"La leggerezza si associa con la precisione e la determinazione,non con la vaghezza e l'abbandono al caso" Italo Calvino

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30 ott 2014

Vanvitelli , Vitruvio e la lunga via d'acqua dalla doppia inaugurazione


Come Augusto col Serino, l’acquedotto Carolino (da re Carlo III di Borbone) serviva all'ambizioso programma del Re: non ci sarebbe stata nè la Reggia di Caserta, nè i suoi giardini senza l’acqua , nè dunque una capitale che gareggiasse con Versailles.
 Luigi Vanvitelli ci mise un anno abbondante a cercare le sorgenti per captare le acque che il re voleva aiutassero autonomamente con una tratta parallela, anche il Carmignano di Napoli, passando per Capodimonte.
La Reggia di Caserta nella mente del re doveva gareggiare con Versailles, ma nella mente del Vanvitelli con la solida tradizione dei giardini all' italiana: la villa di Adriano a Tivoli, e gli splendidi giardini di Villa Lante a Bagnaia....e ci riuscì in pieno. Ma pure, se Versailles poteva contare sulla distesa monumentale pianeggiante, divenendo il modello del giardino francese esteso, i nostri giardini da Tivoli a Bagnaia, contavano invece sull'accidentalità dei terreni e le pendenze: una scenografia verticale di giochi di rimbalzi e di agguati visivi.
L’opera d'acqua si presenta titanica: la quantità che serve è immensa, ma il Vanvitelli non era certo uno sprovveduto: aveva lavorato a Roma a cavallo della metà del 1700 per 4 anni con il Sarni, il progettista della bella Fontana di Trevi.
Inizia così la ricerca delle sorgive sulle montagne del Beneventano: "Ieri andiedi a S.Agata de Goti nelle montagne, 12 miglia di qua distante" scrive Vanvitelli (andiedi è fantastico).
Nell'' "andiedare" sul Monte Taburno, si imbattè nell'Acqua Giulia, che Giulio Cesare volle per la potente Capua: "Che l’antica acqua Giulia da queste medesime fonti derivasse, non era che ragionevole congettura, ma divenne subito certezza, allorché scavandosi tutto sotterraneo il condotto in un terreno di brecciuola(...) si scoperse appresso la sorgente di Molinise l’acquedotto fabbricato da i Romani per incanalare l’acqua Giulia verso Capua" (Luigi Vanvitelli, lettere al fratello Urbano) E qui lo scopriamo proto-archeologo.
Una volta trovate le sorgenti ci furono gli acquisti delle sorgive: comprate dalla Mensa arcivescovile di Benevento a caro prezzo, o regalate come nel caso del duca di Airola. Vanvitelli nel percorso captò tutte le possibili acque dal monte Taburno al Briano: 28 sorgive, scrive nelle sue lettere.
L’opera mastodontica fu divisa in tre tratte durante la costruzione: dal Fizzo al monte Ciesco, dal Ciesco al  monte Garzano e dal Garzano alla Reggia, rispettando le orografie salienti del percorso e più squadre dovettero lavorare contemporaneamente eseguendo millimetricamente i calcoli dell’ingegnere-architetto (dal 1752 al 1768). Numerosi furono gli ostacoli del percorso: paludi, lapilli incoerenti; “si pervenne ove dicesi la Peschiera del principe, sebbene vi si ritrovasse un terreno, che a ragione di essere imbevuto dall’acque sorgenti, trema da pertutto, e perciò chiamasi Tremolo”.
Si dovettero superare fiumi: il primo fu il Faenza, attuale Isclero, e vi si costruì il Ponte Nuovo visitato dalle Maestà. Va detto infatti che Carlo e Amalia seguirono i lavori sempre, puntigliosamente. Intanto dopo il Ponte Nuovo, si incontrò il Carmignano (l’antico acquedotto seicentesco che riforniva Napoli) e ci si dovette accordare con questo, e poi ancora costruire il secondo ponte: quello di Durazzano a cinque arcate.
