"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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24 dic 2015

Dimmi che Natività scegli e ti dirò chi sei

Caravaggio, Natività 1609
Michelangelo Merisi da Caravaggio
Natività con San Lorenzo e San Francesco (1609)

Oltre alle luci e ombre del Sommo Caravaggio, ti rimane da riflettere sul fatto che la tela venne rubata forse da Cosa Nostra nel 1969 e da allora mai più ritrovata. Appena evaso da Malta, Caravaggio a Palermo fece questo splendido lavoro,  come sempre un pò in fuga: oltre a San Lorenzo e San Francesco che partecipano, San Giuseppe volge le spalle al pubblico per una chiacchiera. Il verde molto raro nelle opere caravaggesche qui compare, con una Madonna distesa e un pò malinconica attorniata da personaggi-viandanti-pellegrini. Plana dal cielo un angelo: dopotutto c'è bisogno di una rassicurante Gloria dall'Alto dei Cieli.
Se hai scelto Caravaggio, hai scelto il nostro tempo. Luci, Ombre, fughe e rapimenti, e quel tanto di turbamento che ti pervade.


Natività, Piero Della Francesca 1475 ca

Piero Della Francesca

Natività ( 1470-75 ca)
Forse incompleta e mai terminata, con la scelta di angeli musicanti in prima linea sulla stessa linea , un rudere mangiatoia e una città fondale, forse Borgo Sansepolcro e il paesaggio delle crete a sinistra; Giuseppe seduto comodamente che conversa con i pastori che gli indicano le vie del Cielo. Sul tetto una gazza ladra, simbolo della follia umana che porterà al martirio di Gesù. Apparentemente una Natività tranquilla, ma piena di simboli e rimandi, con la voglia di evadere dentro: arte fiamminga nella Madonna, e nel pasciuto bambino nudo.Se hai scelto Piero, hai scelto la simbolica rinascita dell'altrove. Forse un salto nel vuoto come la sua pittura consiglia.





Giotto di Bondone
Natività, 1305 

Nell'immobilismo iconico bizantino, Giotto rompe con le sue invenzioni sceniche e prospettiche. Non è il solo certo, e ha avuto grandi maestri, ma il tempo suo era pronto al cambiamento.  La Madonna distesa con un manto di puri lapislazzuli appoggia il bambino fasciato con una inserviente che l'aiuta,  mentre Giuseppe sonnecchia. Sei hai scelto Giotto sei in tempi di grande rottura con il consueto: alla ricerca di una prospettiva migliore e innovativa che dia solide risposte alla vita senza troppi strattoni...apparenti...


D.Ghirlandaio natività

Domenico Ghirlandaio 
Natività ( 1492)

Sontuosità rinascimentali per questa scena dove il parto è avvenuto pare non in una stalla ma in uno spazio irreale a fondo d'oro, Giuseppe dorme, gli angeli musicano, e tutto richiama fuorchè scene di esodo, buoi asinelli e stalle. Veste sontuosa della Madonna, tutti in attesa dell'adorazione, pare un ciack si gira come di consueto in Domenico Bigordi-Ghirlandaio: era figlio di orafo non a caso. Se lo hai scelto  non c'è dubbio che ami l'estetica e quel tanto di puntigliosità dei dettagli. Basta perdere tempo coi frammenti tristi della vita, passiamo alla ricerca di sontuosità migliori e più ampie, narrative. Sono buoni auguri le natività, quindi, scegliendolo restiamo in attesa di scorrevoli storie. E così come tutta l'opera del Ghirlandaio, in attesa della festival della vita.

Bottega Lippi, Adorazione

Bottega di Filippo Lippi

Adorazione ( 1475-1500 ca)


Pregevole replica della più famosa adorazione del Lippi, questa copia certo non svalorizza l'invenzione originale del Maestro. Su un prato di fiori simbolico, è adagiato comodamente il bambino, tra iris fiorentini e fiori. Alle spalle una specie di scala-utero e un bosco dal rimando piuttosto chiaro. Se hai scelto questa natività un certo gioco ambiguo ti piace: anche nelle denominazioni delle cose, e nelle repliche che non sempre sono fatti negativi: invenzioni non certo secondarie, poichè ti piace ispirarti a qualcosa di altro più consolidato. Nella vita vuole dire saper osservare e apprezzare i percorsi altrui. 
Replicare non sempre è un male!


Io per me scelgo la Natività Recco. Un vero presepe Napoletano di sculture lignee, ancora immerso nella luce gotica delle Sale Angioine tra Giotto e Cavallini che cedono il passo alla sontuosa Corte Aragonese. In San Giovanni a Carbonara originariamente e oggi alla Certosa, noi che di natività abbiamo il primato produttivo, alla fine del 1400 scegliamo una teatrale messa inscena, e la chiamiamo Presepe. maria veste di sontuosi broccati e lampassi, piramide solida di se stessa.
-Dunque, Buone Feste!!












22 dic 2015

Varcare la Porta Santa verso Ferdinando II re (3 gennaio a Roma)

 Non è solo una questione di fede. E' anche una questione di fede ma anche di bellezza. 
Comprende la storia millenaria, e un momento storico particolare: due Papi, un anno giubilare straordinario, una passeggiata nella veste barocca di Roma che riesca a convincerci non solo che "la bellezza salverà il mondo" ma anche che i nostri gesti simbolici sono i migliori auguri che noi stessi ci facciamo.

Partenza da Napoli, ore 8. Cominciamo dalle ore 11.30 a varcare la Porta Santa di S.Pietro: la cerimonia ufficiale inizia nell'anno 1499 ad opera di Giovanni Burcardo , maestro cerimoniere di Alessandro VI, quel Rodrigo Borgia tanto discusso che pure diede grandioso impulso proprio al Giubileo. Molte cose sono cambiate da allora ( con Giovanni Paolo II nel giubileo dell'anno 2000 non si usa più il martello rituale per abbattere la porta ad esempio) . Passati dunque per il colonnato berniniano e attraversata la Porta Santa, ci accoglie immediatamente la Pietà di Michelangelo. All'epoca poco oltre i 20 anni ( 1497-99) , il grande sculture la concepì per per il cardinale francese Jean de Bilheres, ambasciatore di Carlo VIII presso Alessandro VI (proprio quel Borgia là) e dapprima destinata alla cappella di Santa Petronilla. Seguiremo le navate della basilica per contemplare le opere più famose: dal baldacchino, ai pilastri della cupola, alla "Rota Porphyretica" (in porfido rosso) dove si incoronavano gli Imperatori. 

Attraversata via della Conciliazione, e lo splendido Ponte Sant'Angelo con le splendide sculture di scuola berniniana, arriviamo alla seconda parte della giornata: una passeggiata barocca tra le meraviglie di Napoli. Da Piazza Navona ( "ad agone" in virtù del fatto che la piazza sia lo stadio degli atleti fin dall'epoca romana) capolavoro della famiglia Pamphili che volle la sistemazione della chiesa di Sant'Agnese in Agone di Borromini e della celeberrima Fontana dei Fiumi di Bernini, proseguiremo verso la Fontana di Trevi. Al trivio delle strade, appunto Trevi, a pochissime centinaia di metri dal potente palazzo Barberini, la fontana di Nicola Salvi e Giuseppe Pannini, ma con una lunghissima storia alle sue spalle, è stata restituita solo il 3 novembre alla città e al mondo dopo  ben 17 mesi di lavoro finanziato dal gruppo Fendi (costati quasi 2,2milioni di Euro). 

