"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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9 mar 2014

I vicoli di Napoli e l’effimero (Ernest Pignon-Ernest e Zilda)

In questi giorni l’artista francese Ernest Pignon-Ernest è tornato a Napoli, ospite dell’Instituto Francese di Napoli, notizia ampiamente diffusa da siti e giornali.
Tornato dopo le sue presenze del 1988, ‘90, ‘92 e ‘95 in cui ha incollato decine e decine di riproduzioni di opere d’arte, riprodotte di sua mano, sui muri della città, tra vicoli e monumenti.
“Mi ricordo alla zecca, la strada stretta, la chiesa immensa,le balaustre nere,i blasoni con tre teschi, la sensazione, nell’incollare l’immagine che il muro la aspettasse.Camminavo sulle lastre nere come camminavo nell’antro della Sibilla.Un sentimento allo stesso tempo familiare e di riscoperta delle origini remote” (da Sei domande a Ernest Pignon-Ernest).
E’ tornato perchè un collettivo di giovani studiosi si è messo sulle tracce della sua arte e ha video-proiettato sui posti dove erano i suoi lavori, l’immagine degli stessi, e ha filmato la reazione e la memoria, a tanti anni di distanza, della gente e degli abitanti di quelle strade.
Un lavoro coraggioso che ha dato i suoi frutti con un mini documentario e una tesi, in cui l’autore (Luca Avanzini, capo del progetto) sostiene giustamente che il lavoro di Ernest non è il disegno che incolla, ma “lo spazio in cui si cala e di cui rende esplicito l’implicito”.
Ma che vuol dire tutto ciò a Napoli?
Nella settimana santa della Pasqua del 1988, comparivano come per magia notturna su vari monumenti e strade, i corpi straziati perlopiù dei pittori partenopei citati: la città era ferita ancora dal terremoto, la morte, la paura, la distruzione aleggiavano ancora tra le vecchie pietre della città. Proprio Sant’Agostino alla Zecca è ancora così come Ernest l’ha lasciata: abbandonata dalle amministrazioni e dalla Soprintendenza, al diroccamento completo da cui nessuno sembra interessato a salvarla, nonostante sia uno dei complessi monumentali più importanti della città.
Ma il punto su cui voglio soffermarmi è l’aggettivo “effimero” utilizzato sia nelle interviste dall’autore, che dai curatori del progetto, dai giornali e dai siti. Ernest ci tiene a sottolineare che la sua immagine dialoga con la realtà: deve cioè interloquire con i passanti, siano essi stanziali o meno. E’ in quel punto preciso in cui essi si toccano, ignorandosi o meno, che Ernest crea la sua arte: è evidente che a Napoli questo contatto è accaduto spessissimo se dal 1988, dopo 25 anni, la gente ancora si ricorda d queste epifanie di bellezza.
Non è un caso che l’emulo contemporaneo di Ernest e suo conterraneo Zilda (di Rennes) se ne vada ad attaccare  anch’egli con grande successo, disegni e pitture con soggetti leggermente diversi...
Insomma, c’è un dato da recepire: Napoli è sensibile all’effimero, o meglio allo spazio ideologico che produce.
Lo è di più dal 1600, anno in cui collochiamo il periodo della Controriforma sostanziale in città, in cui effimero e illusorio furono i due artifici che crearono il mondo delle idee, da cui discende l’architettura e ogni altra arte dell’epoca. L’illusione prospettico, la meraviglia della manifestazione, non hanno forse nel Barocco il compito di spingere -violentemente e prima possibile- l’uomo verso il trascendente?
L’arte barocca scaraventa lo spettatore senza la ragione, senza il criterio dell’arbitrio libero, lo lancia nell’illusione, nella mistica, nella manifestazione della divinità: l’arte barocca risponde alla ragione umana del Rinascimento con uno sfondamento irrazionale della realtà, arte come spettacolo (Bernini in primis); l’infinito come suggestione.
Ma a Napoli, i conti si devono fare col mondo delle idee in cui l’uomo non riesce a uscire del tutto da questa volontà religiosa: le idee di Giordano Bruno, le eresie di Valdes, Ochino e Campanella, circolano liberamente come le Accademie che difficilmente distinguiamo dalle massonerie successive.  I quadri di Caravaggio ( 1608 e 1610 a Napoli) mettono il popolo dei vicoli nell’arte sacra: il confine tra naturalismo e classicismo si fa complesso. Proprio Caravaggio attua il processo di re-installare l’arte entro la realtà: e proprio autori come Ernest-Pignon e Zilda lo seguono, facendo quello che Michelangelo Merisi faceva già prima che la Pop-Art decretasse la democrazia del processo artistico.
E come fu per il successo di Caravaggio che cambiò le sorti pittoriche a Napoli, così sulla stessa scia si posizionano gli interventi di questi due francesi  con alle spalle la scuola di psicologia storica e le ricerche sociologiche di cui la Francia da sempre è battistrada.
Caravaggio aprì un varco trai vicoli di Napoli: manifestò il trascendente tra essi.
Non è un caso che Pignon-Ernest incolli Ribera,Battistello, Stanzione prima maniera: la dolente umanità di Napoli.
Napoli è un portale umano che attende solo connessioni: è un’eterno rito di passaggio, è un posto dove la morte e la vita si toccano nel limbo-Purgatorio. Lo spazio effimero è il suo spazio: altari, guglie, l’architettura che funziona a simbolo.
E’una memoria collettiva ed un inconscio atavico di portali sibillini: dalla leggenda della fondazione di sirene ad oggi.
Magia, religione, misticismo, fantasmi, apparizioni, appartengono al campo semantico dell’ effimero: che vuol dire “sopra il giorno”, portato alla luce per un solo giorno. Come le macchine che il Sanfelice creava per popolo e re, e di cui tutti erano felici un giorno solo. L’effimero che illude, contraltare e compagno di quell’esoterismo, quel “fuori di dentro” di ricerca, che accompagna la cultura partenopea.
Ma dove, dove potevano mai trovare miglior porto franco transitorio questi disegni, effimeri per eccellenza, se non per le strade che tutto hanno visto passare per millenni?