Seguì una prima traccia sulle incoerenti pareti del Monte della Croce, che inevitabilmente franò in due tempi (1763 e  poi 1787) e si dovette procedere quindi a traforare anche il Monte Croce, con le sue esalazioni venefiche (mufete) che costarono la vita ad un operaio (mentre la perdeva anche un capomastro importante sepolto da cedimenti)...
Si arrivò infine alla "Valle": chiamata per antonomasia, la Valle di Mataluna divideva il monte Longano da quello Garzano, alle spalle di Caserta Vecchia. Qui, tra il 1759 e il 1761 con ispirazione al ponte du Gard a Nîmes scrive Vanvitelli: "L’opera sarà Reale; vi farò gli ornati corrispondenti alla grande in stile de Romani antichi, perché l’opera la comporta et è assai onorevole e cospicua per il Re e per me ancora” .
Tre ordini sovrapposti di archi: il primo di 19, il secondo di 27 ed il terzo di 43, sostenevano l’acqua; nel 1795 Ferdinando IV sopra questa incredibile architettura volle un mulino e una raffineria di ferro  che però le vicende del 1799 bloccarono definitivamente.
E per Luigi ancora, a metà della Valle e delle arcate, anche l’incontro improvviso con un mausoleo romano (?) proprio sotto al pilone principale: “un rimbombo, bastevole a far sospettare che sotto ancora vi si nascondesse del vuoto; fattosi perciò scavare lateralmente un pozzo, vi si trovò sottotrenta palmi di più una larga grotta in rovina,piena di quasi inceneriti cadaveri” ( Platea, Cavalier Antonio Sancio).
Poi di nuovo il traforo del Monte Garzano proprio dietro Caserta Vecchia, di durissima roccia, e ancora il re a visitare la grotta del pertuso, che Vanvitelli illumina con 600 candele in altrettanti lanternoni...
Una prima inaugurazione fu fatta nel 1762, ma fu una “mostra d’acqua” con pali di legno e tavole che facessero da letto ricreando il leggero spumeggiare, 'che ancora l’acquedotto non era completato: un escamotage  di legnami e tavoloni “ Saranno alle 23 miglia di condotto, ove sifarà la mostra; ne mancano ancora 4 miglia e mezzo er finire la conduzzione” e il fratello Urbano che saggiamente consiglia a Luigi di aspettare il re, prima di aprire i giochi d’acqua.
Joli, la mostra d'acqua del Vanvitelli del 1762
In quell'occasione finalmente mille ducati vanno a Luigi, ma meno ai suoi capimastri per capriccio regio da ciò che era stato pattuito, e così Luigi dona una parte dei suoi introiti generosamente ai lavoratori della sua titanica impresa.
Di questa capricciosa inaugurazione, il pittore Antonio Joli immortala il momento su una splendida tela: la spuma bianca che il Vanvitelli aveva pensato ben in evidenza con la corte ammirata difronte; il parco ancora da completare.
Le acque dal Monte Briano infatti, sgorgarono davvero solo nel 1768, completando finalmente il lungo percorso dell’acquedotto carolino. Nulla se ne fece del progetto delle acque fino a Napoli, che però vennero convogliate direttamente nel Carmignano che lì arrivava dal 1621.
Le febbri putride, i tumulti e le difficoltà del Regno iniziavano a farsi sentire, ma il 20 maggio del 1768, ancora una volta, il Re potè godersi lo spettacolo dell’acqua della Reggia: si duplicò la inaugurazione con grandi feste. Il trionfo di Luigi Vanvitelli nella sua lunga via dell’acqua fu incontestabile, e semplicemente (!) fedele ai principi vitruviani di firmitas, utilitas, e venustas: utilità nella funzione, solidità nella statica e nei materiali, bellezza ed estetica.
Ponte tra la valle dell'antico col moderno.




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