Concluderemo la nostra passeggiata a Piazza di Spagna, dove la Trinità dei Monti chiude lo spazio visivo, e dove Pietro Bernini e Gian Lorenzo figlio, scolpirono la celeberrima Barcaccia, passando anche per la colonna dell'Immacolata Concezione, che proprio  Ferdinando II delle Due Sicilie volle donare in ringraziamento  dello scampato attentato e inaugurata nel giorno dell'8 dicembre 1857 dopo la proclamazione del dogma dell'immacolata. 
Impostiamo dunque il nuovo anno con la bellezza della Città Eterna, collegata alla storia di Napoli, per proseguire insieme nel bello e nella positività l'anno nuovo! 

04 dic 2015

Il cavallo di bronzo di Donatello a Diomede Carafa: un impegnativo dono

per l'immagine grazie: Ciro La Rosa
La testa del cavallo di Diomede Carafa è tornata a casa restaurata, seppur nella versione copia di argilla che sostituì dopo la donazione degli eredi (1809) quella originale in bronzo. Completato il restauro, la copia è stata riposta al suo posto, nel cortile della dimora rinascimentale dei Conti di Maddaloni, in via San Biagio dei Librai. Nel 1471 la protome equina fu inviata a Napoli, opera di Donatello incompiuta per quel monumento equestre che Alfonso il Magnanimo non fece in tempo a farsi erigere per la splendida porta del Castel Nuovo. La regalò nientemeno che Lorenzo de' Medici a Diomede Carafa; oggi lo sappiamo dopo gli studi del prof. Francesco Caglioti.
- La famiglia di Diomede Carafa, conte di Maddaloni.
Caterina Farafalla dell'antico seggio di Portanuova era la mamma di Diomede; il papà quell'Antonio Carafa, detto Il Malizia, che del consiglio regio della regina Margherita di Durazzo faceva parte, e proseguì l'impegno con re Ladislao da cui fu ringraziato ampliamente con concessioni di terre e rendite, e continuò la sua carriera diplomatico anche con Giovanna II. Anzi, riuscì con missione diplomatica specifica a convincere il futuro Alfonso d'Aragona ad essere adottato da Giovanna II. Per la sua bravura, ottenne al solito, terre, castelli e il titolo di "familiare" e "siniscalco" della Regina, ovvero, un quasi parente al servizio intimo della corte dei Durazzo. Nel frattempo riceveva altri omaggi da Alfonso futuro re di Napoli: il doppio fronte delle alleanze paga sempre. Quando le cose si misero male tra la regina e Alfonso, il Malizia non ebbe dubbi: avrebbe appoggiato gli Aragonesi, e Diomede seguì Alfonso d'Aragona nella lotta. Il Malizia morendo nel 1437 lasciò nel testamento una ben chiara indicazione che più o meno diceva: "restate fedeli all'Aragonese come io ho fatto per 17 anni". Allora Diomede aveva circa 20 anni, e seguì perfettamente l'ordine paterno. 
- L'ottima politica di Diomede Carafa
L'essere a fianco della presa di Napoli il 2 giugno 1442, passando o per l'acquedotto o combattendo nelle strade, per la vittoria finale di re Alfonso contro gli Angioini gli procurò la fedeltà necessaria alla carica di revisore dei conti o potremmo anche dire ministro della finanza del Regno Aragonese. Diomede Carafa, quindi già di mestiere ufficiale e uomo di armi al seguito dei piani del padre, divenne poi  "scrivano di razione" di Alfonso il Magnanimo: era uomo di guerra e cultura, vero umanista e dotto rinascimentale; ma soprattutto come mestiere, teneva i conti della corte e dell'esercito. Era una potenza.  Divenne col tempo, oltre che titolare di feudi e responsabile delle collette sul sale, abile diplomatico e persino il precettore di Ferrante il figlio bastardo del re,peraltro l'unico possibile alla successione. Nemmeno a dirlo divenne suo "scrivano di razione" e anche amministratore dei beni. Ricordiamo brevemente anche la sua carriera di letterato, attraverso i memoralia che scrisse, da perfetto uomo di corte e diplomatico, di cui ricordiamo Il Memoriale sui doveri del principe(1476) e il Trattato dello optimo cortesani (1479ca).
Le teste Carafa e Medici-Riccardi a confronto (dal web)
L'apoteosi di Diomede Carafa.
L'apoteosi di Diomede, fu simbolicamente rappresentata dal suo palazzo: quello dal bugnato giallo e grigio, col portale dichiarante fedeltà al re, costruito ampliando con acquisti immobiliari nell'area delle proprietà paterne e finito almeno nel 1466. In quel palazzo alla maniera antica (peraltro con chiari riferimenti vitruviani) passarono i Medici, Leon Battista Alberti, Filippo Strozzi... personalità che stavano facendo il mondo di allora, perchè costruivano quell'idea e quella pratica del Rinascimento che ebbe Firenze come centro propulsore. Grande posizione aveva la famosa testa del cavallo nel cortile-lapidario antico; dopo la morte del Maestro Donatello (1466) grazie ad un dono del Magnifico espressamente diretto a Diomede, nella lettera del 12 luglio 1471, Diomede ringrazia Lorenzo della testa equina, e lo avvisa di averla messa a destra dell'ingresso del palazzo, cosicchè la possano vedere tutti. 
Dopo la morte di Piero de'Medici (1469) i rapporti con la corte napoletana si erano freddati, tanto che la banca dei Medici verrà aperta solo nel 1471, e solo nel 1479 abbiamo il definitivo viaggio di Lorenzo de'Medici a Napoli. Nel mezzo, Diomede Carafa, riceve la protome equina; nella lettera Diomede ringrazia Lorenzo del dono: " de che ne resto tanto contento quanto de cosa avesse desiderato" , ovvero "come se l'avessi desiderata io stesso". Chissà se re Ferrante ha veramente mediato la cosa, o il potere indiretto di Diomede, quasi vicerè di Napoli, percepito da Lorenzo, ebbe nel dono della testa un presente che lo legava al Magnifico, impegnandolo in ben altri disegni. Certo è che il Palazzo Carafa di Maddaloni, che ebbe sempre aperte le porte permettendo la visione delle meraviglie antiche nel suo cortile, ebbe nella testa equina un preziosissimo regalo: il maestro Donatello, il sommo, che rappresentava il presente e il trionfo degli Aragonesi con Alfonso, stava tra le radici greche e latine delle epigrafi e delle spoglie che Diomede aveva radunato "certificandone che non solo de V.S. ad me ne sarà memoria, ma ad mei fillioli, i quali de continuo haveranno la S.V. in observancia et serannoli obligati extimando l'amore quella ha mostrato in volere comparere con tale dono et ornamento alla dicta casa". 
Insomma scrive Diomede: mi casa es tu casa, Lorenzo (il Magnifico). 







