"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

Quanto presente su questo blog appartiene come diritti intellettuali a Rossana Di Poce, pertanto è vietato copiare i testi o scaricarne le immagini senza previo consenso dell'autrice.

24 ago 2014

Ergastronomia: Napule è 'na carta sporca, si, ma di frittata di maccheroni

Mappatella Beach di F.Kaiser
Ognuno conosce la canzone di Pino Daniele: un sole amaro, odore di mare, odore di bambini, mille culure...
Tra le figure retoriche dei versi però ce n'è una simbolica che mi sento di dover analizzare: 'a carta sporca.
Nessuno si cura della carta sporca, profetizzava Daniele: ognuno aspetta, forse la sorte che la rimuova? Notorio è che le carte sporche a Napoli ci siano: arredi urbani inesistenti ci stimolano al loro posizionamento creativo. Il gesto più locamente sviluppato è l'abbandono stradale ed emotivo della carta sporca. Pirotecnici lanci da finistrini, canestri inesistenti appiedati, scivolamenti comenientefosse.
Sono giunta alla conclusione che la carta sporca sia un'immagine collettiva fondamentale della nostra contemporaneità (come 'a tazzulella 'e cafè) : riflettendo sulla carta oliata abbandonata sulla spiaggia di Mappatella Beach, punto antropologicamente strategico di Napoli, e sulla tendenza a considerare "morti di fame" i frequentatori del celebre lido napoletano -unica spiaggia libera insieme alla Gaiola per due milioni di abitanti di Partenope- sono giunta a più riflessioni.
A Mappatella Beach (la spiaggia dove si porta la "mappata"che serve per imbandire la tavola) si lasciano rifiuti, in particolare la carta sporca delle frittate di maccheroni che è trai piatti nazionali partenopei: popolare, nutriente, pesante. Plebeo. Dunque, questa carta inutile da cucina tradizionale popolare ecocompatibile nel riuso degli avanzi, mi induce ad una riflessione sull' ergastronomia di Napoli (ergaster, in Greco è stomaco, e noi siamo Greci di cultura).
Tutti sanno il ruolo fondamentale della cucina partenopea, ma c'è di più: la Sirena è il simbolo di Napoli, il suo mito ancestrale, e la pancia il punto di unione della natura della sirena; mezza animale dalla pancia in giù, mezza umana da là in sù. La duplice natura si collega proprio tra la pancia e la stomaco:  il punto della sollevazione del popolo partenopeo è la fame e la paura che dalla pancia viene e prende lo stomaco, quello della borghesia che la plebe appunto, gli rubi il pane e la scena.
Feste, farina e forca toccano lo stomaco: che detto in Napoletano "tuccà" ha ben più ampio significato che il semplice sfiorarsi (mi hai toccato i nervi, per esempio)
Sul didramma di Partenope, la sua antica moneta greca,  esiste solo il volto della Sirena: dall'altro lato il bue d'Italia (italoi=vituli, adoratori del vitello per i Greci) come il mito di Europa invertito. Infatti è lei, un nume che guida la natura animale del bue. E i delfini, simbolo del Mediterraneo attorniamo il ritratto.
Praticamente una moneta che è un progamma civile, e che privilegia la parte nobile del corpo.
L'ergastronomia partenopea, cioè l'osservazione dello stomaco applicato agli usi culinari, mi induce quindi a molte rilfessioni: oi dialoghoi ('e malepanza filosofici di Partenope@)
La pancia è il punto focale della società napoletana: il punto della sollevazione del popolo e della paura domestica della borghesia, il luogo dell'incontro della critica della presunta sporcizia di quella carta sporca.
A Mappatella Beach, come scrive un amico (Ferdinando Kaiser)  "Il popolo del mare mette in scena la commedia della miseria, ride scostumato per fare dispetto alla civiltà che non sa quanto è buona la frittata di maccheroni dentro la mappatella" : è una antica commedia tragica, in cui la plebe lasciata ai sui elementari bisogni e priva di ogni educazione civica si "scostuma" in ogni senso. Si denuda e denuncia la sua presenza: la commedia della miseria che si burla della presunzione di civiltà, quando questa ignora i bisogni elementari, e dunque denudandosi, la plebe mette in crisi col semplice esistere chiassoso l'ordine spocchioso della città. 
nature intime spogliate sul Lungomare, dal web
Di queste nature intime spogliate in riva al Mediterraneo del Golfo, ognuno può pensare ciò che vuole; esiste però una categoria speciale a Napoli: i plebenisti, che sono i borghesi che criticano la plebe che lascia le carte oleose di frittata sulla Mappatella.Per i plebenisti, i Napoletani di Mappatella, sono sozzosi. I plebenisti, non sanno, come in una antica fabula atellana, di essere i veri protagonisti a cui quella carta si rivolta. Come lo stomaco qualche volta fa nell'ergastronomia partenopea.



