasceranno le chimere, non dalle ceneri le fenici, perchè abbiamo bisogno di chi sogna dai pezzi in terra delle macerie.





4 nov 2011

Voglio far la Brigantessa

ex-voto con brigante, dal Santuario della Selva di Sora
Le montagne del Lazio interno, le mie montagne, sono assediate dal cemento di famiglia: casotti per far vivere in eterno figli coi padri, famiglie con famiglie. Perpetua eredità endogamica poco armata: ogni terremoto le butta giù. Dell’Aquila abbiamo tremato la sorte, e di notte spesso noi sentiamo “i scisceri”, i respiri della terra prima del terremoto. Mi hanno insegnato a farmi croce sulla fronte mentre invoco Sant’Emidio che è il santo di Campoli Appennino: le più belle doline a imbuto che possiate vedere al centro di un paese. La mia terra è fatta degli orli di inghiottitoi improvvisi o delle cascate del Liri che attraversano paesi, di Isole d’acqua in mezzo alla terra.
Di notte ho sentito il lupo, e lo sparo del bracconiere. Ho visto le orme dell’orso marsicano e lo stambecco di un parco minato dalla follia della betoniera.
Sono le terre di Fontamara; io le ho viste queste terre tra un’acqua rara o troppo violenta delle alluvioni: un anno la mia casa è finita sottacqua perché il fiume non aveva ancora l’argine. In quel periodo, da qualche parte nel mondo c’era una Silicon Valley e sul suo presunto modello, piantarono a forza come grano le industrie nella mia piana.
Inutile dire che non hanno mai attecchito.
I paesi invece, quelli antichi, sono aggrappati ai clivi: Roccavivi ha un programma nel nome, Canistro la sua acqua benefica e le castagne, la val Giovenco dice tanto. E c’è la Val Comino, dell’Atina di Terracarne, con le sue cinte megalitiche di sassi montati a difesa, fino ad Arpino ed Arce, massi su massi, calcare su calcare.
Mia nonna da Cassino arrivava ad Avezzano e di notte, e vi faceva contrabbando trai fronti durante la II Grande Guerra: patate contro carne. Mia nonna mi raccontava a letto o davanti al camino, le “favole” dei Briganti: erano i giusti del popolo. Erano i suoi giusti. Mia nonna era una brigantessa, per sopravvivere ha ucciso di notte in montagna gli uomini che le volevano usare violenza e ha picchiato: non ce ne ha fatto mai mistero.
Mia nonna è morta, non sulla soglia del paese dell’inedia al sole, non in una piazza rassegnata o nel suo letto come desiderava, è morta d’un cuore stanco in ospedale.
La paesologia, io non lo sapevo, è quell’abitudine a vagare vicino casa e vagabondare dentro. E’ da adulta quando ti ricordi che a scuola ti facevano leggere Il Brigante, ma anche La mia Africa, e tu senti le montagne e le selve intorno da percorrere. E’ quando ti rechi al Santuario della Figura nella Selva di Sora, con tuo padre per la festa di famiglia, e rendi omaggio senza saperlo, ai volti dei Briganti dipinti negli ex-voto: loro sono morti lì, coi Francesi armati fino ai denti.
Sai che sono morti e neppure per una giusta causa: ma avevano la fame e l’ingiustizia dalla loro.
La paesologia non è un pellegrinaggio, non c’è un santo da cercare. C’è un vuoto tra quelli che abitavano le selve e te, è quel file cancellato tra Frà Diavolo e te. Sono le notti del fantasma di Chiavone che trascina le catene per i vicoli e che ai bambini non si racconta più. Sono i morti trucidati da una guerra civile che nessuno ha voluto chiamare per nome.
La paesologia è l’elogio all’Italia disunita, anzi l’epitaffio dei paesi indaffarati come il mio; i paesi che vogliono correre col progresso e invece sono immobili di pietra svuotati dalla vita, attaccati come una zecca al cane delle montagne.

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Piglia il bastone e tira fuori i denti (trad. siciliano)
Io sono una brigantessa della Terra di Lavoro/ e questo è il mio sogno di pane.
Vivo già tra le selve di un futuro senza cemento/ trai campi di grano dove i Taviani/girarono/una Guerra di Ilio fraterna e tragica.
Io sono immersa nella memoria futura che non è ancora avvenuta.
Io non mi arrendo a quello che accade invece.
Questi sono i miei denti e il mio bastone, neppure di carta è vero,
ma di potenti parole virali.

Pubblicato su Comunità Provvissorie: http://comunitaprovvisorie.wordpress.com

2 nov 2011

Napoli 2 novembre 1764: quando la città esplodeva di vivi e di morti(Ai morti senza nome)

“ …vuole il re che si segua il dettame dell’Architetto Fuga, qual assicura che sono a ciò sufficienti quelle che si trovano per ora già perfezionate nel detto Camposanto al numero di duecento, e capace ognuna di più centinaia di cadaveri, senza che vi sia la necessità di formarsi  le mentovate due fosse nuove” (carteggio di Giovanni di Goyzueta al Signor Duca Perrelli,1764).

Grazie alle Radiomemorie di Sonus Loci, la Sirena esplora la sua Storia.
E' in arrivo la nuova puntata sulla Napoli dei vivi e quella dei morti: La città dei vivi e la città dei morti (Ferdinando Fuga, architetto della ragione).
 E' l'aprile del 1764, esplode un'epidemia in città: febbri putride. Una catastrofe della malnutrizione, causata dalla carenza alimentare cronica e soprattutto dalla mancanza di vitamine; probabilmente scorbuto, beri-beri, pellagra, diatesi emorragica, si sparsero per la città uccidendo migliaia di vite.
In soli sette mesi si contano 40.000 morti. Era da poco passato l'anno orribile della peste (1656): la memoria della Sirena era ancorata alle carni putride di quel precedente contagio.
Napoli capitale con oltre 300.000 abitanti.
Era il 1764, e il Real Albergo dei Poveri accoglieva i malati nel suo ospedale, che una real commissione volle ampliare dagli inziali 500 posti a 1700, spostando anche gli infetti dal Quartier Militare della Maddalena.
Fu l'inizio della catastrofe.
Era il 1764, erano pronte 200 delle 366 fosse del Cimitero omonimo: la periferia est di Poggioreale, era il limite della città.Furono usate tutte: iniziò allora a funzionare il calendario perpetuo della morte.
Sette mesi dopo quell'aprile, mi piace pensare fosse il 2 novembre 1764, migliaia di morti e di vivi erano ammassati nel contagio della Sirena, ma il peggio era passato.
Solo l'architettura di Ferdinando Fuga, oggi illumina quella tragedia; a lui si devono le due macchine di tufo e pietra laviche delle più ambiziose fabbriche della città: il Real Albergo dei Poveri che vedo dalla finestra, e il Cimitero delle 366 fosse, poco più in là.
Ai vivi e ai morti senza nome di quegli anni, oggi, giorno dei defunti, io dedico il mio pensiero e la nuova puntata di Sonus Loci Radiomemorie.
Anche se siete vissuti e morti in silenzio, noi ci ricordiamo di voi.

Grazie a Sonus Loci Radiomemorie, Rita Chiliberti, Cristina Passalacqua.
www.sonusloci.it
Sonus Loci Radio Memorie di Napoli _ by radioPAN.it Un progetto radiofonico a puntate sul recupero, la conservazione e la diffusione della memoria dei luoghi di Napoli. Un tessuto di voci narranti, suoni in presa diretta e frammenti musicali per una serie di passeggiate acustiche tra le strade, gli edifici e le storie molteplici della città partenopea.