24 nov 2015

Antonello da Messina a Napoli a Palazzo Zevallos: a volte ritornano.

Ritratto Trivulzio presto a Napoli , 1476
La notizia è di quelle da far tremare  polsi degli amanti dell'arte: esposto a Napoli il ritratto d'uomo di Antonello da Messina, o ritratto Trivulzio, dal 5 dicembre a Palazzo Zevallos.
La scarna rassegna stampa, parla oggi 23-nov. della mostra del celebre dipinto di Antonello da Messina, attraverso la collaborazione tra il museo torinese e quello napoletano.

Fino al 1925 poco si sapeva di Antonello da Messina, se non quello che scriveva Giorgio Vasari: senza il passaggio a Napoli (a dire il vero un passaggio piuttosto complicato circa i segreti della pittura ad olioe la visione di una tavola di " Giovanni de Bruggia" ossia Jan van Eyck, che aveva mandato una tavola a Napoli, alla corte di Alfonso d'Aragona tramite banchieri fiorentini, Antonello non avrebbe deciso il suo successivo e decisivo viaggio di formazione nelle Fiandre. Alcuni studiosi contemporanei sono propensi a credere che quel viaggio non ci fu mai, perchè la formazione di Antonello fu a Napoli, ma da un viaggio Antonello ritorna nel 1460: speriamo dunque nel futuro della ricerca. Fino al  1925 ne sapevamo poco, finchè lo studioso Nicolini pubblica la lettera di Pietro Summonte del 1524: nella missiva l'umanista napoletano grazie ad una risposta al veneziano Marco Antonio Michiel, scrive " costui non arrivò per colpa delli tempi alla perfezione del disegno delle cose antique, si come ci arrivò lo suo discepolo Antonello da Messina" . Costui era nientemeno che Cola de Neapoli, Colantonio, unico autore a vivere nella temperie pienamente rinascimentale a Napoli e a recepire le novità all'incrocio tra l'arte fiamminga e quella pienamente italiana, e dalla lettera è scritto a chiare lettere: il suo discepolo è nientemeno che Antonello da Messina.
Ritratto uomo, Galleria Borghese
Squarciato il velo della formazione di ascendenza fiamminga a Napoli, sarà Ferdinando Bologna a scrivere il resto della storia, e oggi sappiamo che Antonello era a Napoli prima del 1457 quando firma un'opera siciliana. Forse Antonello nacque nel 1430 o giù di lì,  visto che sappiamo morì a 49 anni come scritto da Vasari, nel 1479;  e per alcuni quasi certamente collaborò con la stesura della celebre ancona di San Girolamo di maestro Colantonio, tra il 1444-45.  Del ritratto Trivulzio, perchè passato a questa collezione dopo essere stato in quella fiorentina Rinuccini (e poi di nuovo ceduta a Torino in maniera risarcitoria per una complicata storia di intralci e collezioni), raffigura un anonimo uomo alla moda patrizia veneziana ed è con ogni probabilità, dipinto a Venezia in un soggiorno tra il 1475-76 quando è documentata la sua presenza alla Serenissima, o forse in Sicilia, patria del Maestro. Il quadro ha un "fratello buono" alla Galleria d'arte Borghese a Roma: lo sguardo più dolce e calmo dell'affilato ritratto a Milano. I patrizi veneziani, ci tennero a farsi raffigurare da Antonello: forse di lui intuivano la grandiosa lezione a metà strada tra l'invenzione reale dell'arte nordica su fondi monocromi e la lezione spaziale dell'arte italiana. Solo che Antonello la trasfigura nello sguardo: scaraventandoci nel ritratto psicologico del personaggio, nei suoi tratti salienti. Nell'invenzione italiana dello spazio dell'anima.


23 nov 2015

Beatrice d'Aragona, la regina rinascimentale dei libri di Napoli.

F.Laurana, Diva Beatrice d'Aragona ca 1475
 Dovrebbe essere nata di lunedì, 11 novembre 1457, la principessa napoletana Beatrice d'Aragona ( 1457-1508).
Quartogenita di Ferrante re di Napoli, cresce studiando a corte, imparando presto il Latino, finchè nel 1475, riceve una promessa di matrimonio importante: è quella di Mattia Hunyadi che dalla piccola nobiltà dei Monti Valacchi, è divenuto per elezione, re di Ungheria. Beatrice si sposa per procura a Napoli nell'anno 1475, officiante quel cardinale Oliviero Carafa amante delle arti che chiederà a Bramante di pensare il suo chiostro a Roma, e l'anno dopo sempre a Napoli di settembre, è incoronata Regina d'Ungheria e cavalca insieme al padre Ferrante per i Seggi di Napoli.  La parata è fatta: chi doveva sapere sa, e come da  tradizione napoletana sono state sparse monete durante la real cavalcata; finalmente si parte per l'Ungheria. Ha 19 anni, è colta ed è cresciuta circondata dall'arte e dal lusso di Napoli.Francesco Laurana nel suo soggiorno napoletano ne scolpirà il bellissimo busto di candido marmo.
La coppia in uno degli splendidi codici della Corviniana
Beatrice portava con sè verso la sua nuova residenza  preziosi i libri miniati alla corte di Napoli: di alcuni conosciamo persino i titoli, e furono fondamentali per un nuovo slancio che ebbe la costituzione in Ungheria della seconda biblioteca dell'intero Rinascimento: la Biblioteca Corviniana, dal nome dei corvi neri presenti sullo stemma di Mattia, detto appunto "corvino". Certamente portò con sè quelli che le aveva regalato il nonno Alfonso d'Aragona nel 1472 : le Epistulae e il De Officiis di Cicerone.
Mattia Corvino era un re soldato, molto amico di Lorenzo dei Medici e in stretto contatto con l'arte fiorentina, e Beatrice aveva una cara sorella maggiore: era Eleonora d'Aragona, duchessa di Ferrara, Modena e Reggio con cui rimase in confidenza epistolare tutta la vita. Si spedivano consigli e merci tra sorelle: le piccole felicità della distanza appaiono nelle loro complici missive.
Il re-marito Mattia Corvino insieme a lei, costruì attorno al palazzo di Buda, la parte vecchia di Budapest, e Visegrad, una corte pienamente italiana: mecenati entrambi, amanti dell'arte, del lusso, delle belle cose, insieme costituirono la grandiosa biblioteca  Corviniana,  che persino Lorenzo de'Medici prese da ispirazione per la sua a Firenze. L'unico altro grande esempio per ricchezza di volumi era quella Vaticana: ma i codici di Mattia e Beatrice vennero fatti miniare preziosamente coi loro stemmi costituendo in quella terra lontana un vanto unico che per trent'anni andò accumulandosi pare in circa 5.000 preziosissimi codici (1460-1490). Per diritto araldico ungherese, la presenza di entrambi gli stemmi sui libri poteva spettare solo alla moglie, alla coppia invece l'araldica dava la possibilità di utilizzare una sintesi degli stemmi dei due casati: così conosciamo anche le letture personali di Beatrice, ed anche i doni che ricevette personalizzati. 
le splendide maioliche del palazzo di Buda
Tra essi, tra messali, corali e libri d'Ore, spiccano le Vite di Plutarco, e quelle di Sant'Agostino, degna sintesi della formazione culturale di Beatrice. Senza dimenticare il prezioso trattato che Diomede Carafa, aveva scritto apposta per lei sul comportamento da tenere a corte da buona principessa, con la raccomandazione di imparare presto la lingua Ungherese. 
Per i 15 anni che Beatrice fu regina consorte, creò il fratello Giovanni d'Aragona arcivescovo di Strigonia e alla morte di lui passò il titolo al carissimo nipote Ippolito d'Este , figlio della sorella, raccomandandosi a lui di imparare la lingua Ungherese, proprio come le era stato insegnato. Purtroppo Beatrice e Mattia non ebbero figli legittimi, e allora Mattia pensò bene di proporre ed imporre Giovanni Corvino avuto precedentemente da un'amante di nome Barbara. Beatrice voleva conservare il Regno, e tentò disperatamente  di impalmare Ladislao II di Boemia dopo la morte di Mattia nel 1490. Le nozze furono svolte in segreto e poi ripudiate da lui, con la scusa di un cavillo, ovviamente solo per regnare con tutto il potere che la Regina mai gli avrebbe concesso. Fu allora, nel 1501, cresciuta l'ostilità della corte ungherese, che decise di tornare a casa, a Napoli. Nel lungo viaggio di ritorno passò dalla sorella amata, e forse riparò con sè libri e codici che oggi sono conservati anche tra Ferrara,Modena e Parma. I libri la seguirono sempre, e ritorneranno in parte a Napoli con lei, fierissima regina napoletana che seppe costruire il Rinascimento sulle rive del Danubio con le sue care letture.