1 mar 2014

Fare Focus sulla città d’arte napoletana

F.Solimena, Trionfo della Fede(inizi'700)
Questa città multiforme, possiede decine e decine di monumenti sconosciuti e altri per cui si toccano cifre da record di visitatori. Ora, nessun organismo può vivere ingolfando un organo, e così accade -anche se nessuno se ne occupa- che  un monumento facilmente si possa congestionare e presto, prima o poi, rientri nel dimenticatoio. Ma questo fa parte anche delle mode: cambia col variare delle umane esigenze di rappresentazione.
Ma quello che manca a Napoli è una seria politica del bene culturale: musei, chiese, luoghi, piazze, Municipalità, cappelle...si muovono ognuna per proprio conto, con orari, mezzi, situazioni differenti. Anche le nuove metropolitane, d’arte si, ma senza un coordinamento col resto delle cose, appartengono a questa industria culturale che potrebbe farci stare molto meglio.
Se qualcosa è stato tentato con l’Artecard, ammesso che se ne possa trarre un bilancio propositivo, oggi si assiste dovunque al tentato rilancio di ogni singola struttura, che per non soccombere, si inventa una iniziativa per proprio conto.
Aumentano le visite guidate, quelle teatralizzate, le aperture straordinarie statali o meno, le serali, le notti bianche, ma quello che non si riesce a capire è un bilancio sereno delle attività.
Persino il Maggio dei Monumenti ormai è troppo vetusto per garantire qualcosa: nè è pensabile che una seria politica culturale possa svolgersi solo un mese l’anno, o al massimo due, sotto il periodo natalizio.
Ma nessuno pare accorgersi della cosa: manca un censimento serio delle Associazioni culturali, una loro sinergia, una valorizzazione delle figure professionali, di cui la sola “guida turistica” o “l’accompagnatore” pare essere riconosciuta, quando da decenni quel mestiere è andato in cantina in altre parti del mondo a favore di una politica del turismo multiforme e multicongeniata ad accogliere le più svariate esigenze turistiche attraverso figure multidisciplinari e più allargate.
Ma la logica conservativa di certe concorsualità perennemente arretrate rispetto all’esigenza del mercato ancora la fa da padrone, convivendo in alcuni monumenti napoletani, con il ricollocamento degli LSU, che non solo sono fanno custodia, ma spesso con logiche complicatissime, guidano i turisti presso i monumenti. O come accade in un notissimo monumento partenopeo, che la Curia getti un’occhiata silenziosa sugli arrotondamenti chiesti dai custodi a gruppi di persone e singoli.
Tutto ci starebbe in una città come Napoli, e tutto esiste: questa in fondo è la sua più grande risorsa.Ma per trasformare un potenziale in realtà, occorre una pianificazione, un progetto, un rilancio.
Alla mancanza di interessanti mostre di respiro ampio che possano raccogliere un pubblico di stimatori e smuovere nuove conoscenze -e fondi-  su questo o quell’altro autore, la città della Sirena sonnecchia sul suo invidiabile patrimonio.
Basterebbe poco, basterebbe una vera politica culturale conciliativa, con corsi di formazione comunale o anche di qualche buona società ed università o entrambi -i finanziamenti da chiedere alla Comunità Europea ci sono- basterebbe molto poco, ma quel poco ancora non c’è.
E intanto la nostra "industria" culturale è ferma alle singole iniziative, che seppur meritoriamente, non riescono a sopperire alle mancanze di organizzazione generale e direzione - che ormai non può più venire dagli esausti ruoli della Soprintendenza.
Fare dell’immagine culturale, il motore di una città che non ha altre risorse come Napoli, è ristabilire il giusto obiettivo: fare focus sull’arte, vuol dire garantire i sevizi, la lungimiranza, la tutela e la possibilità di sopravvivere alla crisi imperante.
Tutti gli organismi coinvolti, statali o meno, che galleggiano sul piano della chiusura, del ridimensionamento personale, dell’attesa di fondi per restauri, etc, potrebbero vedersi giustamente riconosciuti, e invece siamo al punto zero. Siamo al punto zero dell’immaginazione del futuro e della speranza, ragion per cui manca anche il coraggio di fare talune proposte: magari, potrebbero funzionare.