13 ago 2014

Iconopatia: la malattia dell'immagine sempre vera

The little red ridding hood – Happy end © Thomas Czarnecki
Finali alternativi per le note eroine disneyane nelle foto del francese Thomas Czarnecki : Ariel, Jasmine, Aurora, Pocahontas, Cenerentola o Biancaneve che finiscono malissimo.
Schiacciate, smarrite, avvelenate, stramazzate al suolo: è la frantumazione del mito della favola che finisce sempre bene, il lieto end,  l‘happy che manca.
Una operazione visiva non estremamente nuova, ed incentrata comunque sul senso, significato e significante dell’ icona: secondo il semiologo e matematico Charles Sanders Peirce (1839-1914), l’icona è uno dei tre tipi principali di segni, distinto da un rapporto di somiglianza attraverso una qualità o una configurazione determinata dell’oggetto significato.
In genere lo scatto prevede oltre ad una donna, un inequivocabile segno distintivo: scarpetta/Cenerentola, coniglio/Alice, pinna caudata/Sirenetta, in maniera da eliminare ogni dubbio di riconoscimento del personaggio alla prima visione.
Ma immediatamente, nell’attimo in cui il cervello codifica che il corpo giace spiaggiato, e la coda è tutta legata da una corda, entra in gioco l’antitesi visiva: non è più la Sirenetta, quella Disney tutta perfetta che abbiamo in mente, ma è una Sirena morta, soffocata. E’ una Sirenetta alternativa.
Nel caso di una sconsolatamente seduta a capo chino bambina-ragazza, e del bianco coniglio ai suoi piedi: è Alice, ma un’Alice che si è perduta in una stanza diruta. Quindi non appena vediamo un cestino di mele rotolate a terra, nel caso dell’artista citato, ci viene in mente immediatamente Biancaneve o Cappuccetto Rosso, solo che il problema è che il fotografo francese ci fa vedere qualcosa che interrompe la nostra normale visione della favola: una bottiglia tra le mele, e così infrange quel rapporto di somiglianza che è nella nostra memoria.
Lo interrompe nel bel mezzo del nostro ricordo, per dirottarlo altrove: e su una ben più truce realtà.
Dunque, l’autore dello scatto ci scalza e sorprende, mostrandoci il paradosso di certe situazioni: ci porta verso una antitesi mentale, ovvero un contrasto esplosivo tra il buono che ci aspettiamo e il cattivo che ci viene mostrato.
E’ tipico delle immagini usare le figure retoriche: nel narrarci con un solo scatto il potenziale dark-end, il fotografo usa un procedimento di sineddoche: la parte per il tutto, e “provate ad immaginare se” o addirittura ci suggerisce “che davvero è così piuttosto che cosà”. E dunque ci porta per mano visiva a crearci davanti un’idea alternativa delle nostre eroine preferite in situazioni estreme: nel progetto “Brutte, sporche e Principesse” (http://www.repubblica.it/persone/2012/01/25/foto/principesse-28747787/1/)  l’analisi dell’uso variegato delle figure retoriche andrebbe estesa scatto per scatto, poichè non in tutti i lavori è usata la stessa figura retorica come alternativa, ma certamente lo è, invece, il processo di interruzione dell’icona come immagine positiva acclarata.
In queste crisi visive e di senso di Thomas Czarnecki, vanno letti i nuovi messaggi circa l’uso del corpo delle donne: veicolati appunto, e dunque trasportati verso un altrove di significato.
Mariel Clayton, Barbie7
Nell’operazione di far saltare a forza di dinamite-dettaglio i canoni di somiglianza tra la donna mostrata e l’icona mentale, che viene dunque proiettata fuori dal suo Olimpo narrativo dell’happy finale che ci aspettiamo di vedere e che tutti conosciamo, si produce una crisi nello spettatore: la sua immaginazione deve arretrare, riformulare un passo indietro la codificazione e riflettere ( “ho visto bene?" dice il nostro cervello) e così ritorna una donna forse normale davanti ai nostri occhi, forse ancora Biancaneve, o forse no: potrebbe o non potrebbe essere lei; “e se invece di così, è andata cosà?”
Più semplice in apparenza è l'operazione di  Mariel Clayton: la sua Barbie sociopatica, isterica e omicida è sempre la sola protagonista degli scatti talvolta osceni che la immortalano: qui siamo alla dissacrazione del'icona, al ribaltamento di senso.Lei stessa lo chiama "umorismo sovversivo": ed infatti sovverte la nostra idea della nota bambola e della sua iconicità.
Se ci aspettiamo sempre lo stesso significato di bello e buono, bianco o nero dalle immagini, siamo affetti da iconopatia: la malattia dell'immagine sempre vera sulla rete. E invece si chiama ambiguità semantica, la possibilità di più significati: è lì che può e deve inserirsi l’arte.