21 nov 2015

Il più grande furto d'arte contemporaneo e la Grande Bellezza.

Verona, Museo Civico di Castelvecchio, ore 20 di giovedì 19 novembre 2015.
Entrano in tre, chiaramente vestiti di nero, fermano la cassiera, disarmano la guardia giurata e la bloccano con lo scotch. Si fanno portare davanti a 17 opere e diligentemente mettono a segno uno dei più grandi furti della storia dell'arte in Italia. Restano nel museo almeno un'ora e fuggono con l'auto del vigilante.
Colpisce nell'elenco di 17 opere, la presenza di tanti unica della storia dell'arte. Quel fanciullo che mostra un ritratto schematico, di Giovan Francesco Caroto degli anni Venti del 1500, uno strano ritratto che qualche pediatra ha avanzato mostrare una malattia come la sindrome di Angelman o dalla deflagrata lezione leonardesca, chissà.
Mantegna, Sacra Famiglia
Quel fanciullo che mostra il disegno di un uomo, un vero disegno infantile, ci sorride beffardo. E non lo vedremo più. Comunque un unico eccezionale esempio di pittura, come quel ritratto di monaco benedettino dello stesso autore che tiene un libro in mano nel suo saio nero, il volto perso nel roseo incarnato, le grandi labbra tumide e chiuse e il capo tonsurato. Tutto tondo d'uovo e ricerca di equilibrio visivo. E che dire della Dama delle Lecnidi di Peter Paul Rubens, quei piccoli fiori purpurei trai capelli, dagli inizi del '600, per passare poi alla Madonna della Quaglia di Pisanello (1420) con la prima collaborazione di Gentile da Fabriano. Salutiamo quel San Gerolamo di Giovanni Bellini tra il 1450-65, così ancora steccoso nella sua sofferenza col predominio di un paesaggio appena ingentilito da un bestiario di cervi, volpi, draghi, uccelli e leoni...a metà tra il bestiario medievale e il passaggio allegorico che verrà a breve. E quella Madonna che allatta, di Tintoretto, al volgere del secolo (ca 1594)... il Tintoretto che pare il più amato dai ladri; ben cinque sue opere sono sparite. E che dire della Sacra Famiglia con santa, di Andrea Mantegna: quella composizione così intensa, in dialogo con lo spettatore ma quegli occhi bassi della Madonna. Mai che ti riescano a guardare in faccia, o forse sei tu che li fuggi, e forse là sta il grandioso potere di Mantegna, diverso che la fissità vacua di Piero della Francesca. Un furto calcolato trai 10 e 15 milioni di Euro, non facilmente rivendibile se non su commissione. Non facilmente opere smerciabili e da chiudere, chiuse presto in un caveau già ierisera di corsa: chiunque potrebbe riconoscerli. No, certe trattative vanno fatte in segreto, con chi ha commissionato, non è roba da mercatino, visto che a conti fatti la media è di un milione di euro per ciascuna opera. Cinque Tintoretto si rubano per collezione, in un caveau come quello del film della Migliore Offerta, e tanti unica come questi strani ritratti del Caroto, si rubano per gustarli perversamente in segreto, tra piccole cerchie. Come quelle in cui furono realizzati. Eppure, se c'è chi commissiona simili colpi, remotamente c'è ancora speranza nel mondo. Qualcuno ama ancora, la Grande Bellezza. Perversamente l'ama. Magari con un Brunello di Montalcino Poggio di Sotto, annata 2006, gran riserva; "prima però c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla.E' tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore" .