5 ago 2014

Riace Ready-Made appezzottato: sull'osceno/scempio/esempio dei Bronzi

Osceno Scempio/Esempio
Marcel Duchamp nel 1919 mise i baffi alla Gioconda, dadaista com'era chiamò l'opera  L.H.O.O.Q. (Elle a chaud au cul,  letteralmente: "Lei ha caldo al culo", per dire che era eccitata) provocando così l'immagine, la definizione e la reazione del pubblico ai suoi famosi ready-made, ovvero un simbolo utilizzato al di fuori del suo contesto, e ancor più in fondo in "totale assenza di buono o cattivo gusto" ( Thierry De Duve, Pictorial Nominalism: On Marcel Duchamp's Passage from Painting to the Readymade, p.159) 
Nel caso della Gioconda coi baffi, che da madonna passa a quasi prostituta, la provocazione è compiuta: ma non c'è solo quello. C'è anche il gusto alchemico dell'anagramma nel titolo come esperienza della conoscenza, e l'androgino che baffi e pizzetto richiamano... comunque l'innovazione della profanazione visiva: finalmente con Duchamp, possiamo toccare il tabù.
E qualcuno ricorderà il geniale spot Liscia/Gassata/Ferrarelle giocata proprio sulla stessa immagine.  
Venere a cassetti
Sull'onda dadaista c'era anche il Surrealismo di Dalì che prosegue nella ricerca della profanazione, ma con altro senso estetico:  la Venere di Milo a cassetti è del 1936. Bronzo e pelliccia di ermellino per la metafora dell'inconscio posizionato entro i cassetti in cui si annidano i desideri dai carezzevoli pomelli ed anche per il gioco linguistico di chest (in Inglese torace e mobile da arredamento al contempo). Molte sono le opere di Dalì che vanno verso questa intricata ricerca estetica, e sempre utilizzando copie, molto spesso frutto della sua riproduzione manuale: fatte da lui. Handmade.
Veniamo a Michelangelo Pistoletto: Venere degli Stracci, 1967.
A partire dal 1967 utilizza calchi di sculture classiche per alcune sue opere come la Venere degli stracci (1967) o l’Etrusco (1976) l’Annunciazione (1980), lui che aveva lavorato come restauratore nella bottega paterna.
La Venere con pomo dello scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen, diventa di spalle ogni possibile Venere, e dunque la bellezza come concetto: l'icona bianca davanti all'Arte Povera rappresentata dagli stracci -che poi è la Pop-Art italiana per eccellenza- e che negli Anni Settanta, faceva da avanguardia nel ribaltamento dei significati, anche visivi (bianco marmo/stracci colorati).
Febbraio 2014: questo presunto allievo di Andy Warhol così si curricola, veste una copia della Paolina Borghese in una vetrina con un velo rosso, scatta alcune foto ai Bronzi originali dopo averli addobbati con velo da sposa,  tanga leopardato e  boa fucsia. La Soprintendente Bonomi giura di non saperne nulla, e di non aver autorizzato gli scatti osceni, ma nell'ambito di una kermsse promozionale solo una foto col tulle (peraltro già discutibile) e che i custodi sono prontamente intervenuti, ma che evidentemente gli scatti erano già compiuti.
Pistoletto e gli stracci
Posto dunque, che la Storia dell'Arte era piena di artisti che avevano manipolato consapevolmente copie, e ribadisco COPIE, provocando il livello visivo con altrettanta efficacia, questo presunto allievo di Warhol cosa avrà mai capito della duplicazione in serie della Pop-Art?
Insomma, mettere le mani sugli originali è una profanazione, ed essere artistiti originali ha evidentemente tutt'altro peso culturale, come si evince da questa rapidissima disamina sulla icona e scultura antica.
Martellate alla Pietà
Posto che non v'è nulla più da inventare per certi personaggi il cui gusto osceno è fuori da ogni dubbio, visto che la frattura ideale con l'arte classica vanta perlomeno centotrentanni, la prossima mossa potrebbe anche essere la distruzione dell'opera, la frattura reale: erano artisti anche i folli con la Pietà del Michelangelo (15 martellate al grido di "sono Gesù Cristo") 1972, e del David dello stesso autore, che nel 1991 ebbe a martellate la frattura dell'alluce.
Non cito altri tentativi sull'onda della manipolazione "creativa" degli originali: cospargere di liquido infiammabile per dare fuoco alla Madonna di Foligno di Raffaello (1989) e la bomboletta spray contro Mantegna ("Il trasporto del corpo di San Cristoforo"  1993) .
E' diventata arte anche questa dopotutto, dopo lo scempio/esempio dei Bronzi.


Il "cittadino Gennaro": il santo del Tesoro laico


Montati tra oro e argento se ne stanno  3894 tra diamanti, smeraldi e rubini: è la mitra di San Gennaro, o meglio, il sontuoso e barocco copricapo sacro, per il reliquiario angioino che conserva le ossa del santo nella testa.
«Pagate al magnifico Matteo Treglia ducati quattrocentocinquanta , dite sono per lo prezzo di tre manizze di smiraldi e diamanti da esso comprati di ordine nostro (…), e vi si sono ritrovati cioè smiraldi numero quarantatrè di peso carate 61, e diamanti numero 358 di peso grani 89; quali smiraldi, e diamanti l'haverà d'assentare sopra la Mitra gioiellata che sta facendo in honore del Nostro Glorioso Protettore San Gennaro»
14 ottobre 1712: e questo è il mandato della Deputazione al Banco di Napoli .
Di questo unico prezioso, e di incalcolabile valore, è incantevole la lavorazione paziente e, dopo le trasferte di Roma e Parigi per le recenti mostre di grandiosi successi, la mitra e una parte del Tesoro sono rientrate finalmente nel loro Museo, sane e salve a Napoli.  
Grazie al Direttore Paolo Iorio e alla Responsabile Relazione col Pubblico, Serena Amabile, ho avuto la possibilità di essere presente a questa storica occasione del rientro, insieme ad un gruppo ristrettissimo di persone e ad un imponente schieramento di forze dell'Ordine. In compagnia di Riccardo Carafa d’Andria, vicepresidente della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e del suo stesso Presidente, ovvero il sindaco Luigi de Magistris, ho potuto assistere al riposizionamento di un bene così tanto partenopeo e così tanto misconosciuto ai Napoletani.
Riccardo Carafa firma per il rietro
Intanto, Riccardo Carafa vanta nella storia della sua famiglia  un Papa della Controriforma (Paolo IV), cardinali condottieri-mecenati (Oliviero ) e Alessandro Carafa -il fratello di Olieviero- che riportò le reliquie di San Gennaro da Montevergine al Duomo,  nobildonne (Donn’Anna Carafa e il suo omonimo palazzo) e infine rivoluzionari come Ettore Carafa, conte di Ruvo, che pagò con la vita la rivoluzione del '799. 
E' un gentiluomo di altri tempi e al contempo estremamente pratico; frutto riassuntivo della storia di Napoli e testimone di una consapevolezza unica: quelo di appartenere non solo alla nobiltà storica, ma anche ai doveri che questa ha nei confronti della Storia.
Riporto una sua conversazione  trascritta sul giornale Napolimonitor: "È inutile fare anacronismi. I neoborbonici? So’ simpatici, ma che vuol dire “sono borbonico”, è come dire “sono napoleonico”, “tu sei per Pompeo e io per Cesare”. Sono cose fuori dal tempo. Io lo conosco Carlo di Borbone, viene sempre al miracolo di San Gennaro, è nu bravu guaglione, ma che vogliamo fare, lo vogliamo fare re di Napoli? Certo, la Deputazione è un lascito di altri tempi, ma tutte le istituzioni lo sono in qualche misura. E, soprattutto, è un’organizzazione che ha dimostrato di essere valida, perché i gioielli stanno ancora là, nonostante la soprintendenza, il comune, il cardinale… Ogni