19 nov 2015

La musica del Gesù Nuovo: la prima leggenda metropolitan-mediatica contemporanea

La notizia della presunta musica del Gesù Nuovo, incisa sulle belle pietre di piperno, inizia a circolare ufficialmente nel 2010 quando se ne occupa il giornale Il Mattino di Napoli, con la pubblicazione di un video e di un articolo che ne farebbe persino ascoltare la musica riprodotta dalle deduzioni di Vincenzo Di Pasquale, che dal 2005, inseguiva la ricerca sulla storica facciata e sui suoi segni. Nel 2011 esce il libro " L'enigma del Gesù" dove la stramba teoria pare dimostrata da ricerche svolte in Ungheria, e attraverso la decifrazione dall'Aramaico dei segni sopra i piperni. 
Il libro è un susseguirsi di deduzioni, notazioni, presunte letture e codificazioni, e teorie che nulla hanno a che fare con la semplice realtà di segni dei mastri pipernieri che cavavano la materia. Nel giro di pochi mesi, la notizia fa il giro del web, viene rimbalzata massicciamente dai social,  seguono presentazioni del libro e improvvisamente, la notizia è acclarata non solo dal pubblico, ma comincia ad essere riportata in più guide e manuali, come veritiera e assolutamente autentica. Fino a diventare una vera e propria vulgata: le guide turistiche e le associazioni non hanno remore ad organizzare tour alla ricerca del presunto esoterismo delle pietre del Gesù Nuovo o a raccontare che si, davvero esiste una musica tra quelle pietre. Dando in pasto alla gente quello che forse ci si aspetta da una oleografia napoletana incentrata sui misteri partenopei, filone amatissimo dall'editoria e da presunti ricercatori, oggi è diventata un dato di fatto: c'è la musica tra le pietre del Gesù Nuovo. Viste le precarie condizioni dei lavoratori della pietra del 1400, di cui non abbiamo una corporazione ufficiale a Napoli, c'è da chiedersi come questi facessero a conoscere l'Aramaico, e nientemeno a musicare in codice, ma ovviamente viene in soccorso una presunta matrice massonica e una sapienza segreta nientemeno che dai Romani (e perchè no dai Greci, visto che le mura greche di Napoli mostrano medesimi segni di cavatori, replicati tra l'altro nelle cave della città?). Il Palazzo dei Sanseverino, quel "motivo a bugnato (...)che fascia l'esterno del palazzo come una corazza inespugnabile, minacciosa come le squame puntute di un drago"  (F.Abbate, Il Cinquecento, p.153)., è ormai musica, e non ci si fa nemmeno più caso a raccontar questa storia.
Tirato in ballo anche il Palazzo dei Tufi di Lauro, o del Cappellano, e niente meno che quello Farnese,  Vincenzo De Pasquale, arriva a pensare che sono tutti complici di tener celate musiche antichissime nella loro facciata. Allora perchè non controllare anche il Palazzo dei Diamanti di Ferrara che direttamente è legato al nostro Palazzo Sanseverino, o la Ca' del Duca di Venezia, o qualunque bugnato rinascimentale d'Italia? Senza entrare nel merito delle notazioni degli spartiti d'epoca, cui la musica del Gesù non assomiglia proprio, la vera notizia è che questo "enigma svelato del Gesù" è diventata la prima leggenda mediatica contemporanea di Napoli: una leggenda metropolitana. Seguirà quella del Conte Vlad a Monteoliveto e simili altre scoperte esoterico-misteriose che dichiarano, dal punto di vista storico, una verità inconfutabile: Napoli è una città propensa alla costruzione mitopoietica. Disponibile cioè alla costruzione di storie e racconti fantastici, come da tradizione letteraria (pensiamo al fantastico o fantasy nobilissimo narrato da Gianbattista Basile ne "Lo cunto de li cunti"). E questa è la parte buona di tutta la faccenda.

09 ott 2015

Una Cronaca di 1134 anni fa e le regole del caos.



  • Di questo strano periodo che viviamo mi colpisce l'immane caos, dato perlopiù da chiacchiericcio sociale, quella superficiale tendenza alla informazione barbara di superficie che non analizza, distrae e aumenta il polverone. Per cui decido di staccare da Napoli e di fuggire verso l’Abbazia di San Vincenzo al Volturno, o meglio tra le sue rovine, dove l’Enel da qualche mese ha deciso di mettere mano ai suoi impianti e con interventi discutibili all’altezza dell’antico complesso monastico, ha incaprettato il Volturno dentro al cemento compresso. Ricorre domenica 10 ottobre, l’anniversario di quella strage di monaci e dell’incendio saraceno che distrusse l’antica abbazia nell’881 d.C. : “e subito dopo le fiamme del fuoco fecero rosseggiare perfino le alte stelle” (Chronicon Volturense).Degli oltre 300 monaci che vivevano nella cittadella monastica, molti furono trucidati, altri furono fatti prigionieri, e alcuni scapparono a Capua, ma ci misero oltre 30 anni per tornare nel sacro luogo e l’abbazia quasi 250 anni a risorgere. Così ieri, per rubare silenzio, come quello benedettino di Madre Miriam che è lì nel ricostruito e sopravvissuto monastero, e che non ha voluto riceverci -perchè giustamente non preavvisata- rispondendo al citofono col suo accento americano di cortesia e con una lentezza sconosciuta al mio parlare,  io mi sono ritrovata tra la selva di colonne romane abbandonate davanti all’Abbazia, dove a piccoli gruppetti sparsi, fioriscono violacei mazzetti di autunnali ciclamini selvatici.Veramente mi ci sono proprio persa sopra le colonne, perchè mi colpiva quell’opera di ingegno umano piombata là a terra, scaraventata da un’altra epoca lontana, dove gli edifici stavano coi paesaggi senza offenderli. Ore di cavatura, scalpellini, progetti, mastri, e glorie di edifici, stavano a terra ai miei piedi. Il cielo plumbeo, il fiume il cui suono si intuisce lento qualche centinaio di metri più in là, le pietre millenarie degli archi poco più innanzi: quell’unica fila di calcare squadrato da monaci che regge a dispetto del tempo, con la quinta delle montagne incantate dove si arrestano le nuvole che non si tramutano in acqua. Tutto questo tempo rubato al caos dei nostri giorni, dove l’attenzione per la cultura è inesistente, dove fare una passeggiata è disarmante, dove ascoltare le storie antiche che le pietre suggeriscono è quasi un atto magico. Dove aprire l’anima al racconto di antichi libri, e portarseli appresso per leggerli dove furono scritti, e trovare dove il Volturno nasce, nei pressi dell’Abbazia, trai rami di calcare travertinoide, ovvero quel corallo che il fiume lento ha sedimentato con millenni.Italo Calvino nella sua lezione sulla Leggerezza parlò di Perseo, dal cui taglio della testa della Medusa sprizzò sangue che si trasformò in corallo: lui alato e leggero, veloce e aiutato dall’astuta Atena e da Mercurio. Ecco, mi sono chiesta, forse il sangue dei monaci toccando il fiume, divenne quel corallo vegetale, che il Volturno ha sparso con un ordine cosmico a noi ignoto e che una passeggiata autunnale può solo suggerire di ascoltare, come la fuggevole traccia alata: una piccola folata che il calzare di Perseo dovette lasciare mentre volava via dalla sua grande impresa.

16 lug 2015

Boccaccio a Napoli : il default delle banche e Fiammetta centro dell'universo.

Gustave Wappers: Boccaccio racconta il Decameron alla regina Giovanna I
Giovanni Boccaccio era stato mandato a Napoli dal padre Boccaccino da Chiellino, per imparare il mestiere :
" Assai mi ricordo che da fanciullo il padre mio pose ogni suo sforzo, perch'io diventasse mercante" nel 1327. Ha quindi 14 anni.  
Ma non un mercante o un mestiere qualsiasi: una specie di affiliato del gruppo quasi manageriale dei Bardi di Firenze, la banca di il cui padre era socio. Era allora, una specie di "holding" medievale che aveva filiali in tutte le città importanti. E così Boccaccio figlio, fu spedito a far pratica, in un momento in cui anche le famiglie toscane dei Peruzzi e degli Acciaiuoli finanziavano la corte e l'operato di Roberto d'Angiò e di mezzo mondo, Gerusalemme compresa, in cambio di appalti di entrate doganali e di gabelle (i banchieri cioè riscuotevano le tasse al posto dello Stato) e commerciavano in lana e grano.Insomma, investivano.
Anni sprecati, diciamolo pure,  in una attività che a Giovanni proprio non piaceva; ma certamente grata gli era invece la vita di corte a Napoli. Una Napoli splendente, con Giotto che dipingeva il Maschio -e Giotto era sponsorizzato dalla famiglia dei Bardi a Firenze- e tutta la corte impegnata in una vita fastosa e piena di cultura: belle stoffe e figli illegittimi e, se  non fosse stato per il tracollo della Compagnia de' Bardi, messer Boccaccio, non sarebbe forse tornato a casa negli anni '40 del '300.
In pratica un vero proprio caso di default: le banche aveva prestato denaro all’inglese Edoardo III per la Guerra dei cent'anni, e lui si era rifiutato di restituirlo ma: il bilancio nazionale di re Edoardo era un’inezia rispetto a quello delle due grandi casate bancarie fiorentine; era solo una modesta colonna nei loro libri contabili. A Firenze si può ancora leggere nei documenti bancari dell’epoca, che parlavano di lui con scherno, di un certo “Messer Edoardo”: saremo fortunati se riusciremo a recuperare almeno una parte del suo debito, dice un documento del 1339”.
Comunque, per dirla tutta, fu Venezia a far esplodere la “bolla speculativa” della finanza mondiale,pompata ad arte tra il 1275 ed il 1350, e lavorò costantemente per far esplodere il caso nel periodo successivo al 1340. Vi ricorda forse qualcosa?
Intanto Giovanni che degli affar non si cura, o meglio aspira alla sua vita da poeta, studia la nostra cultura bizantina, il Greco e il Latino, e fatalmente si innamora di Maria d'Aquino. A 23 anni, Giovanni, incontrandola di Sabato Santo, vede nella figlia illegittima di re Roberto nata in una notte di baldoria al Maschio Angioino, la mitica Fiammetta. Il dado è trattoIncontrata il 30 marzo 1336, "in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che per deificarsi sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata" (Filoloco) -insomma, la chiesa di San Lorenzo Maggiore, allora punto di riferimento della nobiltà di Napoli sulla via de Capuana  come era chiamata allora via dei Tribunali.
Lì risiedeva la vera nobiltà, e nel convento più in del momento storico, San Lorenzo appunto, dove pure nel 1343 Petrarca risiedette la maledetta notte dello tsunami più famoso della storia di Napoli, mentre la regina Giovanna I tentava di salvare capre e Regno, proprio al centro della vita urbana e nel bel mezzo delle macchinazioni veneziane, Boccaccio perde la testa.
Nella chiesa,  Boccaccio guarda Madonna Fiammetta “di bruna veste coperta”, e immediatamente, Madonna Laura e Madonna Beatrice, cioè le innamorate di Petrarca e Dante,  da quel momento del 1336 -30 marzo Sabato Santo- fanno parte del culto retrò dell'amor cortese. Ora, tocca all'amore che brucia, la passione di Napoli che nasce da una Fiammetta: “di singulare bellezza dell’Universo”. Poco prima che si infiammino le piazze.
Come sappiamo bene, Boccaccio si ricorderà di Napoli nella novella del Decameron di Andreuccio da Perugia, dove il perugino e sfaccendato giovane che voleva far affari di cavalli, si lascerà sedurre dalla  bella siciliana Madonna Fiordaliso, abitante in quel Malpertugio (che è poi la località nei pressi di Rua Catalana) contiguo al porto, quindi piena di mercanti stranieri e ovviamente bettole malfamate, che sarebbe stata sistemata da Giovanna I qualche tempo dopo: « la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra ».
Ma pure Napoli è nominata nella novella sesta della III giornata,  che illustra l’avventura d’amore di Ricciardo Minutolo, dove è descritta una "città antichissima e forse così dilettevole, o più, come ne sia alcuna altra in Italia".
Comunque la liason fra Giovanni e Maria, ovvero Messer Boccaccio e Fiammetta, avrà presto fine. Un fallimento. Boccaccio non la prenderà bene, maledicendo Baia dove tutta la nobiltà dai tempi dei Romani andava a ricrearsi: “perir possa il tu nome, Baia”, maledizione che coglierà tutta la zona solo nel 1538, quando il Monte Nuovo sconvolse tutta l’area.

E intanto la crisi finanziaria di Roberto d’Angiò, comincia a diventare insostenibile -virale, contagiosa, oggi diciamo pensando alla Grecia- e divenne in poco tempo anche crisi dinastica con Giovanna I e Giovanna II: nel mezzo re Ladislao, che voleva conquistar l’Italia, anche per uscire dalla crisi finanziaria, col papato da una parte e coi fiorentini dall’altra…l'unica volta che Pisa si alleò con Firenze, per evitare fallimenti ancora più grandi.Non a caso si dice che di velen fiorentino morì l'audace Ladislao...

19 mar 2015

La vera storia di "Sfruculiare la mazzarella" e un cantante "sopranista"

Nicolino Grimaldi sopranista cantante di Napoli
L'illustre Ulisse Prota Giurleo (Napoli 1886-Perugia 1966), un erudito ricercatore musicologo,  racconta che nel 1713 tornò a Napoli il cavalier Nicolino Grimaldi, una delle più grandi voci partenopee, un "sopranistra" (e quindi castrato) interprete amatissimo in Inghilterra a causa delle sue imbattibili personificazioni dei personaggi lirici di Georg Friedrich Handel: il suo Rinaldo pare fosse magistrale e fece la fortuna dello stesso Handel. Il Grimaldi, famoso ed acclamato, reduce da una tournee trionfale dall’Inghilterra passando da Venezia, aveva riportato  una mitica reliquia a Napoli: nientemeno che la “mazza” di San Giuseppe, ovvero l’autentico e originale  bastone del Santo .
Come avesse fatto a procurarsi la mitica mazzarella, o perchè gli interessasse non è dato sapere, ma possiamo riflettere che il bastone di Giuseppe era più che un semplice bastone. Giuseppe era un téktón, in Greco più di un falegname, come invece han tradotto nei primi secoli: era un quasi edile,  non proprio un semplice falegname ma qualcosa tipo un capo-masto, e forse il bastone era in origine un attributo metrico di potere della sua categoria, prima che una scrittura sacra lo facesse fiorire di gigli (lasciato su un altare, miracolosamente fiorì), per poi passare a sigillo di garanzia di fertilità.
Insomma un attributo iconografico, la “mazzarella”,  che si presta ad una ambiguità semantica di non poco conto e per giunta, nel caso di Giuseppe piutttosto equivoca, vista la gravidanza divina di Maria, cui i gigli che vi fioriscono sopra rimandano. Ci sarebbe molto da riflettere anche sulle parole: virgo-verga-vir- e vireo: che vuol dire verdeggiare; tutti elementi che rimandano alla floridezza, e di conseguenza anche ad un legame semantico riproduttivo e alla fertilità.
Non ne parliamo poi se se la procura un cantante castrato.   
Il Niccolini(Zanetti1732ca)centrostudipergolesi.unimi.it
Così, il Grimaldi tornando a Napoli di agosto del 1713, recava con sè il prodigioso bastone-reliquia, dal grande significato intrinseco, che lo si capisse o meno, e che fu presto benedetta dal vescovo e messa in mostra in una apposita cappellina privata del cantante. Siccome a Napoli le voci corrono leggere trai vicoli, ovviamente a casa di un cantante famoso ancor di più, tutti cominciarono a recarsi a vedere la mazzarella e a rendervi omaggio.
E siccome ciascuno se ne cercava di portare un pezzettino o l’allisciava toccandola, pare che il maggiordomo veneto  fosse messo a guardia per evitare danni alla preziosa verga: il vietato “sfregolare” (strusciare, toccare e quindi anche asportare)  in napoletano passò presto in “sfruculiare”.
E dunque in un equivoco che parte nientemeno dall’iconografia generale del Santo Giusto e del suo attributo potenziato, e che potremmo definire quantomeno una dotta costruzione iconografica circa il passaggio dell’angelo e una incerta attribuzione di paternità, a Napoli si passò presto al detto “ Nun sfruculià 'a mazzarella 'e San Giuseppe” per dire di non arrecare disturbo o danno inutile.
Che sia poi legato al Settecento è tutto dire, che poi rimandi ad una reliquia che a Napoli sarà passata di bocca in bocca in casa di un grande cantante castrato, è solo il segno che nulla di sacro o vagamente ambiguo, a Napoli non riesca a trovare il più grande terreno creatore di miti. Mitopoiesi: fare miti, i Napoletani ce l’hanno nel sangue, è il caso di dirlo, trai vicoli stretti.