cardinale nuovo che viene a Napoli, per esempio, non ci può pensare che il sangue di San Gennaro lo teniamo noi, e fa cose di pazzi, telefona a Roma per fare sciogliere la Deputazione; perché se, per assurdo, quel giorno decidessimo di non fare uscire il sangue, il cardinale non potrebbe farci niente. Vuoi fare il miracolo di San Gennaro? Fattello tu, io il sangue non lo caccio! Da parte nostra cerchiamo di difenderci dal cardinale dicendo al sindaco: “Vedi che quello ti vuole fregare il posto, vuole mettere un monsignore al posto tuo!”. E tutto si ripete a ogni cardinale che viene, a maggior ragione se il sindaco è di sinistra. Ma se veramente mi metto a tuzzo col sindaco, col cardinale o col prefetto, che faccio, la guerra contro gli Stati Uniti? Bisogna mantenere un equilibrio. Forse nel Cinquecento e nel Seicento le famiglie della Deputazione avevano un certo potere, oggi ci farebbero una risata in faccia" ( per l'articolo completo: http://napolimonitor.it/2013/08/18/22806/i-custodi-del-sangue-di-san-gennaro.html)
De Magistris si incanta
Insomma, in questo articolo Riccardo Carafa illustra la sua personale e condivisibilissima teoria delle lotte intestine partenopee, in questa napoletana particolarità dei Custodi del Sangue e delle ossa di San Gennaro: la Deputazione è laica, e laico il suolo e tutto il Tesoro e il Sangue e le Ossa, da quando, per volere degli Eletti dei Sedili della città, si decise di   "sovrintendere la costruzione della nuova Cappella del Tesoro, amministrarne i beni derivati da doni, lasciti e offerte, proteggere le sacre reliquie e mantenere 'vivo' il culto del Santo" ( http://cir.campania.beniculturali.it/sangennaro/itinerari-tematici/galleria-di-immagini/OA5)
E soprattutto da quando in quella storica occasione, ci si sedette al tavolo di un notaio, redigendo un regolare contratto col Santo: i Sedili si impegnarono così a grazia complessiva avvenuta ed accertata -contro fame,peste e guerre cui si aggiunse anche l'eruzione del Vesuvio- a costruire il grandioso templio del Santo Januario:  13 gennaio 1527.
Ne passò del tempo in effetti; nel 1601 fu nominata la commissione e nel 1646 finalmente la Cappella era compiuta: giusto quel tanto da accertarsi che il Santo avesse tenuto...fede ai patti stabiliti.
E' stato emozionante assistere alla ricollocazione della Mitra nella bella teca che ora la mette in mostra evento unico, vista la preziosità della reliquia, fino al 21 settembre. 
Ho osservato incantata quello sbrilluccichio delle pietre e il fascino che emanano per tutti. 
Guardare tanto da vicino la Storia complicata di questa città e sentirsene parte: rimane per me sempre un grande privilegio, cui sono grata alla vita e agli amici Serena e Paolo, che da anni svolgono un lavoro culturale senza sosta a cui qualche volta ho il piacere di collaborare: mantenere viva, e raccontare la tradizione unica al mondo di un santo, che sul cancello della sua stessa Cappella -tra le più importanti opera barocche al mondo- viene chiamato:  "cittadino Gennaro".