Napoli 1495: il "mal napoletano" e le "500 puctane" di Carlo VIII


L'ingresso dei Francesi a Napoli il 22-2-'495(M.Ferraiolo, Wikipedia)

Veniamo ai fatti. Il giovanissimo re Carlo VIII di Francia ultimo dei Valois rivendicava il possedimento del regno che un tempo era stato angioino,ovvero Napoli: chiamato in causa anche da Lodovico il Moro che da Milano aspirava al Regno di Taranto nei possedimenti napoletani, decide di intraprendere la prima delle horrende Guerre d’Italia (Machiavelli).
La discesa di mercenari e quindi al soldo, ed è formata da 30.000 soldati guasconi, fiamminghi, svizzeri, spagnoli e italiani ed inizia il primo settembre 1494: assomiglia secondo il Machiavelli e il Gucciardini, più ad una passeggiata militare che ad una vera e propria guerra. E come tale, così ci scrivono i contemporanei, l’esercito francese era allietato dalla discesa di “500 puctane” atte a soddisfare il bisogno delle orde nella pugna. Il 28 gennaio Roma è presa e ci si dà ai bagordi, e il 22 febbraio del 1495, Napoli si arrende presto presidiata com’è solo da un migliaio di soldati, 'che il re si è messo altrove in salvo in attesa di alleanze e rinforzi.  Solo il 22 maggio 1495 re Carlo VIII entra trionfante a Napoli vestito come l’Imperatore di Bisanzio e in carro trionfale, ma la pacchia napoletana dura poco: Carlo VIII è costretto a ritirarsi di corsa,  poichè si è formata una Lega Santa di Venezia contro di lui, e nel riprendere la strada di casa, deve combattere a Fornovo una cruenta battaglia, la sola rilevante del resto che riesce a vincere mentre si ritira( luglio 1495). Così Ferdinando II d’Aragona riacquista il Regno di Napoli, per morire a ottobre lasciando come erede al trono lo zio Federico.
 Proprio a Fornovo  i medici osservano i primi bubboni della sifilide. Alcuni soldati mostrano le pustole di quella che è una nuova dolorosissima malattia: rientrano a casa in Francia e in mezza Europa, e da lì l’epidemia si espande. Alla fine del 1495 da Norimberga a Strasburgo le “bubas” (i bubboni) piagano uomini e donne, e i ciarlatani cominciano ad inventarsi le cure, visto che i medici non ne hanno. E mentre si cercano cure e si osserva la malattia, si cerca anche la colpa. Il “mal napoletano” è la colpa di tutto, poi finalmente diventa “mal francese” e poi “mal franzoso” e ancora morbo gallico: la Francia si assuma la sua responsabilità!
Colpa dell’accoppiamento tra uomini e scimmie?Della crudeltà spagnola che mescola sangue infetto e vino greco?Dei Napoletani che hanno avvelenato i pozzi d’acqua o la collera di Dio? Dopo aver palleggiato le bubas e le responsabilità del contagio tra Napoli e la Francia, la soluzione geniale condivisa starà alla corte di Ferdinando e Isabella, in Spagna: è colpa degli Indiani d’America, e quindi la malattia sconosciuta viene dal Nuovo Mondo. E come da tradizione  di tauromachia si taglia la proverbiale testa al toro: le “bubas” vengono dalle Nuove Indie.
 denti al mercurio di Isabella d'Aragona,S.Domenico Maggiore.
 E così per qualcuno, medici compresi, sono le Indiane, portate a forza tra le “puctane” dell’esercito francese a prostituirsi a Napoli che hanno infettato il mondo: potrebbe anche essere, ma non ne abbiamo la certezza, e comunque i Napoletani si stavano facendo la loro storia, e fu Carlo VIII e le sue manie di eredità a crearne i presupposti.
La pandemia continua in tuto il globo: nel 1512 la malattia è arrivata in Giappone, dove la chiamano “Ulcera o mal di Cina” : insomma ognuno cerca come può di dare la responsabilità ad un altro. Per lunghi secoli si cercherà una soluzione medica: il guaiaco (pianta dell’America!) e il mercurio la faranno da padrone, e quest’ultimo verrà somministrato anche sotto forma di pillole fin dal 1535. Impiastri, frizioni,abluzioni, suffumigi di mercurio invaderanno l’Europa, con grande gioia dei ciarlatani, senza contare che ormai all’ordine del giorno erano i casi di intossicazione mercuriale: eruzioni cutanee, ulcerazioni ed effetti neurologici erano considerati non effetti collaterali della cura a base del tossico mercurio, ma sintomi normali della malattia.
Proprio in Spagna comincia la stretta sorveglianza della morale delle prostitute con una crociata moralizzatrice che la Controriforma cavalcherà in pieno: l’onestà delle fanciulle e la loro verginità diverrà il sacro bene da tutelare, e il resto, da salvare e far pentire. Ai tempi di Falloppio, tra la prima e la seconda metà del ‘500, la cura sperimentale per così dire, poteva essere complicata: pezzi di stoffa preparati nel vino, trucioli di guaiaco, pagliuzze di rame,mercurio precipitato,radici di genziana, corallo rosso,cenere d’avorio, corno di cervo bruciato ed altro pastrocchio da mettere sull’organo maschile post-coitum per diverse ore. Nemmeno Casanova (siamo ormai del Settecento) fu esente dalla silifide, anzi, nei suoi scritti ammette di averla avuta almeno una ventina di volta, segno che la malattia lo accompagnava silente: Casanova racconta di aver sperimentato uno di quei ritrovati che dall’Inghilterra muovevano i primi risultati di prevenzione: “redingote d’Inghilterra”, “capote d’Anglaise”, ovvero i primi preservativi, “condom” a base di intestino cieco di pecora.
A quel tempo, la sifilide non era più “mal napoletano”: per cinque secoli è stata il terrore  dei matrimoni e non solo.La regina delle malattie veneree, perchè silente, più dell'Aids: il gallico morbo.

(per tutte le annotazioni medico-storiche si rimanda principalmente a Il mal Francese, Claude Quetel Il Saggiatore, 1993)

27 gen 2015

Le azioni del sangue a Napoli: il museo Hermann Nitsch



Dalla sede del settecentesco Palazzo dello Spagnuolo alla Sanità, poi trasferita a Palazzo Ruffo di Bagnara in Piazza Dante e definitivamente con il Museo Hermann Nitsch in Vico Lungo Pontecorvo, la Fondazione Morra mostra in questi giorni l’esposizione dal titolo: “Azionismo pittorico-eccesso e sensualità” che mostra 70 opere di Hermann Nitsch per la prima volta in Italia provenienti dal Nitsch Museum di  Mistelbach (Vienna), mentre le opere del museo napoletano sono esposte nell'omonimo museo viennese nella mostra “Arena. Opera dall’opera” a cura di Giuseppe Morra (sino al 29 marzo 2016) .
Riconosciuto dal 2007 Museo di Interesse Locale, il Museo H.Nitsch - Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee, vuole essere un “luogo multifunzionale flessibile, dove sperimentare forme di arte plurime” che  riassume l’esperienza dell’austriaco Nitsch cominciata alla fine degli anni ’50 del ‘900 e che ha portato alla determinazione di “opere d’arte totali” (Gesamtkunstwerk) con l'ideazione dell’Orgien Mysterien Theater  (Il teatro delle Orge e dei Misteri) da lui fondato nel 1957.
“Il teatro di Nitsch è composto di quattro imprescindibili elementi che si compenetrano tra loro: gli scritti teorici e le poesie, la creazione di monumentali composizioni musicali, una vastissima produzione pittorica - la pittura d’azione, i progetti architettonici utopici, la grafica concettuale - e le dettagliatissime partiture. Questi elementi sono il punto di partenza dai quali Nitsch arriva alla progettazione e alla finale esecuzione delle sue Azioni” : il suo lavoro è pervaso da riferimenti all’inconscio e alla psicoanalisi e stimola certamente “le sensazioni umane in modo provocatorio ed offensivo attraverso un linguaggio composto di elementi forti già presenti nel linguaggio delle cerimonie ataviche e appartenenti alla mitologia, che riutilizza per le sue Azioni”.
Misticismo dionisiaco, sangue e rito, passione e simbologia, tragedia greca pervadono l’opera talvolta cruenta di questo autore dell’Azionismo Viennese; avanguardia del secolo scorso in cui  “immagini e tematiche di matrice psicologistica, sado-masochista e autolesionistica, ispirate da un diffuso atteggiamento dissacrante, a tratti profanatorio, nei confronti dei simboli religiosi, delle funzioni del corpo e delle pratiche sessuali” venivano e vengono messe in mostra. Riflettendo un pò di storia, l’Azionismo Viennese ha la sua matrice nel più ampio espressionismo austriaco (Egon Schiele, Oskar Kokoschka,R.Gerlst e Arnold Schoenberg) e più in generale al simbolismo e decadentismo centroeuropeo (G.Klimt, A.Rubin; Artaud, De Sade...).E’ dunque parte di una ricerca estetica che va avanti da più di un secolo, e che nel caso di Nitsch è caratterizzata da una matrice mistica che cerca relazioni "tra i simboli del vino e sangue, carcasse di animali, uomini nudi, frutta e fiori, attraverso la musica del rumore, le grida umane, gli strumenti elettronici e la stimolazione di sentimenti opposti come gioia e dolore". Ogni azione, e dunque ogni singola opera d’arte, è anche frutto della stimolazione dei partecipanti all’Atto: i concelebrati aiutanti, che poi cedono e aggiungono all'opera pittorica camicie impregnate di sangue, pianete, calici e barelle che diventano parte integrante delle Azioni.
Dalla metà del ‘900 ad oggi Nitsch ha operato Azioni in tutto il mondo, eleggendo il castello di
Prinzendorf (Vienna) a suo ritiro ideale d’arte, dove le sue azioni possono durare anche settimane ( come "6-Tage-Spiel" o rito delle sei giornate, nell’estate del 1988). E come abbiamo visto, gli è stato dedicato un museo a Mistelbach,  al confine con la Repubblica Ceca dove attualmente le tele napoletane sono in scambio.
Le tele, tradizionali non riescono : “più a sostenere l’interesse di per sé. L’arte oggi esplora le possibilità dello spazio circostante, indaga le potenzialità delle nostre sensazioni, studia la bellezza interiore, converte gli osservatori in attori, dona alla comunicazione dei criteri nuovi che servono a dare una nuova definizione del concetto d’arte. Installazioni, ambienti, happenings, performances, alcuni video che hanno raggiunto questo senso d’apertura fanno parte di questo nuovo concetto d’arte. La rappresentazione mentale del concetto di Erweiterte Kunstbegriff (arte amplificata) di Joseph Beuys non si muove in una sola direzione” .
Dal manifesto del 1963, Hermann Nitsch si esprime chiaramente:
“Mete che l’om theater e quindi la mia pittura si propongono di conseguire:
1. la pittura può svilupparsi fino a diventare una liturgia dipinta, una via di meditazione liturgica che richiede l’affermazione della vita;
2. attraverso l’om theater si deve creare una festa centrale di resurrezione per l’esistenza;
ogni discesa nel perverso, nel disgustoso avviene nel senso di un salvifico rendere coscienti”.

Hermann Nitsch nato nel 1938,  appartiene di fatto a quella lunga ondata del ‘900 che ha indagato la sperimentazione ai limiti dell’illegalità; egli stesso fu costretto a lasciare l’Austria, e ha spinto di fatto, più o meno piacevolmente per lo spettatore,  a prendere atto delle pulsioni interiori attraverso l’uso della materia, anche la più truculenta e nauseante. Occorre reinserire la sua opera all’interno di un più vasto movimento europeo per comprendere l’acceleratore di questi limiti; resta un dato di fatto che a Napoli, Hermann Nitsch per la sua grande amicizia con il gallerista Peppe Morra, ha ottenuto uno spazio davvero unico e affascinante come la vecchia centrale elettrica del Teatro Bellini sopra il cavone. Il sangue, ancora un legame di sangue, tra questa città e un artista: non è un caso. Nella terra della liquefazione, la prossimità con la materia e il colore rosso, sono punti imprescindibili per capire quell’attrazione fatale che lega l’artista a Napoli. Il Museo merita una visita per più di una ragione, anche e soprattutto quella di chiedersi dove andrà la prossima arte: sospendete il giudizio, visitate gli spazi, respirare l’ampio panorama.Qualcosa di bello vi resterà, siatene certi.